Accettura/Se ripassate fra cento anni…

La corsa della Cima

 

Vorrei incontrare una donna che mi tradisca con gli alberi. La vicenda della vita non può svolgersi solo fra di noi

(Franco Arminio)

Le ragazze avevano trovato un rifugio. C’era il bisogno di un luogo segreto. Avevano appena scavalcato la linea d’ombra dei quindici anni. Bisognava scendere dei gradini di pietra. Il vicolo non conduceva da nessun’altra parte. Finiva contro un muretto. Più alto di loro. Ma a tirarsi su con le braccia si riusciva ad affacciarsi verso la valle. Le ragazze non volevano fare questa fatica. A loro interessava solo che nessuno potesse vederle. Senza alcuna ragione. Per un senso di libertà dagli sguardi del paese. A sera, poi, c’era la luce di un lampione ad arrossare il loro tempo. L’angolo di una casa faceva da sipario con il mondo.

Si ritrovavano lì da qualche mese. Il gioco era cominciato a fine autunno. Tempi del freddo. Migliaia di giorni di freddo. Ammonticchiati uno sull’altro. Erano avvolte in giacche a vento nere e indossavano sciarpe dai colori scuri. Guanti alle mani. Nelle sere del gelo si proteggevano con un cappellino di lana in testa. Si ostinavano a tenere Converse da bancarella ai piedi: abbastanza larghe da poter indossare due paia di calze. Gli inverni nelle montagne della Lucania sono lunghi e aspri. Le ragazze sembravano non curarsene. Ogni mattina, quando ancora era buio, salivano sulla corriera per Stigliano. Poi, tornavano a casa dopo le ore della scuola. E, appena potevano, nel primo pomeriggio e a sera, dopo cena, stavano lì. Nel vicolo. La prima che arrivava si sedeva su un gradino e ticchettava sul cellulare. Dopo un po’, apparivano le altre.

Evitavano di andarci con i ragazzi. Non sarebbe sfuggito agli occhi del paese. Potevano tenersi per mano sulle panchine del corso, baciarsi, se volevano, ma non potevano nascondersi a strusciarsi con l’innamorato. C’erano regole non scritte. Per quello c’erano le macchine, si andava in altri paesi.

L’albero e lo scalatore

Fu Nunzia ad avere l’idea. Non c’era ancora aria di primavera nell’aria. I venti sapevano di tramontana. La fine di aprile e i giorni di maggio, spesso, hanno ancora addosso il freddo. La loro tana era esposta ai venti. Non ci badavano. Sapevano che l’inverno non cede volentieri i suoi territori. Le mattine, a volte, erano di nevischio nei boschi di Montepiano. Le foglie degli alberi provavano a reclamare la loro stagione e spuntavano da rami ancora privi di vita. L’inverno si limitava a essere tenace. Non poteva, però, ingannare anche il calendario. La Festa stava avvicinandosi. C’era un fremito inconsapevole che metteva in moto il futuro più vicino delle ragazze. Quel giorno era la libertà che nessuno avrebbe mai negato loro. C’era la storia delle magliette. Quest’anno bisognava fare scalpore. Altro che passare la giornata. La Festa era loro consapevole indipendenza.

Non so come sia accaduto. I libri degli antropologi non sono ancora arrivati alla modernità. Si infrattano nel passato di queste montagne. Analizzano, studiano, approfondiscono. Si fermano a un mondo che non cambia. Vanno in cerca dei vecchi e non hanno occhi per Elisa, Giuliana, Margherita, Graziana, Nunzia o Maria. Non le vedono. Eppure sono loro a trovarsi nel vicolo. E stasera c’è perfino la neve nell’aria. Le piogge non rimangono acqua quando scantonano nelle valli con i venti dell’Oriente. Venti slavi. Le ossa delle ragazze non conoscono il dolore degli anni. Non hanno ancora memoria. Nemmeno loro si sono accorte quando la Festa ha avuto un balzo imprevisto. Non se lo sono chieste. Si sono trovate all’improvviso in prima fila e ne hanno provato un’ebbrezza irresistibile. Chi avrebbe immaginato che un pezzo del giorno più importante del paese sarebbe stato conquistato dai ragazzi e dalle ragazze? Mai e poi mai, solo pochi prima, i vecchi avrebbero permesso a dei ragazzini di avvicinarsi alla Cima. Si sarebbero preso botte e grida. Non osavano nemmeno pensare di poter andare vicino. Poi qualcosa ha ceduto nella scorza delle regole e, senza nemmeno rendersene conto, i ragazzi hanno sostituito i bifolchi. Nemmeno gli antropologi se ne sono accorti: loro, lenti e immersi nei loro pensieri, si accodavano ai maggiaioli, ai massari dei buoi, ai mandriani che trasportavano l’albero grande, senza gettare nemmeno uno sguardo alla gente, che senza potersi permettere un bue, metteva nella festa la sola cosa che possedevano. I braccianti mostravano le mani, le gambe, erano fieri della loro forza e partivano per i boschi di Gallipoli a tagliar via l’albero piccolo che, una volta strappato alle sue radici, sarebbe diventato Cima. Chi non aveva le bestie andava a prendere l’agrifoglio.

Pinuccio e zi’ Rocchino

E’ che i bifolchi cambiano. I ruoli si sono mischiati e i ragazzi, figli di quegli uomini severi e fatti di silenzi che mai li avrebbero voluti attorno, si sono trovati a danzare attorno ai nuovi agrifogli. E i ragazzi hanno fatto i cambiamenti. La marcia della Cima fino al paese, quindici chilometri a passo di rave, oggi è una tarantella, mille corse, accelerate, grida a festa, voci come campane, cadute, vino e zeppole, giravolte, risa che attirano i falchi e non li spaventano, mani nelle mani, baci a cascata sulle labbra, ebbrezza, sudore e seduti per terra, spinte e abbracci, litigi che si sciolgono in baci sulle guance e sulla bocca. E selfies contemporanei. Mostra di tatuaggi, capelli rasati con creste tenute su dal gel. Una nuova tradizione. E poi c’è la storia delle magliette.

I ragazzi si fanno le magliette. Le comprano dalle bancarelle. Nei negozi dei cinesi. Al paese c’è un negozio che sa stamparci sopra. Prendi Ligabue e De Gregori, ne afferri le parole, le cambi un po’, ne allinei le lettere, le leggi a voce alta, guardi l’effetto che fa, provi a cantare fino a quando la voce non gracchia troppo anche per te. Prepari dieci, quindici magliette. Per il gruppo, la comitiva, i compagni delle tue storie. Le magliette, una volta raggiunta Gallipoli, già prima di marciare verso la valle della Salandrella, diventano stracci.

Giovanni e Paolo

Nunzia ci pensava da qualche giorno. Era tempo di farsi le magliette. La prima della Festa.

Ma scriverci sopra le parole di una canzone non le piaceva. Si accorse di non sapere nulla. Non sapeva la storia della Festa. Era qualcosa che le apparteneva, era memoria e pelle, ricordo di famiglia e senso. Ma non riusciva ad avere ragioni. Era istinto. Aveva la forza di un lampo, ma c’era un miscuglio di malinconia e felicità che Nunzia non sapeva mettere a fuoco.  Quel pomeriggio decise che i compiti della scuola potevano essere un’attesa. Andò al vicolo prima del tempo e scoprì che c’era un raggio di sole ad asciugare l’umidità. Una lucertola ne aveva subito approfittato e strusciava la pancia là dove la pietra si era scaldata. Nunzia pensò che quella lucertola ci sarebbe stata anche quando lei avrebbe lasciato il paese. Sarebbe riapparsa a ogni primavera. Partire. Come le sue sorelle. Anni di università. Corriere di notte. Trolley rosa. A volte un treno. Era un’altra eccitazione. Priva di smarrimenti. Così bisognava fare. E c’era da vedere il mondo. Eppure, pensò, il vicolo le bastava. Il paese le bastava. Sarebbe partita, ma qui pensò: memoria, memoria, memoria. Mille anni che sto qui. Cancellò la parola radici. La cambiò. Pensò che, definizione per definizione, le sarebbe piaciuto di più avere ali che radici. La cicogna nera che si nasconde fra le rocce delle sue montagne torna ogni anno. Va via per qualche mese, ma qua ha nido e desiderio. Alzò le mani fino a poggiarle sul muretto che sbarrava il vicolo. Questa volta fece forza. Usò le braccia come leva. Non era difficile. Si tirò su. La valle brillava di una primavera che prendeva il suo tempo. Il verde era uno specchio. Il grano si ribellava al seme e cercava aria. Il bosco aveva inscurito le sue tonalità. Foglie nuove già apparivano per creare inquietudini imbarazzate agli uomini. Non era un semplice risveglio. Era un ritmo. Nunzia non trovava le parole. Guardava la valle che, da quando aveva occhi e ragione, aveva osservato quasi con disinteresse. Stava lì, orizzonte sicuro. Ora, lo seppe senza saperlo, vedeva oltre quella linea fra boschi e cielo, andava al di là della bellezza, ma, allo stesso tempo, capì che quello era il paesaggio dei suoi anni. Mai ne avrebbe fatto a meno. Qualsiasi cosa sarebbe stata la sua vita, la valle era il suo specchio. Era quello che rimane. Nunzia sapeva che cosa avrebbe scritto sulla maglietta. Attese che arrivassero le amiche.

Nunzia si guardò allo specchio. Il reggiseno avrebbe retto agli strappi. Le piaceva il suo seno. Tirava la stoffa la punto giusto. La maglietta era una meraviglia. Uscì che mancava ancora un’ora al ritrovo nella piazza. Elisa non smetteva mai di ridere. Maria cercava di tenere il petto in fuori perché si leggesse meglio quanto vi era scritto. Giuliana non se ne curava, ma con le mani tirava la maglietta perché le lettere non si nascondessero: loro si incurvarono e si lasciarono leggere. Le ragazze passarono dal vicolo, quasi un saluto. Risalirono i gradini e svoltarono verso la piazza. Sulla maglietta stava scritto: SE RIPASSATE FRA CENTO ANNI SAREMO ANCORA QUI. Nunzia cacciò via un fiotto di lacrime e danzò fino ai camion che aspettavano i cimaioli.

Vincenzo

La festa è a questa maniera

Nunzia si avvicinò al più vecchio. Doveva essere vicino ai cento anni. Un tempo vendeva oggetti da regalo e fucili. Ma era uomo dei boschi. Lo aveva sentito dire ai giovani: ‘Io la festa la facevo da solo. Voi non capite. E’ sfacchinante’. Ad ogni vigilia di Pentecoste si metteva a spiare il cielo, inseguiva i venti, alla fine pregava: ‘Salvo che il Signore per la pioggia…’. Pioveva sempre alla Festa. Doveva piovere. Basta che non si mettesse a cielo grigio per tutti i giorni. Ma non si sarebbero ugualmente fermati. Andavano alla campagna a prendere il quadro dei Santi Giovanni e Paolo perché quei due erano capaci di cambiare il tempo. Santi del buono e del mal tempo: ‘Quando si vuole la pioggia, il quadro deve venire al paese e quando è forte mal tempo che vogliono far scampare, vuole andare in campagna’. Silenzio di occhi. ‘Insomma, vogliono andare e venire; un anno li abbiamo portati fino a quattro volte’.

Nunzia ascoltava. Poi chiese. Ancora silenzio degli occhi del vecchio. Dicevano che erano gli anni che i cannoni ancora sparavano là al Nord e i contadini analfabeti del paese non sarebbero tornati ai loro campi.

Giuliano

Il vecchio osservava Nunzia da sotto in su, con la testa girata di lato. Voleva chiederle: ‘E ti a chi appartieni?’. Non la conosceva. Raccontò con una voce che sembrava uscita da una pergamena distesa su un altare. Il borbottio del vecchio divenne racconto:

‘La festa è a questa maniera: si inizia prima a fare la scelta del miglior albero che esiste nel bosco che poi si trascina nel paese per l’albero della cuccagna. Allora sarebbe sempre dieci giorni prima, non so, mi pare all’Ascensione. All’Ascensione viene effettuato il taglio di quest’albero, senonché poi alla Pentecoste viene trascinato da tutti i cosiddetti massari in paese. Poi viene prelevato un altro albero di agrifoglio nella foresta di Gallipoli Cognato. Viene tagliato, viene portato a spalla, veramente è una cosa sfacchinante, oltre cinque ore di lavoro questi poveri contadini che fanno, senonché come la giornata di oggi si cominciano a fare i lavori al Maggio domani mattina poi quest’albero viene messo su, vengono messi dei tacchettini, tacchettini che poi diamo dei premi, polli, insomma tanti premi, non so, poi avviene prima lo sparo dei cacciatori e poi avviene a salirlo’.

Il vecchio aveva il dono della parola. Ci mise mezz’ora a modellare queste parole. C’erano i silenzi e la fatica della Festa. C’era la musica e la sua storia. Non c’è modo di raccontare la Festa. Nemmeno l’oratore migliore ci sarebbe riuscito. Nemmeno un cantastorie, uno story-teller, un banditore. Le parole inseguivano l’impossibile della narrazione. Gli anziani con più anni del vecchio dicevano che la Festa cominciò nel 1800. Allo scavallo del secolo successivo, primo anno di un’epoca che niente aveva di diverso da quelle precedenti, celebrarono i cento anni della Festa. Non era ancora tempo di antropologi e forestieri con le macchine fotografiche. Non c’erano libri che ti raccontavano, senza una sola prova, di riti di fertilità. Ma sì, penso Nunzia, c’erano i millenni dietro questo storia. Non le importava, ne sentiva solo un orgoglio: i suoi antenati, dall’inizio dei tempi, erano stati capaci di far vivere i boschi sacrificando l’albero più bello e più dritto.

Esbosco

I contadini, allora, non sapevano leggere. Un segretario comunale, nel 1889, chiese a chi veniva in municipio ad annunciare la nascita di un figlio di firmare un foglio: solo trentaquattro uomini, su 192, erano capaci di farlo. Vito ci provò, ma spezzò il pennino. Il segretario non disse nulla, si abbottonò il suo giubbotto e asciugò l’inchiostro. Dal paese si cominciò a partire le Americhe. La Festa non si fermò. All’albero della cuccagna la gente non voleva rinunciare. Nunzia capì che era nipote di bifolchi. E che quella gente, senza scrittura e senza speranze, cullava il desiderio della Festa. Giorno in cui i cafoni potevano ribaltare il mondo. ‘Per quattro giorni vogliamo essere signori’, disse il vecchio a Nunzia. E questa volta le mise una mano sul braccio. Ancora non sapeva a chi appartenesse, si tenne per sé la domanda. ‘Scorre il vino, si spreca il cibo, si mangia, si vuotano le botticelle conservate con gelosia, si va nelle cantine a tirar giù le salsicce e le soppresse. Si mangia la carne. Le zeppole, il baccalà, la pasta’. Occhi di silenzio. Non metteva a fuoco nemmeno le coppie che cominciavano a passeggiare sul corso. ‘Noi offriamo al Santo l’albero della cuccagna. Ci prendiamo un po’ di cuccagna anche per noi’. Nunzia offrì un bicchiere di vino al vecchio. Lui si sorprese ad accettare l’invito di una ragazzina. Sapeva che il suo mondo non esisteva più.

Un giorno Angelo l’avvicinò. A lui, Nunzia non si era mai rivolta. Sapeva che quell’uomo grande e grosso come il Pollino (non vi era mai stata, ma aveva ascoltato i racconti di chi non riusciva a capirne la geografia) si era infilato nei luoghi segreti della Festa. Ma le appariva inarrivabile. Aveva uno strano pizzo bianco da ottocento. Una grande pancia che esibiva volentieri. Quando i macellai del paese mettevano fuori le griglie, lui scendeva le scale della sua casa con un piatto in mano e si faceva arrostire interiora. Nunzia lo guardava giocare a carte allo spigolo del bar del Popolo. Ma non osava fermarlo. Le appariva un uomo troppo lontano, preso dai suoi pensieri. Irraggiungibile. Fu lui che, all’improvviso, smesse le carte sul tavolo di metallo, incrociò il suo sguardo e le disse: ‘Vieni con me’. I compagni di gioco non alzarono nemmeno un sopracciglio e si tennero in mano le carte.

La scalata

 

Angelo la portò in piazza. Si fermò sotto una targa stradale dedicata a un nobile del passato del paese. ‘Nicola Amodio’ era stato uno dei notabili, proprietario di terre, terre fino dove arrivavano gli occhi, un padrone ottocentesco: a lui era dedicata la piazza. Ai primi del Novecento la famiglia Amodio era la più ricca del paese, aveva terre, boschi e bestie: il suo patrimonio valeva mezzo milione di lire. ‘Quando qui ci fu il fascismo, il podestà dette ordine di cambiare quel nome’. Italo Balbo fece la sua comparsa al paese. Gli scalpellini decisero di risparmiare: incisero il nome del gerarca del fascismo sul retro della targa e la rigirarono. Targa bifronte: il fascismo cadde e il nuovo sindaco non fece altro che far girare quella pietra stradale. ‘Qui siamo lontani. Nascosti fra i boschi, solo il tempo ci è vicino. Siamo passati attraverso la storia e non ce ne siamo nemmeno accorti. Dai borboni ai liberali del Nord, dai fascisti per arrivare alla democrazia: qui non cambia mai nulla’. Nunzia non gli crede, ma sta in silenzio. ‘Gli Amodio erano i signori del paese con i Borboni, lo furono anche con i Savoia. Il podestà del fascismo è stato il più influente gli amministratori delle giunte frontiste del dopoguerra’. Nunzia faticava a seguire la velocità delle parole di Angelo. L’uomo si fermò di botto. ‘Le famiglie passavano il loro tempo a litigarsi. Passavano il tempo nei tribunali. I contadini ignoravano la scuola’. Nunzia ricordò sua nonna: non sapeva mettere firma su un foglio. ‘Saper leggere e scrivere può portare solo guai’, le diceva dietro quando la vedeva tornare dalle classi elementari. Angelo oscillò sul suo peso, fece un passo indietro, portò le mani dietro la schiena, guardò la ragazzina e tornò verso il tavolo delle carte. A Nunzia mancavano i fili per mettere assieme le storie che si confondevano nella testa. Già, a chi appartiene?

I comunisti

Suo padre, un giorno, aprì un cassetto. C’erano dei fogli legati con una cordicella. Teneva questi ricordi nella camera da letto. Sotto gli asciugamani e le lenzuola ricamate del corredo di sua moglie. Le domande di Nunzia erano sempre rimaste senza risposta. Svanite in un borbottio o nel silenzio. Il padre non era abituato. Non usava le parole. Solo al bar, a volte, parlavano a lungo dei boschi e della Festa. Nunzia non avrebbe riconosciuto la sua voce. Ma quell’uomo magro e alto faceva un verso con la gola, una sorta di tossicchio dimezzato che lui cercava di soffocare: era il segno del suo vivere, della sua presenza silenziosa.

La danza delle cente

A Nunzia, da quando si era messa a cercare le storie della Festa, arrivavano, come molliche di pane, frammenti che lei sistemava da qualche parte nella sua testa. Suo padre le mise davanti, poggiandolo sopra un libro di scuola, un volantino che, stranamente, non appariva invecchiato. C’erano due colonne. Erano liste elettorali. 1949. Elezioni per il comune negli anni appena passata la guerra. Tempo di comunisti e democristiani. Nunzia non capiva esattamente la loro rivalità. Era cresciuta in anni in cui la politica era altra. Ma al paese, ancora, si ragionava su questi due fronti. Ci mise un bel po’, ed ebbe bisogno di chiedere, per capire che i democristiani erano quelli con la croce e che i comunisti mostravano il disegno, strano e bello, del Santo. San Giuliano con il suo elmo con le tre penne e il coltello piantato nel collo. Erano uomini dei boschi e contadini senza alfabeti, ma i rossi del paese sapevano quello che contava per la loro gente. Tolsero la falce e martello della loro bandiera e alzarono il viso sereno del Santo. Una volta, Nunzia sentì un’amica della nonna dire, in uno di quei pomeriggi d’estate passati sulle panchine di legno del vicolo, che aveva sempre votato per Gesù. E portava la mano alle labbra. La nonna no, lei aveva votato, quella volta, per San Giuliano. I democristiani invocavano la Croce, i comunisti speravano che il Santo illuminasse, guidasse e salvasse i paesani.

 

Il paese, l’albero, la chiesa, la piazza

Elogio del litigio

Animatissime discussioni spesso senza alcun motivo ma si deve litigare, gridare…

 

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