Picciano-Gravina di Puglia/Grano, incendio, Difesa Grande, il volo dei falchi. Latinoamerica?

Hanno tagliato il grano

La facciata del santuario benedettino di Picciano, alle porte di Matera, è latinoamerica. Alle sei e quarantatré del mattino di un giorno d’autunno che scorre agli inizi dell’estate ho solo questo pensiero nella solitudine di questa collina. Non c’è nessun segno di vita. Nessun canto di monaci. Nessuna traccia del sacro. Ma le pietre della grande chiesa sono davvero un altro universo. Posso immaginare gli inverni di questo luogo. La Madonna ama i luoghi solitari. Scossi dal vento.

Latinoamerica a Picciano

 

Matera è di là

Possiamo riprendere ‘il cammino materano’. Che, per spirito di contraddizione, sarà controcorrente: diventando ‘cammino barese’, dai confini della Lucania al mare della Puglia. Oggi vi è il grande semicerchio della Difesa Grande da attraversare, il bosco più grande della terra di Bari, quasi duemila ettari, pineta e querceti, devastato da un incendio lo scorso anno. Gli alberi anneriti sono compagni di viaggio. Questo è un viaggio fra campi di grano, bosco che si ribella alle fiamme, che cerca di rinascere, canto di cicale e antiche storie di pastori che hanno lasciato nel paesaggio jazzi, masserie, poste, vasche per l’acqua. Difesa Grande sta per ‘proibizione’, per bosco che non può essere diviso. Può esservi pastorizia, ma non agricoltura in questa terra. Non si può dissodare. Il bosco è bene comune. Qui si veniva per raccogliere legna e ghiande e si conviveva con i pastori.

Il cane bianco

 

Casello per camminanti

Il primo cammino è sull’asfalto, i tornanti che conducono al borgo di Picciano B. Lettere dell’alfabeto per un nome. Non potevano dare due nomi diversi ai due paesi? Si esce dal bosco, si sfiora l’ingresso della Taberna del Brigante, al primo bivio si va verso destra, in direzione Grassano. Fuori dal bosco, il viaggio è fra i campi di grano. Due cani bianchi, allegri ed eccitati dalla mattina, decidono di farci compagnia. Almeno fino a confini dei loro territori. Discesa, fino alla prima casa del paese. La prima di ventinove case allineate lungo la strada. Non si entra a Picciano B: si compie, all’altezza di un campo di pannelli solari, una inversione di marcia e si cammina su uno stradello sterrato. Fra il grano esausto dall’attesa di essere tagliato. Buoni i segni verdi e gialli dei Cammini Materani (ma il cammino è segnato per chi arriva da Gravina e quindi, a volte, non sono visibili).

Crinale del grano

 

Crinale del grano

Crinale del grano. Alto sull’avvallamento del Canale dell’Annunziata. Si sale, si gioca con bivi e trivi. Potete contare sul vostro intuito o sulla fortuna. Si segue quella che appare la viabilità principale. Si sfiora una ‘campagna’: una macchia di olivi, un breve filare di ciliegie amarene. A un casello del metanodotto, brusca deviazione sulla sinistra (segno invisibile per chi arriva da Picciano), sempre alla ricerca del crinale per salire fino al bosco della Difesa Grande.

Vento

Alle otto e trentuno comincia a piovere. La pioggia insegue i camminanti, la mia mantella è pessima, mi ci incastro. Ecco i confini del bosco, dell’incendio, pini bruciati, alberi anneriti. Discesa a tornanti lungo una strada asfaltata.

Adesso diventa difficile raccontarvi del cammino. Date retta: scaricate la traccia da qui: https://www.movimentolento.it/it/resource/statictrack/il-cammino-materano/….

 

L’incendio di Difesa Grande

 

Difesa Grande

Dopo un ponticino (c’è un cartello per chi proviene dalla direzione opposta che indica il limite di velocità a 30 Km), c’è uno stradello forestale che va a sinistra ed entra nella pineta. Adesso dovete seguire questo cammino, ignorare i bivi, attraversare tutta la pineta, ricordare la forza terribile del fuoco e accorgevi, perché le cicale non cantano più, di essere entrati in un querceto per poi ritrovarsi sotto lo jazzo Finocchio e la conca del lago stagionale Vasapia. E’ un percorso di incertezze, solo la traccia su GoogleEarth può aiutarvi. Jazzo Finocchio è un bel luogo: il cammino sfiora un pozzo e una grande vasca. Le rovine della grande costruzione sono sulla collina.

Incrocio con una carrabile, si va a sinistra, si esce dal bosco e si cammina per una steppa mediterranea. E’ una terra patagonica. Decisamente questo è un viaggio latinoamericano. Vecchi fili spinati: il vento fa suonare il metallo. Ricordo gli alambradi dell’Argentina solitaria. Nostalgie. Incertezze di lacrime. Piango sempre troppo. Per me, per te, per le terre che non rivedrò.

Il campo di calcio nella brughiera

Sorprendente visione: un campo di calcio nella brughiera. Meglio: le due porte metalliche di un campo dove folletti notturni devono darsi appuntamento per giocare. Piacerebbe a Camus e Osvaldo Soriano questo posto. Il pallone si impiglia nelle piante pioniere che hanno riconquistato il terreno. Si va avanti come marinai di una prateria sconfinata. Da qualche parte, qui vicino, c’è lo jazzo Campanale.

Segnaletica

Di nuovo nel bosco. Un giovane querceto. Fino alla strada asfaltata che sale da Gravina ed è diretta al vivaio comunale di San Nicola della Macchia. C’è perfino una pista ciclabile in disuso. Si rientra subito nel bosco, si sfiora un altro grande jazzo (che sia quello che sulla mappa è chiamata ‘Stazione Ippica’?) fino a un quadrivio. Fatevi aiutare dalle tracce del cammino per capire che al primo grande quadrivio dovete andare a destra e proseguire nel querceto.

Ho sempre amato le rotoballe

Per oltre trenta chilometri, nessun incontro. Adesso spunta un fuoristrada dell’antincendio. Due operai a bordo. Qualche chiacchiera. Stupiti di trovarci qui. Non sanno niente dei Cammini Materani, ma sanno dello jazzo Finocchio.

La cappella della masseria Piedicotta

Lungo cammino pianeggiante fino ai confini del bosco. Bisogna scendere dal pianoro: a sinistra e poi, con un tornante, a destra (solo la traccia virtuale può aiutarvi, nessun segno, ma Gravina appare all’orizzonte), si scende, fra le ginestre, fino alla sorpresa della masseria  Piedicotta. Bellissima, con la sua cappella e i suoi campi di grano. Due giovani guidano immensi trattori: dissodano i campi del grano. Pattuglie di falchi naumanni sono sospese nel cielo: spuntano insetti e vermi dalla terra dissodata, cibo ghiotto per i piccoli nel nido. I falchi compiono picchiate verticali, altri stanno in stallo nell’aria. E’ un bel momento.

Incoraggiamento

Siamo al cammino finale: si scende fino al torrente Pentecchia di Chimienti. Si raggiunge una strada comunale malmessa e si va a sinistra. Bella questa valle: oliveti terrazzati, orti, filari di mandorli, grandi noci, una terra ben curata e amata.

La ferrovia di Gravina

Si segue la strada comunale, riappaiono i segni verdi-gialli dei Cammini Materani fino a quando, al termine di una salita, si deve andare a destra, scavalcare il torrente grazie a un ponte, e costeggiare una piccola ‘piantagione’ di alberi di palissandro. A destra, a mezza costa sulla collina: si punta verso la superstrada e la ferrovia. Un sottopasso consente la strada, i binari invece vanno scavalcati. E’ ora di salire a Gravina.

Divano rosso

L’ultimo cammino, siete stanchissimi dopo trenta chilometri, è bello. Provate a godervelo, a essere felici. Piove a raffiche gelide. E’ l’autunno in estate, ma gli oliveti sono magnifici. Muretti e terrazzamenti. Fino al crinale che conduce alle zone di archeologiche di Botromagno. Si sfiorano tombe e antiche pavimentazioni. Un giorno bisognerà pur scriverne, inventarsi storie.

Ci avvertono

 

L’apparizione di Gravina

Gravina si rivela con lentezza. Come una scenografia che emerge dal canyon. Altri orti, altri mandorli, altri noci. Cammino lastricato. Fino, nuovamente, alla ferrovia. Ancora un passo, un tabernacolo bianco e rosso. Sullo spigolo della fattoria-albergo della Madonna della Stella. Colori sudamericani. Questo lungo viaggio (trentatré chilometri, dice il telefono-factotum, 47.794 passi: avrei mai cominciato se avessi saputo che avrei fatto tutti questi passi?) finisce là dove è cominciato: dal latinoamerica irraggiungibile. Se solo credessi ancora ai presagi…

C’è il canyon, c’è la meraviglia dell’acquedotto, c’è Gravina. C’è la stanchezza.

Madonna della Stella/Latinoamerica

 

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