Le foto prendono aria e sono una gratitudine

Fabbrica del Carro, Matera

Le foto prendono aria.

Non sono mai soddisfatto di quanto scrivo (non è vero: qualche volta, accade di rado, sì). Men che meno delle foto. Non arrivano mai là dove vi è l’anima. Ma, capita (è capitato), che vi siano storie felici. Storie che fanno volare piccole farfalline gialle nello stomaco. E allora c’è Aureliano Buendia che accenna un passo di danza, Julio Cortazár che ti guarda dalla sua altezza e Roberto che ha il suo sorriso da bradipo…ecco, capita così, accade quando le foto escono all’aria aperta…

Insomma, le foto escono dai computer, dalle mostre, dalle pagine virtuali, perfino dalla carta delle riviste e diventano parte del paesaggio. ‘Fanno parte’, tornano là dove sono state scattate. Cercano le persone, le storie, i luoghi che le hanno rese possibile. Le foto sono una restituzione, una gratitudine a chi si è ritrovato rinchiuso dentro un sensore o una pellicola.

Matera/I ragazzi delle transenne

Sopra le testa…Accade a Matera, in questi giorni: otto ‘grandi’ foto raccontano ‘i ragazzi delle transenne’, ‘i ragazzi di Santa Lucia’, i ragazzi che, la notte del 2 luglio, festa di Maria Santissima della Bruna, assalteranno il Carro Trionfale e lo strazzeranno. Adesso, fino al primo di luglio, queste foto accolgono chi va vedere il Carro, si animano, regalano il primo brivido dell’attesa del giorno più lungo di Matera. I ragazzi diventano fotografia e le foto tornano a essere la loro tensione, i loro muscoli, tatuaggi, adrenalina, applausi, eccitazioni…

Quattro foto sono di Antonio Sansone, quattro foto sono mie.

Grazie a chi ha reso possibile tutto questo: alla gente del Comitato della Festa, ad Antonio Sansone con il quale abbiamo fotografato assieme, grazie a Massimo Casiello che ha montato le foto sul tufo della Fabbrica del Carro, grazie all’allegra banda Pentasuglia, architetti della cartapesta. Grazie ai ‘ragazzi delle transenne’ che hanno pazienza e coraggio.

 

La mostra ad Hamed Ela

Hamed Ela/I cavatori del sale

La prima mostra ‘restituita’ accadde molti anni fa. Ad Hamed Ela, villaggio dei cavatori del sale, ai confini di un deserto di sale e lava. Mille fotografi sono andati in Dancalia, una terra che noi occidentali chiamiamo ‘estrema’ (non lo è per chi vi abita). Fanno splendide fotografie. Tornano a casa, organizzano mostre, cercano aggettivi forti per le didascalia. Nessun cavatore del sale, nessun pastore della Dancalia vedrà mai quelle foto.

E allora, con le capacità di un altro bravissimo fotografo, Paolo Ronc (metà delle foto sono sue), abbiamo portato le nostre foto ad Hamed Ela. Volevamo restitituirle alla gente di là. Era la sola cosa che potevamo fare, avevano rapinato immagini, dovevamo riportarle a casa. Non abbiamo altro, noi occidentali.

Come si appendono foto di carta in un villaggio ai confini del deserto? Tirando cordini per cammelli fra capanna e capanna. Legando le foto una all’altra. E poi offrire tè, pane e Fanta per inaugurare la mostra. Che felicità.

 

 

Credevo, forse speravo, che quelle foto, una volta lasciate alle nostre spalle, sarebbero diventate rattoppi per le capanne, le avrei ritrovate a chiudere una falla del tetto. Non è andata così: Hussein è un tipo furbo ed è il capovillaggio. Ha conservato le foto, le ha richiuse nell’unica casa in muratura del villaggio (la sua) e ha organizzato una ‘mostra permanente’. Fa pagare per entrare. Voleva far pagare anche me, quando sono ripassato di lì. Una ‘permanente’ ad Hamed Ela!

Grazie, per la grande mostra di Hamed Ela, a Paolo Ronc, a Daniela Scapin, ad Hussein, alla gente del villaggio.

Accettura/La gente della Festa

Bosco di Montepiano, i luoghi della festa di Accettura

Ho visto molte mostre sulla grande festa del Maggio di Accettura, uno dei grandi riti arborei della Lucania. Ho visto mille foto. Ho sempre pensato che la gente che ‘fa’ sul serio la Festa non va a vedere queste mostre. Avvengono, spesso, lontano dal paese. Si parla, si fotografa, si scrive delle feste senza i suoi protagonisti. Loro preferiscono ‘fare’ e il silenzio. E allora ho creduto necessario ‘riportare’ le foto nei luoghi della Festa. Nel bosco di Montepiano, dove la sera del primo giorno di viaggio dell’albero, vi è il grande pic-nic del paese. Le foto dove la gente ritratta si ritrova. E può vedere, toccare, sporcare le foto. Le foto come panni tesi fra albero e albero. Fu un pic-nic fotografico indimenticabile. Oggi ritrovo quelle foto nei bar e nelle case di Accettura.

Fermo/La foto di Mario

Fermo, la tomba di Mario Dondero

Un’altra foto è all’aria aperta. Una sola foto. Guarda le colline delle Marche e, più lontano, la striscia azzurra dell’Adriatico. E’ la foto di Mario. Di Mario Dondero. Uno dei più grandi fotografi del ‘900. Per la sua tomba gli amici hanno scelto una foto che avevo abbandonato da qualche parte. La scelsero senza sapere chi l’avesse scattata. Fu Laura a ricordare quella foto. Quanta gratitudine devo a Mario. Sono certo che senza di lui avrei smesso di fotografare. Di questo Mario è colpevole. Lui non lo sa, ma ha rincollato, e continua a farlo, le mie speranze in frantumi. Se penso a un futuro, penso a lui. Perchè ha scritto che si fotografa ad altezza delle margherite e perchè fotografare è avere un’amicizia con chi è dall’altra parte dell’obbiettivo. Questa foto sulla sua tomba fa ancora battere il mio cuore.

Ciad/Gli acquerelli nella savana

La mostra di Giancarlo Illiprandi in Sahel

La storia della ‘restituzione’ delle foto ha contagiato una scrittrice. Elena Dak cammina con i nomadi. E avverte sempre la necessità di tornare nei luoghi in cui hai viaggiato. Di ‘restituire’. Le sue storie, le sue foto, le sue parole hanno convinto, anni fa, Giancarlo Illiprandi, grande disegnatore, ha ritrarre i nomadi peul nei suoi acquerelli. Disegni volanti che Elena ha riportato nelle savane del Sahel. Una grande, piccola storia. Allora speravamo in un ‘format’ di mostre in giro per il mondo. Una storia che apparteneva alla rivista Erodoto108.com

Ecco, ora vorrei abbandonare piccole foto in mare, su barchette di carta, di fronte a Taranto.

Vorrei che le foto riprendessero strade e sentieri.

Vorrei che la ‘restituzione’ delle foto fosse una maniera di fotografare. Vorrei che la gratitudine verso chi ci dona il suo volto, il suo corpo, la sua storia spingesse chi fotografare a ritornare sui suoi passi, a sedersi in una piazza e mostrare quelle immagini là dove sono state scattate.

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