Nicaragua/Where have the flowers gone

Granada

Scrivo da lontano. Troppo lontano.

A Masaya ricordo la sopa de res. Ai tavoli dei chioschi della piazza. Ricordo le donne, i giocatori di scacchi, un vecchio lustrascarpe, le chiacchiere sulle statue dei santi. Ricordo con nostalgia. So che quella piazza è in fiamme. So che Masaya, città delle rivoluzioni, è insorta ancora una volta. I ragazzi uccisi. Il quartiere indigeno di Monimbo. Le barricate che qua si chiamano ‘tranques’ si alzano per tutto il paese. I vescovi nicaraguensi, vestiti di bianco, con il Santissimo alto nelle mani, si sono intromessi, si sono messi nel mezzo. Per fermare il massacro. Troppo pericoloso, invece, manifestare con i fiori a Managua. Where have all the flowers gone? Non più morti, i ragazzi non manifesteranno. Anche questo è un coraggio. Duecento e dodici in due mesi di rivolta, a leggere i rapporti della Commissione interamericana per i diritti umani. Che storia di follia. Duecento e dodici morti.

Guardo alla storia delle nostre rivoluzioni. I giorni di Ouagadougou, i giorni di Asmara, i giorni di Managua. Storie lontane. Storie di sogni che hanno segnato gli ultimi decenni del secolo scorso. Storie di rivoluzioni. E storie di fratelli che uccidono i fratelli. Penso a Blaise Compaorè, in Burkina Faso: uccise il fratello più amato, Thomas Sankara. Assieme avevano fatto una rivoluzione. E Blaise gli sparò, era il 1987, e si è tenuto lo specchio del potere per quasi quarant’anni. Ora Blaise è fuggito, gli è rimasta addosso solo della polvere maleodorante. Sankara agita ancora i sogni confusi delle rivoluzioni.

Forse dovremmo bandirla la parola: rivoluzione. Ci tolgono anche le parole.

Penso a Isaias Afewerki e Petros Solomon. Per noi, innamorati di quella Eritrea, erano i fratelli gemelli. Alti, bellissimi, giusti. Compagni di lotta da sempre. I ragazzi africani capaci di vincere una lotta impossibile di riscrivere il destino di un piccolo paese come l’Eritrea. Come è finita? Petros è scomparso per sempre, arrestato e svanito diciassette anni fa. Isaias ne ha ordinato la prigione. Ha rinnegato l’amicizia. Isaias, dopo quasi trent’anni, è ancora al potere.

Le rivoluzioni sono tragedie di Shakespeare. Divorano i loro figli. Lo abbiamo sempre saputo, in fondo.

E allora perché stupirsi di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Murillo? Il giovane comandante sandinista perse il potere nel 1990. I sandinisti allora dettero una straordinaria prova di loro stessi accettando il voto dei nicaraguensi, Daniel fece, nella sconfitta, il più bel discorso della sua vita, ma qualcosa si spezzò allora. Vi fu una mutazione antropologica nei sandinisti. Daniel è testardo, Rosario è tenace, scalarono con lentezza i gradini di un nuovo potere, lo riconquistarono solo sedici anni più tardi. E allora decisero di non lasciarlo mai più. Sono una dinastia familiare al potere. Come furono solo i Somoza, i tiranni che i sandinisti avevano abbattuto nel 1979.

La rivoluzione perduta dei poeti. Ho scritto un libro attorno al mio cuore per il Nicaragua. Le sue pagine si sono insaguinate.

I fratelli si sono divisi anche in Nicaragua, i compagni sparano sugli amici di un tempo. Sergio Ramírez, vicepresidente ai tempi dei primi governi Ortega (avranno condiviso notti insonni, viaggi, giorni e giorni, passioni, sconfitte, vittorie, dolori, entusiasmi) guarda sgomento la violenza che attraversa il suo paese. Gioconda Belli, poeta e scrittrice, scrive alla sua antica amica Rosario: ‘Non pensavo che il potere avrebbe distrutto totalmente la tua poesia, che la donna a cui offrii rifugio nel passato avrebbe dilapidato non solo il suo presente, ma anche il suo futuro’.

A Managua, oggi, è troppo rischioso sfilare anche con i fiori in mano. Gli amici scrivono degli spari che attraversano le loro notti.

Il potere. Cosa provoca il potere nella mente degli uomini? Bisogna ancora farne di strada per ‘diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni’.

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