L’orchestra.1/La musica lascia segni sulla pelle

Leonard ascolta le audizioni dei violini

Duino, primo giorno

La musica lascia segni sulla pelle. Gli spallacci delle custodie degli strumenti arrosano le spalle. I violini e le viole giocano con il collo e depongono tracce come baci appassionati. Sono arrivate anche ragazze con bende a polsi e braccia. Troppa passione. Guariranno. L’estate e il desiderio sono toccasana. Intanto, fanno danzare una matita a seguire un ritmo sullo spartito.

A Duino, scogliera sul mare, primo giorno dei giovani musicisti. Primo giorno di prova. Ragazzi dai dodici ai diciotto anni: hanno una settimana per essere orchestra. Vengono dall’Europa, guardano a oriente. Sessantaquattro musicisti. Sono croati, polacchi, serbi, estoni, albanesi, ucraini, ungheresi, italiani. Hanno maestri dalle storie meticce alle spalle. Loro sono meticci. Sono intrichi di identità, di storie, di radici di terre diverse. A sera i ragazzi serbi hanno tifato Croazia.

Paolo mi aveva avvertito: ‘Li incontri e già avverti la malinconia di quando te ne separerai’. Al primo giorno, alla prima mattina, ne sono immune: guardo il loro talento e la loro bellezza. Sono solo spaesato. Ai margini dei cerchi. Ascolto la musica, non arrivo fino a comprenderla. Incantato. Non fotografo. Ma il mio compito è fotografare. Guardo i piccoli movimenti dei piedi che seguono un ritmo. Invidia.

E giro per le stanze di scuole che avrei voluto frequentare: presentatemi quel professore che appende poesie di Emily Dickson alle pareti, che mette un post-it con su scritto: ’Siete tutti creativi’, che lascia su una cattedra un consiglio di Warsan Shire. Lo ricopio, dovrei ascoltarlo se solo fossi migliore: ‘Documents the moment you feel most in love with yourself, what you’re wearing, who you’re around, what you’re doing…Recreate and repeat’.

I maestri chiedono di trasformare in musica i cieli della Finlandia, di suonare come cavalli al galoppo in un film di John Wayne, dicono di nuotare. Perché nuotare è libertà. E la musica ha i gesti del nuotatore. Prendo appunti. ‘Un neonato afferra il dito della mano, lo tiene, lo lascia: ecco, così bisogna impugnare l’archetto di un violino’.

Mi perdo nel labirinto dei bemolle, di ‘tre, quattro, and…’. Mi passa il pensiero di non essere mai entrato in un cerchio. Mi sarei nascosto dietro a una tuba, se solo qui ci fosse una tuba.

E poi Leonard. Ad Amsterdam, 1972 (ehi, c’ero anche io: Vondelpark, una notte di fuga). Adesso la tua foto su una porta della sala delle prove, e tu ascolti i primi e i secondi violini, vorresti partecipare alle audizioni, e portare Marianne a camminare sul sentiero di Rilke. Now so long, Marianne/It’s time that we began to laugh/And cry and cry and laugh about it all again. E’ tempo di cominciare a ridere di nuovo.

Se volete saperne di più, perché io non ve la spiego, su questa storia, su questi musicisti, sui loro maestri, cercare la European Spirit of Youth Orchestra, www.esyo.eu.

 

 

 

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