Giorni di Ghana/1.

Prove di diario africano

Saltpond, venerdì
Un frate dai capelli bianchi seduto di fronte a una donna nella Valle del Silenzio. Una confessione? Mi sono chiesto: Africa? Rimango a distanza. Rimane la tentazione irrispettosa della fotografia. Una intromissione. Il brulichio delle Afriche lontano. Per questa notte, qui. Un’altra terra. Come trovare un equilibrio, se le parole non sono sufficienti e nemmeno il silenzio? Altre Afriche.

Confessione nella Valla del Silenzio

Sabato, Saltpond, pellegrinaggio

Ho visto le donne arrivare con i tro-tro. Le tuniche a scacchi. Gli abiti bianchi della devozione. Le preghiere gridate, i canti, la voce della cantante minuscola, le mani protese, i corpi sul pavimento, le risate, la felicità, il dolore intenso e poi la gioia, le offerte, le dita che si intrecciano, gli occhi verso il cielo, il sudore, i fazzoletti bianchi, le lacrime, l’abbraccio. E io che rimango su un confine, un passo di lato, e guardo la donna che esce, allarga le braccia, un gesto comune, ‘ringraziare desidero’, akokordufo, vuol dire ‘coraggiosi’. ‘adesso toccava a lui…’.

I coraggiosi

 

La sfilata dei vescovi a Elmina

Elmina, sabato

Ho visto una sfilata di una dozzina di vescovi dorati voltare le spalle alla bellezza di Elmina. La città, il Castello degli schiavisti, l’orrore, oggi come ieri, del commercio degli uomini e delle donne, i turisti neri americani, certi che i loro avi siano stati rinchiusi in quelle mura. E l’oceano ha un rumore silenzioso, lo stesso di ogni tempo, immutato. La collina di Saint Joseph è sospesa su una memoria. Scendo la scalinata e c’è un brulichio africano. E l’odore del pesce secco.

Lei

Domenica mattina.

Ho visto una ragazza rimanere immobile per tutto il tempo della cerimonia. Ha cantato, ha guardato, ha atteso. Ha tenuto le braccia conserte. Le ha lasciate andare lungo i fianchi.

Ho visto decine di persone attendere i tro-tro. Il tempo che passa. Ha importanza? Ha importanza, qui? Ho ricordato quando Ryszard salì su un bus per Kumasi. Passarono le ore prima della partenza e quel bianco si chiedeva: ‘Cosa pensano? Che sogni hanno? Cosa li rende felici?’.

La ragazza è scomparsa con cento altre persone. Ryszard non seppe darsi una risposta, non riuscì darmela quando lo incontrai, guardò il mare e rimase in silenzio.

Cammino per le giravolte di un paese, le case, piccoli loculi divorati dalla pioggia, pareti dove cola il rivolo di terra rossa, e nessuno mi viene dietro, nessun bambino che grida, nessuno che si prende la curiosità di un bianco che non sa bene dove si trova.

Compro dei bei quaderni in un bookshop. La bambina non sa dirmi quanto costano. Lascio una buona somma di denaro. Sono bianco, maledizione.

Leggo Leonard Cohen a Elmina. Come si chiama questo villaggio? Non c’è nemmeno un luogo dove sedersi con altri uomini. Cammino, non riesco a fare altro.

Papa Peter

Antonkwa, domenica

Ho visto una mano senza le dita. Non ho distolto lo sguardo. Era in controluce.

La macchina fotografica è stata, me ne rendo conto sempre di più, lo strumento per sconfiggere l’assenza di parole.

Sono qui, sono entrato nella stanza, ha l’odore della malattia, del caldo, del sudore. C’è un televisore acceso, un crocifisso, dei recipienti di plastica sul tavolo, dei fiori finti. E l’umido dei corpi, l’odore degli uomini e delle donne. Sono sopravvissuti alla lebbra. Il loro corpo è stato divorato. Le dita, un piede, una gamba, fino al ginocchio. Hanno nomi: Peter, Jonas, Elisabeth, Effia, Cristopher…

Non ho le parole giuste. Ho la macchina fotografica. La mostro. Un segno del capo. Non so nemmeno se mi vedono. Sì, diventano seri. Un po’ più rigidi, i muscoli del collo provano a tirare. Cerco le parti del corpo che non ci sono più. Le fasce ingrigite. La sedia a rotelle. L’odore. Fotografo, perché non so mai cosa dire. Non ho imparato a fare le foto. Non sono riuscito a varcare ‘la porta stretta’. Senza macchina fotografica non sono così certo che sarei entrato qua dentro.

Mi siedo. Mostro le foto. Peter si toglie gli occhiali neri, non ha un piede e non c’è un occhio, ma vede la sua immagine. Ha un ringhio da pugile. Chissà perché penso che sia stata un pugile. Mi appare robusto, bellicoso, buono come un pugile. La bocca diventa un sorriso. Lo sfioro con una mano.

Mi siedo. Una donna si avvicina, ha preso i fiori finti in mano, si siede, si aggiusta una camicetta bianca. Lei cammina, sta in piedi, non cambia espressione. Aspetta. Aspetta di essere fotografata. Devo farle cambiare posizione. E’ tutta contro la luce della finestra. Si alza, io prendo la sedia e la giro. Lei siede di nuovo. Sei qui per fotografare, no? Quindi, fotografa. Nessuna emozione, solo il silenzio nei miei occhi e nei suoi. Peter e Jonas guardano la scena. Jonas poggia una gamba che non c’è sul bracciolo della sedia a rotelle. Come a esibirla, ma sta più comodo così. Non sento più l’odore.

Fotografo Elisabeth.

La lebbra è stata sconfitta in Ghana. Lo scorso anno 239 nuovi casi. ‘Niente, da un punto di vista delle statistiche’, mi dice fra Giorgio, uno dei pionieri di questa sfida infinita. Poi dice: ‘Ma se io e te abbiamo la lebbra, per noi è il cento per cento’.

Saluto Peter. Non ci rivedremo. Vado via in macchina. Con la sua foto.
Tolgo i colori dalla foto. E non mi piace, questa cosa. Avverto di togliere un’illusione.
Silenzio.

Il Castello di Elmina

Elmina, lunedì

‘Le pareti di fango del sotterraneo uniformavano ogni cosa. Non filtrava luce. Regnava l’oscurità giorno e notte. A volte ammassavano tanti corpi che dovevano mettersi a testa in giù per fare spazio ad altre malcapitate’. Entro nel castello. Un ragazzo mi chiede il nome e, dopo tanti anni, commetto il solito errore. Glielo dico. Lo scrive sul palmo di una mano.

Poi è il cerchio protetto della ‘visita’. Ci sono i turisti afroamericani e i loro corpi voluminosi, gli abiti che svolazzano, la terra degli antenati. Almeno credono, ma hanno leggende alle spalle. Alcuni lasciano corone. Sono venuti fino a qua, da oltre oceano. Il viaggio del ritorno. Il gioco del ritorno.

La guida spiega. Vi è qualcosa di asettico, il tempo ha anestetizzato ogni tragedia. ‘Un soldato le sferrò un calcio, spingendola a terra, e poi le tenne il piede premuto contro la nuca in modo che non potesse girare la testa per respirare, riusciva solo a inalare terra e sporcizia’. Non ho voglia di stare qui. Ho pagato otto euro per entrare. Ne lascio due di mancia alla guida. Statistiche, maledizione: qui non si va oltre un euro al giorno. Non ho voglia di stare qui. Il Castello. Un grande nave bianca, oltre il canale dei pescatori. Non c’è nemmeno la baruffa dei ragazzi. Non ci sono donne. Un luogo a parte. Leggo e ricopio le pagine di Yaa Gyasi. Tanto per fare. Per cercare le parole. Non ho voglia di essere qui. Ma cammino dai sotterranei agli alloggi del governatore. Compro collanine. Dico alla guida che il suo raccontare è eccellente. Guardo i turisti afro-americani. Hanno autisti vestiti con la divisa dell’agenzia. Neri con neri. Pelle scintillanti. Ho la sensazione che qua dentro non si sudi nemmeno. Hanno davvero reso innocuo questo Castello.

Fuori il ragazzo ha inciso il mio nome su una scorza di cocco. ‘Per te’. E io non lo guardo. Non se la prende più di tanto, la lotteria della vita, mi chiamerà con il mio nome per tutto il tempo che sono qui.

Non capisco niente in Africa.

‘Adesso i liquami sul pavimento del sotterraneo le arrivavano alle caviglie’.

Il sotterraneo è vuoto, le muffe sulle pareti (verdastre, nere, sporche) appaiono come decori. Hanno ripulito ogni traccia. Lasciato i simboli. Oggi vi sono nuove strade la tratta degli uomini. Vi saranno altri monumenti fra duecento anni. Sono stanco di monumenti.

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