L’Orchestra.3/Bach is jazz

Duino, terzo giorno

Tamas, maestro di archi, si preoccupa della macchina fotografica: ‘Non è un momento buono, stiamo soffrendo’. Un pezzo molto difficile. I ragazzi diventano serissimi. Ci provano, e riprovano, nelle pause continuano a muovere labbra, mani, piedi, cercano l’intesa.

Oggi l’orchestra si sta formando. Si raggruppano gli ottoni, si incastrano le sedie una sull’altra, ingorgo di violoncelli e violini, i tre contrabbassi si schierano contro le finestre. Controsole, sfiga per il fotografo. Incastri di corpi, capelli e strumenti, gomito a gomito, archetto che sfiora quello del vicino. Tamas è una macchia di sudore: ‘Strong, strong’ e stringe i pugni. Appare felice.

‘If you are pleasure, you play good’, insomma, ho capito. Cerco di interpretare: ‘Pesante is like crescendo in forte’. Mi affascina il gramelot di frontiera, il gramelot della musica. ‘Suona macho’, a naso conto più ragazze che ragazzi qua dentro. Ma si fa per capirsi. Dai, un po’ di energia. ‘More sostenuto’.

A sera si riuniscono i ragazzi del coro. Musicisti e cantori. In una stanzetta minuscola in cui le voci si urtano l’un con l’altra. E il maestro di coro ricorda: ‘Bach is jazz’.

Nella notte si scende al mare. Con la pizza. Che meraviglia.

E meraviglia sono i passi di Rilke. La donna dell’edicola (che vuole cambiare mestiere) mi tenta con Rainer Maria. ‘Si è vero le primavere chiedevano di te. Delle stelle’. E allora camminiamo sull’orlo della scogliera. Nelle ore del caldo. Camminiamo parlando sul sentiero di Rilke. I tromboni ci salutano, le percussioni hanno un ultimo rullio. ‘Perché al restare non v’è dove’. Non devo leggere queste parole. ‘Strano, i desideri non desiderarli più’. Oggi sul cammino, si fanno esercizi di ginnastica e si affinano i corpi. Come camminava Rilke? La birra e le parole. E poi ‘Il vuoto entrò in quella vibrazione, che ora ci travolge e ci consola e ci aiuta’.

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