Alessandria del Carretto/L’incantatore

Vincenzo, l’incantatore

Mai. Mai. Mai. Non sono mai andato via. Me lo offrivano, c’era lavoro. In Germania. Al Nord. Meglio qui. Lavoretti fuori paese, ma la sera a casa. Il muratore, poi ho smesso. Le giornate agricole le pagavano di più. Quei dieci anni per la pensione. Ho fatto l’agricolo. Picchië picchië me elmenë  enne casë tuië. Meglio poco, ma almeno la sera puoi tornare a casa tua. Fra i tuoi vicoli, nella tua piazza. I muri e le pietre sempre uguali. E’ così che non sei mai solo.

Poi c’era la Festa. Passione. La passione mi tirava avanti. E jè quannë ier zinn zinn guerdàv i cristin grannë e m’nghendav. Guardavo gli anziani e rimanevo con la voglia addosso. Io volevo fare l’incanto. Gridare. Guardavo come facevano. Imparavo. Sepièm s’quann fazz grann m’pozz vicinà. Magari da grande mi faranno avvicinare.

E poi, una volta, loro sono mancati. Non c’erano più. Così mi sono avviato. Ero timorato, ma vado. M’eggi vicinàt, cu nu picchie i pegur me dopp m’eggi sbìat. Avevo paura, ma mi sono avvicinato. Poi sono partito. Ho fatto il parlamento. C’era la passione. Ho capito subito. Gli occhi a destra, a sinistra, davanti. Le mani. I gesti. Devi fare attrito. Chi aumenta ha precedenza. E’ la festa, è il popolo. Gli occhi sono importanti. Gridi, a destra, a sinistra. La prima persona, poi la seconda. Con la voce, avanti così. Gridë, vrazzë, d’uocchië ch’s’spienë. Grida, braccia, occhi che si spiano.

Avere un ruolo il giorno della Festa è un orgoglio. Non si può spiegare. Essere protagonista. C’è lè divisionë, la devozione. E la fierezza di appartenere a un popolo.

Un tempo c’erano le lire. Prim c’eredë a hire, ierenë tiemp diversë. C’erenë  i cristiàn grann chi sohetë en’da secchettë.  C’erano gli anziani nella piazza. Davanti al Santo. Le 30mila lire, le 40mila lire. Hanno cambiato. Ora le pensioni non danno modo. Mo emmecë ci su i giuvenë. I ragazzi si fanno compagnia per far festa. Mettono i venti, i trenta euro dalle loro tasche. E tirano anche a 370 euro per una bottiglia di vino. Per un pezzo di formaggio. Si mangia subito, si offre. Per lo scherzo, per la compagnia. Il soldi vanno al Santo. La forza di vincere l’asta. La compiacenza di offrire i soldi al Santo.

Epprime portavenë u granë. Prima portavano il grano. Ci mettevano le uova. Ne cozze, contenitore piccolo. Mienz tummen, mezzo tomolo, venti chili. U’ stuppiel, lo stoppiello, era quaranta, quarantacinque chili. Chi aveva di più, metteva nello stoppiello. Una cassetta. Si aumenta. Per il Santo. Più che al venditore. Più che al commercio. Per la compagnia. Le donne mettono i m’sc’r’oli, funghi, e le fanno belle. Si mangiano con il sale.

Mio figlio sta a Milano. Ma aveva il sangue. Lavora con il cemento e i mattoni. E’ roba sua. Al paese torna, per la Festa. Duemila chilometri. E ha fatto l’incanto per la prima volta. Deve imparare, ma ha occhi a destra e a sinistra.

Non c’è più nessuno al paese. Ma vengono, vogliono venire. Poi se ne vanno. Hanno malinconie nel cuore. Ma ai gusti dei giovani, decidono dove stare. Al paese ti arrangi. Zappi il basilico, l’orticello, le galline, il maiale. Ogni mattina, ogni sera a governare. I giovani vengono qui a sposarsi. In agosto. Quanto la gente c’è. Fanno festa. Quattro matrimoni in fila, questa estate. Poi se ne vanno. Io, mai’.

 

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