24. Il gioco del mondo/‘El pais bajo la piel’, per ricominciare daccapo

León

 

Julio è rimasto nelle sue terre. Non ha più tempo per seguirmi. Il suo sguardo è atterrito. Non lo avrebbe mai creduto possibile. Nessuno crede che i sogni possano diventare incubi, nessuno si accorge quando comincia il mutamento. E’ impercettibile, la carne marcisce e vi è un momento in cui questo accade. Poi, è troppo tardi. Avremmo dovuto saperlo. E allora anche il gioco del mondo si insanguina. Ma deve proseguire, deve proseguire. Uno dei mille nipoti di Julio progetta uno dei molti finali del suo libro inconcluso, ma poi interrompe lo scorrere dei suoi pensieri. Anche lui deve raggiungere un ‘tranque’, il nuovo impegno, la battaglia, a volte i libri si scrivono con le pietre in mano. Come quaranta anni fa, Julio. Che anniversario di merda. E io che vi avevo scritto un libro attorno. Per la com-passione dei miei anni. Il cozzo contro una barriera dietro la quale non c’è niente, niente, niente. Svuotano le parole e le riempiono con la carne dei ragazzi. Los muchachos avevano vent’anni quando presero León, avevano vent’anni quando assaltarono il Palacio Nacional. Hanno vent’anni ancor oggi. Julio guarda i ragazzi. Li guarda ridere, tirarsi sul viso inutili fazzoletti, come vorrebbe vedere il rosso e il nero, ma quei colori non esistono più nell’arcobaleno del futuro. Il sangue ha un colore diverso. Eppure questo gioco io lo continuo, ricopio, ricopio, ricopio. Perché serve a me. Mi sto allacciando le scarpe, allegro, fischiettando, e di colpo l’infelicità. Volevo scrivere un’altra storia, ma ogni mattina leggo le cronache del paese lontano. Mi conosco: non ho emozioni, il dolore che lascia i graffi non produce suoni. Ma ho copiato queste parole e devo mantenere promesse, almeno questo, perciò subito ecco le barchette felici. No, non è tempo di felicità. Quanti sono i morti. Cento, di più, di più. Ognuno è un ragazzo, ognuno aveva occhi e cuore. Qui vengono sepolti in bare con il raso bianco e si fotografano i volti. Il potere appartiene al regno dei maligni. Chi conosci, Julio, che se ne sia privato? Nelson, forse, ma aveva oltre novanta anni. Pepe, è vero, e forse per questo non vollero che venisse dal Sud del mondo fin nel paese lontano. Pepe, raccontano, sa che si può vivere senza il potere. Daniel non può nemmeno immaginarlo di starne lontano, ne hai assaporato il veleno. Quando sei seduto su un trono per decenni dimentichi che esiste un mondo oltre i finestrini della Hilux-fortezza. Da quanto tempo non mangi qualcosa al Mercado Oriental? Da quanto tempo non sali su un bus al terminal Mayoreyo?  La rivoluzione divora un popolo. Lo schermo è andato in frantumi. Julio vorrebbe avere Eduardo accanto a sé. Eduardo lo sapeva, aveva capito, prima di tutti. Non era più tornato nel paese lontano. Mi sveglia, vidi la luce dell’alba fra le fessure della persiana: no, Carol non è più con me, lo sapete. Ne rimane una memoria. Lei avrebbe gridato la sua rabbia e avrebbe cominciato a fotografare i ragazzi, quei bambini che aveva così amato. Lui allora amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise…all’improvviso era l’urgano. Il gran capitolo 68. Si amarono dietro alla barricata, incuranti del fumo dei copertoni incendiati. Si alzarono, si incamminarono con una piccola pattuglia di uomini e donne giovanissimi, erano a viso scoperto, non hanno paura vanno verso un tramonto prossimo e tragico e non hanno paura. Dobbiamo ricominciare daccapo, Julio, altissimo, si chinò per sentire meglio il sussurro di Carol: se con ogni probabilità il mondo è finito, sapremo costruirne un altro, e poi un altro ancora, e poi ancora uno nuovo, non finiremo mai, ci saranno sempre nipoti a ridipingere una rivoluzione. La portiamo nel colore degli occhi.

 

(no, Julio non è venuto in Africa. Non mi ha seguito. Adesso nel suo paese lontano vi è troppo sangue. Il suo posto è là. A me rimane il libro interminabile nei frammenti della sua bellezza. Letto sull’aereo verso Accra, riletto mentre il cielo passava sopra luoghi che ho conosciuto – e anche loro si sono perduti – Tuadeni, Timimoun, In Salah – , scritto mentre l’aria mi riconduce nella piana di Firenze. Non doveva essere così questo capitolo del libro ricopiato)

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