La ragazza che canta

 

La ragazza che canta

La ragazza che canta. ‘Sarà difficile lasciarti al mondo’. Attorno vi sono passanti. Ma lei canta verso il canyon, verso le case bianche, verso il cielo, verso il balzo della sua terra. Lei canta al telefono. ‘E tenere un pezzetto per me’. O è il telefono che detta le parole? ‘E nel mezzo del tuo girotondo/non poterti/proteggere/sarà difficile/ma sarà fin troppo semplice’. Lei canta e fuma. ‘Mentre tu ti giri/e continui a ridere’.
Seduta sulla panca di pietra, le gambe incrociate, le braccia poggiate sulle ginocchia, la grande borsa, il telefono all’orecchio. Il bambino vuole giocare con lei, il vecchio in bicicletta si ferma, il turista anziano e straniero ha un sorriso. Tutti siamo a cerchio, tre passi lontano, a non disturbare, a lasciare intimità, solitudine, lacrime di felicità ferita. Io sto qui con la macchina fotografica. Cercando un senso, cercando di afferrare quello che non vedo. Lei canta. Canta e fuma. Con gli occhi aperti.

(perché non ho pigiato il tasto ‘rec’? Perché dico che non so farlo e ora questo istante è perduto. La foto non restituisce il miracolo. Ma gli istanti si perdono e io non riesco a lasciarli andare. Non mi sono seduto accanto a te: avrei dovuto farlo? Avrei dovuto cantare assieme a te? ‘Pieni di cicatrici che ci siamo fatti da noi’. Ho guardato dall’altra sponda del canyon: la panca di pietra era vuota, io sentivo ancora il suo canto. Illusione. ‘C’è ancora un po’ di tempo’. Magone è una parola diversa, ha qualcosa di scherzoso. Hai davvero cantato? Blow up)

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