Accra/Un sax all’arrivo

Accra, Suotuon

Una volta sono arrivato in aeroporto il giorno dopo.

Un’altra volta sono arrivato in aeroporto il giorno dopo.

Una volta ancora la borsa del computer era vuota. E’ questa volta.

 

La fatica degli angeli custodi. La dedizione. Un saluto da lontano. Da oltre un vetro.

 

Ci sono i passi nel corridoio di plastica che ti conduce all’aereo.

Stai per scomparire.

Un cammino senza pensieri.

Venato di gratitudine: una pancia che ti inghiotte.

Il nulla.

E per qualche ora, per un tempo breve anche se le ore sono dieci, dodici, ventiquattro, sei in una terra di nessuno. Dove i tuoi movimenti sono liberi e limitati. Dove chiedi al sorriso professionale:

‘Tomato juice’, che non chiederesti mai altrove.

E’ la terra costruita in quello che chiami cielo. In realtà ignoriamo la meccanica dell’aereo.

Un atto di fede.

Il tuo destino appartiene ad altri.

E, senza consapevolezza, ne sei grato agli dei.

 

Una donna colossale, dai pantaloni gialli e dalle sei borse, deborda sulla mia poltroncina. Occupa i miei piedi, il mio corpo, mi sovrasta. Mi rendo piccolo e stretto.

A destra ho un olandese della mia età (sarà naturalmente più giovane). L’aria severa da cooperante. Guarda due film. Vorrei accende lo schermo alla donna. Che passa il suo tempo andando e venendo dalla stessa pagina di un quaderno per bambini.

 

Nemmeno una parola. Una sì: chicken. Nessun’altra.

 

Il vuoto sotto la pelle.

 

Nella notte non sapevo dove ero.

 

Un sax suona mentre i bagagli si rincorrrono. E un uomo africano dice: ‘Vaffanculo’. Stanco dell’attesa.

Perché non ho messo denaro davanti ai musicisti, davanti al sax e non ho preso la musica dell’accoglienza. E’ stato l’attimo che vale la giornata, il risveglio, il viaggio.

 

La guardia di frontiera ha capelli rasta e treccine. Non sorride. Lascio una foto.

 

Nella notte, i lenzuoli apparivano come onde. Annegavo nel bianco.

 

E poi ti accorgi che l’aereo è africano e ci sono ragazzini bianchi dalle magliette verde-foresta e ragazzi dall’aria da mormoni.

 

Il Ghana terra di sette. Di mushrooms churches. Il paese ‘più religioso’ del mondo.

 

Ho lasciato il graffio nell’aereo. L’umidità e il calore mi riconcilia con le Afriche.

 

Il sonno senza le lenzuole. La notte di dodici ore, il giorno di dodici ore.

E niente da raccontare. E la buccia di poliuretano lascia indifferente e spenta la macchina fotografica.

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