Il gioco del mondo.23/Viltà

 

Non ricordo nemmeno una parola. Eppure ho parlato. Eppure ha parlato. Non mi sono distratto. Almeno non credo. Vero, ero affaticato. Non volevo andare. Sono uscito facendo molta attenzione per non pestare il mondo. Non ho incontrato pietruzze, ma ho evitato di calpestare le linee. Come facevo sempre da bambino. Poi ho salito le scale, mi sono storto sul divanetto rosso e ho poggiato il gomito. Le lacrime erano dietro il sipario degli occhi. Ma le ho trattenute, le ho pregate. Loro hanno ubbidito, ma hanno fatto sentire la loro presenza. ‘Non trasformare la realtà’. Sentì che la paura cominciava ad andarsene, e che era un male. Senza paura avrebbe saputo vivere? La paura lo aveva aiutato a passare gli anni. Era diventata alibi. La viltà ne aveva approfittato, si era camuffata da paura e lei si era rintanata in luoghi lontani, anfratti del corpo. L’ho confusa, volutamente confusa. E’ stato un trucco inconsapevole e ancora non ammetteva la sua vigliaccheria. Il coraggio lo riservava alle occasioni nobili: ricordi quando hai dato la mano al soldato che stava spingendoti verso un fucile puntato addosso? Non so perché lo feci, mi venne un istinto, abbiamo passato una notte assieme, non ci saremmo mai più rivisti, dovevo salutarlo. Ricordo la mano molliccia, spaventata, io non avevo paura. Per questo oggi, solo da poco tempo, riconosco la viltà e mi fa orrore. Mi sono appisolato sul divano e quel filo dove la veglia e il sonno mescolavano le prime acque e scoprivano che non esistevano acque diverse ha ricominciato a tessere il suo nodo scorsoio. Io non saprei fare un nodo scorsoio. Da quel giorno di luglio guardo gli albicocchi con sguardi diffidenti. Ho già vissuto quindici anni più di te. Non ne ho alcun merito. Perché non hai cambiato idea? Le parole sono diventate comunicazioni silenziose, vorrebbero dire, ma si fermano, si arenano. E io avverto il dolore. Fa male. Fa un male cane e la viltà se la ride. Non riesce nemmeno a riderne. Un giorno senza felicità. O non esisti tu o non esisto io. Non ricordo le parole e nemmeno sa se la Maga era annegato o meno. Non ricordo. ‘Chiedi compagnia’. Ho chiesto, ci ho provato, sono stato esplicito. E non sono uscito di casa. Sta piovendo, scrivo all’aperto, anche il bar di pietra sta mettendo i muretti. Mai sarebbe arrivato al cielo, ricchezza, hai ricchezza. La tentazione la conosci: respingere la mano che ti viene tesa, con sdegno. E poi pentirsene, e poi girare la schiena e andarsene. Sono corvi o falchi? Guardo i camminatori con il senso della impossibilità. Viltà e impossibilità. Per quanti anni si mescolano le realtà e i ricordi e continuiamo ad ammassare parole inutili. Sono le ultime pagine, c’è un matto che parla, intendo: libertà, illusione, mi piacevano. I camminatori hanno ripreso la loro strada lasciando tracce di orgoglio dietro ai loro culi. La bella ragazza mi riconosce e mi fa ‘ciao’. Un meraviglioso sentimento di riconciliazione. Fallo durare, mio Dio. Il temporale gira attorno. Adesso i pensieri si sono svuotati, c’è il silenzio, ma sono stato costretto a uscire. Non posso e neanche domani. Con chi parli? Parli da solo. Linguaggio non verbale. Quanta bellezza nell’errore. Lei conservava solo le poesie che non comprendeva. Io non fatico. Pigrizia, salto la fatica della ‘tecnica’. Superbia. Sprangati dentro non mi fido molto di quelli là. Nemmeno io, ma sono i miei compagni. Ora ricopio, perché non ho più idee, da troppo tempo ho lasciato andare le pagine, non è solo colpa mia. La Maga è svanita, lui sta per gettarsi da una finestra e tutti noi sappiamo che non sarà così. Ho sentito Stefano dire che amava Julio. Di lui, ecco di lui, mi fido. Lui ha letto, ha intuito e ha avuto il dono dello scrivere. L’unico mezzo possibile per scappare dalla zona era d’immergervisi fino al collo. Già fatto, mio caro. La viltà mi ha fatto da scudo. Ho provato a cucinare, almeno ho sbucciato le patate, ho scelto carciofi marci, ho letto la ricetta in internet, era al piano di sopra, nel frattempo ho sentito odore di bruciato. Sei onnivoro. Va’ a sapere se non mi sono fermato sulla soglia, e che forse c’era invece un passaggio. Sì, c’era un passaggio, la paura ti spingeva come sulla strada notturna della città lontana. Ma non hai voluto vederlo. Quante storie hai smarrito. Non lo cercherà mai. E se andò anche lei. Un filo infinito lega le ‘andate’, che sono al contrario dell’arminuta. Sono venuto qui per leggere. Ma la pagina ha tre asterischi. Capitoli dei quali si può fare a meno. Vediamo se riesci a confondere i tre asterischi, sono uguali, ma io so distinguerli, non riuscirai a fare il gioco delle tre carte con me.

In fin dei conti un incontro c’era, anche se non poteva durare oltre quell’attimo terribilmente dolce in cui meglio sarebbe stato, e senza alcun dubbio, sporgersi leggermente più in fuori e lasciarsi andar, plaf tutto finito.

Lo so, è tutto finito. Ma il corpo è rimbalzato e l’ultima mano si è protesa. Forte la tentazione di lasciarla andare. Rewind?

 

Pagina 333. E non è possibile che tu abbia scelto il numero.

 

Ho dimenticato dove ho letto queste pagine. E’ accaduto troppo tempo fa. Dimentico sempre più spesso. Ora sto cercando di ricordare il nome di un amico e non lo ricordo e provo dolore, smarrimento, paura in questa assenza. Tremo. Forse ho letto queste pagine sul treno Salerno-Firenze, un mese fa. Julio è riapparso perché l’ho cercato. Perché sono andato a stanarlo. Perché non l’ho lasciato in pace. Lui non è stato generoso. Ho scritto in bilico sulle pietre. Stanno facendo lavori anche le ragazze. Ma una di loro è stata felice di vedermi. Ne sono certo.

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