Microframmenti, Personal Identification Number

 

La mia banca mi informa: ho una nuova carta di credito. Scadrà nel 2023. Quanti anni avrò nel 2023? Saprò ancora usare una carta di credito? Ci saranno ancora soldi su quel conto corrente?

Non vogliono più saperne della mia firma, vogliono che impari un nuovo pin. Personal identification number. Ho pensato che potrei tatuarmelo sul gomito. Ho chiesto alla ragazza del call center (faccio sempre perdere tempo alle ragazze dei call center) come custodiva lei i pin. Mi ha risposto: memorizzo’. Ho contato i miei pin, le mie password, i miei codici di accesso: sono centocinque. Alcuni credo che siano vecchi, inutili, rimangono un numero frastornante. E’ vero ricordo il mio codice fiscale e il numero di telefono di mia sorella (che non chiamo mai, si deve essere inciso in un anfratto della memoria). Ma non ho azzecco mai il pin del bancomat. E poi: come nascondere un pin? Chiedo in giro: il trucco più usato è intuibile: ‘Lo maschero da numero di telefono’. I più abili: il telefono di una misteriosa Arianna, ma con i numeri tutti superiori di una unità (complicato indovinare ogni numero, di fronte a un bancomat a mezzanotte). Altro trucco: il numero di Elena, ma gli ultimi cinque numeri sono il pin. Se fossi un ladro lo prenderei come un insulto alla sua intelligenza.

Sconsigliato: un file word sul computer. Sconsigliato: nasconderlo nello smartphone (non è più un telefono). Anche un bambino vi trova le vostre password (quale bambino? Io non ne sarei capace). Insomma, stasera danzo con i pin e ho nascosto il nuovo numero della carta di credito in un luogo dove mai lo ritroverò e quando sarò senza soldi in riva al Nilo (ecco, non viaggio più per paura di perdere il pin, non viaggio più per paura) e il call center della mia banca, come l’altro ieri, mentre volevo conoscere il pin, è al tappeto, mi chiederò come farò a pagare il succo di limone. Ah, non troverò il numero del call center della banca. Era assieme alla carta di credito che mi hanno rubato.

Mi dice G., dal Nicaragua: nel 1977 sono scappata dal mio paese per sfuggire ai militari. Ora, gli amici mi dicono di essere prudente. Possono cacciarti dal paese, sei straniera. ‘Ma quaranta anni dopo non voglio più scappare’.

Mi scrive H. dall’Etiopia, suo padre in ospedale. Per favore, aiutami. E io rispondo: non posso, non posso, non posso. E sento una botta alla stomaco, forte, urticante, qualcosa di più di un pugno.

Fernando, finalmente, liquida i miei post, il mio scrivere stanco. Lo aspettavo da tempo, una sera ha avuto parole generose per me e io sono sfuggito alla sua radicalità. E lui, all’improvviso, è tagliente: ‘Mono Tono’. E ancora: ‘Mono Cromo’. So cosa vuol dire. Un’amica mi fa sapere, in incognito: si capisce sempre dove vai a parare quando scrivi. Graffio all’altezza dell’addome. Ho perso sei chili negli ultimi mesi. E ho perso anche le parole. Scrivere è diventato una fatica inaccettabile. Credo che Fernando e l’amica sconosciuta abbiano ragione. Il che non consola. Diminuisco le parole, anche se questo è  un nuovo post. Uno spogliarsi in pubblico. Quasi in pubblico. Ma lo scrivo legando le dita alla tastiera. Se solo non avessi mai cominciato a scrivere.

Ho bisogno di una ricetta medica. La vita scombinata  e disattenta fa dimenticare le medicine. Un amico mi manda al medico del paese. E’ un uomo grande e grosso, in una stanza quasi vuota, uno stetoscopio ciondolante sul petto, veste di azzurro-ospedale, voce che rimbomba, metodi sbrigativi. Mi piace. Mi chiede di quale farmaco ho bisogno, mi guarda: no, devo prescriverlo al padre del suo amico, altrimenti non è credibile. Oggi va proprio di graffi sulla pelle.

Perché scrivo questo? Che non interessa nemmeno a me. Per aver i ‘mi piace’ o avere indifferenza o disprezzo o compassione o nulla di tutto questo?

 

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