Cammino Materano, Matera-Picciano/Se esci con le nuvole, devi incontrare chi ti dona l’ombrello

Il cammino fra i campi

(Antefatto1: appaiono i camminanti – più trekkers che camminanti – vestiti adatti, magliette tecniche, gps in mano. Appaiono mentre sto nel mio bar preferito, lo Stoneage (che scopro, nel web, essere ‘caffè letterario’), là a Casalnuovo, i Sassi più belli, a far finta di scrivere e a guardare le ragazze. I trekkers mi dicono: ‘Veniamo da Bari’. Piccolo sobbalzo, poi, con sbrigatezza, mi spiegano: l’antica Via Peuceta, Bari-Matera in sette giorni. ‘Ecco..’, penso. Vado a leggermi chi sono i Peuceti – mai sentiti prima – mentre loro se ne stanno in un silenzio soddisfatti, sono arrivati, sono in cammino da sette giorni, mettono ‘fatto’ anche su questo loro andare, già parlano di un nuovo viaggio ‘da fare’.)

Il segno verde e giallo

(Antefatto2: sbatto contro le tecnologie. Con il mio nervosismo e la mia impazienza. Come si scarica un gpx, cosa è un gpx? Come si trova il cammino materano? E poi che faccio, mi porto dietro il computer? So che Angela ha le vecchie carte del Geografico Militare – trenta e più anni fa ho scritto una guida alla Toscana usando solo queste carte, molte di loro sono ferme al 1949, in Lucania quasi tutte -, vado a comprarle: tavolette di Matera, Timmari e Picciano. Nostalgia dei tempi in cui andavo a cercarle in cassoni di legno. Posso tornare indietro di trent’anni? Allora non avevo cellulari e avevo solo queste carte. Davvero era così?

Un giorno di cammino fra i Sassi e il santuario della Madonna sulla collina lontana. Le campagne di Matera sono state travolte dai cambiamenti geografici: nelle mie mappe non ci sono strade, non c’è il lago di san Giuliano, non c’è il borgo della Martella. Le carte non hanno velocità. Chi ha deciso questo cammino, ha scelto un cammino lungo, un semicerchio che si aggira per i campi, come a far durare il viaggio il più a lungo possibile. Ventisette chilometri a leggere la loro descrizione. Un materano andrebbe per la via più breve: giù dalla Martella e poi la risalita. Come nella notte del 18 maggio, notte del pellegrinaggio.

I cammini a diritto fra i campi

(Antefatto3: e allora vado, in direzione contraria e, forse, ostinata – forse lo faccio solo per poterlo dire -, non risalgo da Bari, scendo da Matera, le nuvole minacciano pioggia, mi hanno preso in prestito l’ombrello, esco di casa senza difese, taglio i primi passi, il mio cammino non sarà da cattedrale a cattedrale, sono vestito come se andassi al bar, eppure so di aver davanti trenta chilometri. Vado verso il mare, mi fermerò sei giorni prima dell’Adriatico. Passa Antonio: ‘Dove vai?’. Vado, come sempre mi capita, senza un solo pensiero, li cancello con il primo passo. Riesco ad appesantire perfino lo zaino di un giorno. Un libretto – che non leggerò – ci deve essere: poesie di Raúl Zurita, sogno di leggere a metà cammino: ‘Todo mi sueño se lavanta desde las piedras y te mira’. Non aprirò il libro, però sta nella tasca)

(Antefatto4: avete il diritto di saltare gli antefatti, però ascoltate Enrico: ‘Andare a piedi era un buon modo per rendere visita ai propri simili).

Il grano e il vento e gli orizzonti che ballano  con le spighe

Faccio davvero il cammino in direzione contraria. I segni verdi e gialli dei Cammini Materani sono per chi viene da Bari. Ma io voglio andare al mare. Lasciare Matera. A volte mi sbaglio, non riesco a vederli, devo guardare indietro.

Alle sette del mattino, nessun bar è aperto lungo via Ridola

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Come devo intendere queste parole che cominciano il mio cammino?

 

Il belvedere sulla Gravina: tela per scrivere un vecchio pensiero, scritta antica

Non ero mai salito fino alla fine di Casalnuovo, il più bello fra i quartieri dei Sassi. Salgo con la mia lentezza. Due scritte mi salutano: ‘Più lavoro, meno pensieri’ (oddio, cosa devo capire? Non ho pensieri, non lavoro, o forse sì?) e poi su un belvedere dimenticato sulla gravina: ‘Le emozioni che senti creano vortici immensi…’. Guardo la Murgia, le pietre, ‘Pero mi amor ha quedado pegado a las rocas, al mar y a las montañas’, osservo la traccia, ho dubbi, cerco il cammino oltre la fine della salita, ruoto sui miei passi. Sbaglio, torno indietro. Una donna in lutto, le insegne dei Bed and Breakfast, una ragazza con il cane. C’è una cappella dove Casalnuovo finisce: mi commuovono i gigli, sistemati sotto l’immagine della Madonna.

 

L’ultima cappella a Casalnuovo

Strada per Montescaglioso. I ragazzi vanno a scuola con il bus. Mi saluta la ragazza con l’orecchino al naso che ieri sera ha letto poesie (allora, mi ha riconosciuto). Un uomo cammina dietro a me, mi faccio raggiungere, voglio stare con lui, salto la sola possibilità di far colazione nel bar del distributore (perché non l’ho invitato?), ma Francesco vale la pena, tre secondi dopo il nostro incontro già mi racconta: ‘Non sono di qui. Ho fatto il capostazione per quarantatré anni a Metaponto. Sono di Taranto. Conosco i nomi delle città: Vercelli, Torino, Firenze. Non ci sono mai stato. Facevo i biglietti – penso a chi andava da Metaponto a Vercelli – . Ora sto a Bernalda. Non mi piace là, non c’è nessuno, sei solo. Non c’è mai nessuno. Un figlio sta a Pinerolo, l’altro è maresciallo dell’unità cinofila a Grosseto. In inverno andiamo due mesi, lassù. Ieri ho fatto un errore: ho lasciato le mie analisi alla Asl, mi hanno chiamato, devo andare a riprenderle’. Cammina, Francesco. Ha preso il bus stamattina e ora cammina. Cerca di ricordare dove è stato. Cerchiamo la Asl. Quanti anni hai? ‘Ti prendi paura, manca uno a fare novanta’. ‘Hay un hombre muy viejo en el medio del río/y tú lo miras’.

 

Francesco ha fatto il capostazione a Metaponto

Passi nei campi, sfioro l’ospedale, erba alta e bagnata, i pantaloni già bagnati, cerco cammini nel grano, spiccano i segni verdi e gialli. Statale Sette per la valle. Tornante, l’ultima casa è un’officina di revisioni automobilistiche. Chiedo a un uomo se sono sulla strada giusta: ‘Non so, è il mio primo giorno di lavoro’. E’ la prima volta che vedo un’officina meccanica annunciata da un’aquila di gesso, da palme e cipressi. Discesa, vecchia cava di tufi, segni di carri antichi. Questa l’avvallamento di Scatolino. Mi piace il nome, chissà perché si chiama così. I campi di grano sono meraviglia, cambiano colore, il giallo già maturo si confonde con il verde resistente. Grido, grido, nella solitudine: ’E’ bellissimo’. E le scarpe scivolano via nel fango. Cammino a piccolo passi sdrucciolanti. Cerco le geometrie. Ho la macchina fotografica. Un solo obbiettivo. Grido nell’aria. Los muchachos aullaban. Ma non c’è nessuno qua attorno.

 

L’aquila e le palme

Cammino perché voglio provare le scarpe nuove. Fanno male, accade sempre così, al negozio le hai provate, sei andato avanti e indietro, hai toccato la punta, ok, le compro, poi, loro, maligne, fanno male, ma resistono bene al fango e all’acqua. Ci sono muri a secco in equilibrio, funamboli di pietre, le ‘campagne’, un cappello giallo appeso a un olivo. Seguo il taglio del fosso Garramma, i casali sono stati costruiti da scenografi che sapevano di paesaggio. Non c’è nessuno, nessuno. La traccia corregge i miei errori. Sbaglio, torno indietro, ho sempre il telefono in mano.

 

Il cappello giallo fra gli olivi

 

I muri crollano e mostrano paesaggi

Torrente Gravina, fa curve e controcurve. Cerca un cammino anche lui. E’ quasi in piena. Acque di fango. Guado in un basso rovescio, corrente, non so quanto è profondo, c’è una cascatella, saggio con il bastone, scivoloso, mi tolgo le scarpe, arrotolo i pantaloni, azzardo, ma di là devo arrivare. Mi piace avere i piedi in acqua. Devo essere ‘buffo’ e incerto e impacciato come una gallina. Mi asciugo i piedi. La ricompensa è poco dopo: un piccolo albero di ciliegie. Ne mangio una dopo l’altra. Orti delle campagne: olivi, nespoli, fichi, melograni. Che bellezza.

 

Curve

I segni dell’uomo. Un abbeveratoio a un incrocio. C’è una sedia di plastica, una freccia che indica una direzione misteriosa.

Abbeveratoio

 

Fiori di plastica sulla statale sette. Ricordo.

Viadotto sulla statale sette. Fiori di plastica a ricordo di qualcuno. Contrada Don Antonio. ‘Forse era un prete’, mi dice Saverio. Sta all’ingresso della sua campagna. Ha fatto l’infermiere. Con lui c’è un medico di oltre novant’anni. ‘Don Antonio temeva la riforma agraria e allora vendette i suoi terreni’. Ci raccontiamo dell’ospedale. Abbiamo amici in comune. E, naturalmente, lui mi dice della sua Casa Vacanze. Mi fa vedere le foto. Mi offre albicocche e mi vede senza ombrello: ne va a cercare uno nel magazzino, lo trova, manico di legno, colorato, un’archeologia di ombrello. Lo sistemo malamente nello zaino, me ne vado con una certezza: ‘Andare a piedi ti rivela che il mondo è migliore di quanto tu creda o di quanto vogliono farti credere’. Basta un saluto, alzare la mano e ti senti fratello. Il regalo dell’ombrello. Me ne vado con una sorta di antenna che esce oltre la mia testa.

 

Saverio e il medico

Cammino su una strada secondaria, asfalto lucano, vi spuntano margherite e papaveri, devio per campi di grano, sfioro il canyon carsico del Bradano, vorrei avvicinarmi, affacciarmi, non ne ho la volontà, passo sotto la massicciata della perduta ferrovia di Matera, monumento smemorato, appare il lago di San Giuliano. Non so dove sono, se guardo la mappa militare, il lago nel 1949 non c’era. I sotto-viadotti attraggono nelle notti: frigoriferi abbandonati, tette immense disegnate sul cemento a cullare un sogno di sesso. Danno un’idea di nascondiglio, immagino.

 

Il viadotto della ferrovia

Cado, come un paperotto, quasi da fermo, scivolone sul fango, proteggo la macchina fotografica, faccio una capriola, batto la testa e un ginocchio. Mi rialzo, raccolgo l’ombrello, sono un pupazzo di fango.

 

I pini di san Giuliano

 

Le ferrovia dei fantasmi. Pista ciclabile? Cammino per chi va a piedi?

Incontro quattro camminanti. Due vengono dalla mia terra, dal Chianti. Incontri nella solitudine. Guardo magliette, pantaloni, scarpe tecniche. Loro, i bastoncini, io ho l’ombrello in mano e sono una statuetta di fango. Vestito come se fossi a casa. Non riuscirò mai a essere come loro. Gli consiglio di andare in osteria, sono in cammino da una settimana. Peccato, dimentico di fotografarli. Eppure avevo promesso di fotografare tutti coloro che incontravo.

Dove è Matera?

Il passaggio degli uomini fra i pini del lago san Giuliano. C’è aria di rifiuti abbandonati. Ritrovo l’asfalto. I cartelli stradali sono consunti, sbiaditi, storti. Vado verso la Martella, sobborgo storico della nuova Matera, la città-laboratorio, scriverebbe Pasquale. Cammino di mezza costa, bellissimo, le nuvole accendono i campi, scroscio di pioggia, apro l’ombrello, ringrazio il donatore, cammino obliquo, scivolo, cancello la traccia, non so usare il registratore, dimentico. Mi perdo negli occhi.

 

Come si fotografa la pioggia?

Ma attorno a me, i casali abbandonati, pietre illuminate dal sole, il grano battaglia con se stesso, geometrie umane, l’uomo sa fare storie splendide. Mi fermo, Matera sull’orizzonte. Guardo la carta: chiamano la collina a trapezio, Tempa Maledetta. Io so che è Timmari, ricordo una pizza in estate. Sono incantato, mi fermo a mangiare mortadella, formaggio e arance. Passa un ragazzo diretto alla sua campagna. Come si chiama qui? ‘Boh’. Vado bene per Picciano? ‘C’è da camminare’. Te miro tambien en el viento. Scollino e riconosco la chiesa della Martella. Chissà se Quaroni è salito fino a qua per vedere le sue architetture. Il quartiere dei contadini è lucente nel sole umido. Scendo fino alla Bradanica. Bianchissima la masseria del Parco, non ho il coraggio di entrare. Ora conosco il cammino. Stradello rurale e sconnesso per il santuario di Picciano. Lo devi sapere, nessuna indicazione, ci sono i segni verdi e gialli, ma solo i camminanti li conoscono. Cammino del grano.

Il segno del cammino materano

 

Matera, l’orizzonte

 

Le masserie

 

Matera, l’orizzonte

Sono stanco, controllo, venticinque chilometri. Ma lassù devo arrivare. C’è un bosco in alto, so che il santuario è nascosto fra quegli alberi. Andiamo. Il passo rallenta, la salita si impenna. ‘La conosciamo come ‘Cristo’’, mi dirà poi Franco. Cammino dei pellegrinaggi notturni di maggio della gente di Matera. ‘Svegliatevi arpa e cetra voglio svegliare l’aurora’. Dovrò saperne di più. Per ora, un respiro, un passo, vedo la salita, prendo punti di riferimento, non penso, fino a lì, e poi di nuovo: fino a lì, fino a quel sasso, quella curva, quell’arbusto. Mi fermo un secondo a guardare la valle alle mie spalle. Matera sul filo del cielo. Entro nel bosco. Da una masseria nascosta esce una canzone. ‘Questo amore per te diventa poesia…non ti chiederò mai perché da me sei andata via…’. Vibra la campagna: ‘Io ti amo’. Non so da dove viene il canto. Mi accompagna. E’ per me. Y aún amanece y no  puedo parar de llorar.

Dai, perdonatemi

 

Lo stradello per il santuario

Poi, le campane.

Le bancarelle

Ecco, il parcheggio. Quattro pullman. Tre furgoni-bancarelle. Bambole Barbie, madonne di plastica, rosari, palloncini, sant’Antonio spelacchiato, le spade hanno successo, un ragazzo nero è il solo che mi saluta, lavora con pugliesi che vendono semi e olive. Un bambino mi mette sull’avviso: mi sbarra il passo con la sua spada. La madre sibila: ‘Vieni via, che ti avevo detto. Non dare fastidio’. Niente da bere, c’è la fontana. Bevo, non avevo abbastanza acqua con me. Gli ambulanti hanno barbe lunghe, pance forti, sguardi di diffidenza. Discutono. ‘Te lo giuro sui morti’, dice uno. E un altro: ‘Come è stato il pronunciamento?’. Ecco, il santuario: la facciata è latinoamerica, le altre architetture sono senza passione. Ci sono i gelsi, il bar triste con gelati nelle scatole, ma c’è Antonio che aspetta la fine della messa per fare gli ultimi caffè e vendere i Magnum alle mandorle. Si offre di darmi un passaggio fino a Matera. Bevo una Coca-cola e prendo un gelato. C’è il monaco benedettino: ‘E questo pellegrino?’, fa rivolto a me. Ci sarà un tempo per parlare. Non è adesso. Dove posso lasciare la bottiglia? Cassonetto, Mischiano i rifiuti con rassegnazione, una sedia di plastica bianca, le gambe hanno qualche lamento, sto bene. Guardo le famiglie uscire dalla messa. Ascolto i canti, le suore nere, le donne dagli abiti neri, si tengono sottobraccio. Conosco la vita dei santuari, immagino il refettorio, i piatti bianchi, il carrello, la pasta un po’ scotta, l’arrosto. Davanti alla chiesa, i fedeli si fanno fotografie l’un con l’altro, la Madonna ha ascoltato le loro preghiere, le figlie hanno portato le madri. Poi, si incamminano verso le macchine, c’è il tempo per affollarsi attorno alle olive arrosto dei pugliesi e ai rosari. I venditori sono sbrigativi. Sanno di aver pochi minuti per metter su un po’ di euro.

 

Il santuario benedettino, quasi latinoamerica.

Arrivano Piero, Adele e i bambini. Non torno a piedi. Tradisco la mia promessa di Ramadan: bevo una birra. Dovrò recuperare il tempo di questa infrazione.

Leggo i dati del cellulare: 31 chilometri e novecento metri, 46557 passi. Quanti sono quarantaseimila passi? Velocità media: 2,46 chilometri all’ora. Secondo Wikiloc, invece, i chilometri sono stati ventinove e seicento metri. Ha importanza? Sfioro il fango rappreso sui pantaloni.

Timmari

C’è il suono di una pianola da una stanza del santuario.

(le tracce che mi hanno guidato sono tratte dal sito di ‘Movimento Lento’ (grazie, non ce l’avrei fatta senza di voi)

https://www.movimentolento.it/it/resource/statictrack/il-cammino-materano/

I cammini materani sono stati studiati, percorsi, segnati con bravura dall’associazione barese InItinere: http://initinere.eu/il-cammino-materano)

 

 

 

 

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