L’Orchestra.9/Dove gioca Kalinnikov?

Il sole bianco, l’oro dell’ottone

Camerino, giorno nove

 

Silvia mi dice: ‘Il terremoto dura per sempre’.

E mi devo arrendere: ha ragione. Non ci sono rumori a Camerino. Potrei giurare che nemmeno gli uccelli cantano, non ci sono le cicale nonostante la giornata del gran caldo. Non ci sono giochi o pianti di bambini perché non ci sono i bambini.

I ragazzi avevano cullato una speranza: costruire (e non ri-costruire) un mondo nuovo. Si sono resi conto che non è possibile.

Telefono a Santa Giusta, il paese nel quale ho vissuto per alcuni giorni lo scorso anno. Rita è ancora lì: ‘Siamo rimaste in tre vecchie’. La invito al concerto: ‘Nessuno può accompagnarci’.

Però Silvia e Francesca, libraie a Matelica, si ostinano a fare ‘progetti’. Pensano un futuro.

E i ragazzi di ‘Chiedi alla polvere’, ad Arquata?

E se la musica potesse dare una mano? E’ sufficiente la musica?

 

Oggi ho malinconia addosso. E non riesco a scrollarmela.

 

Tommaso a colazione: ‘La musica è come l’arte marziale. Esercizio quotidiano, determinazione, preparazione per qualcosa che potrebbe non accadere mai’. Ma se accade…

Almeno mezz’ora per riscaldare il clarinetto. Teoria e pratica del calore. E Dario ne deve scaldare due. Il tempo e la musica.

I trombonisti cercano la solitudine. Si raggruppano. Stanno assieme. Karol e Lorenzo si chiudono in due stanze vuote all’ultimo piano dell’auditorium. Incuranti del caldo. Raggi di sole, bianchissimi, scintillano sull’ottone, come un incoraggiamento. Devono avere inquietudini, i ragazzi dei tromboni: cambiano spesso luogo la gente dei fiati, come se cercassero un’intesa fra geografie e musica. Li sorprendo all’aperto, nell’ora del sole africano. All’ombra, sfidano il caldo per cercare un suono comune.

 

Ho nel cuore Kady, violinista estone, maestra dei secondi violini. Guarda con felicità i ragazzi. ‘A noi non era consentito viaggiare, non ho mai potuto vivere un’avventura come questa’. E, nei suoi occhi, passa un’ ombra di malinconia per la sua adolescenza. Come glielo spieghiamo ai ragazzi che appena tre decenni fa, c’era mezza Europa che alzava muri per impedire di viaggiare? Come glielo spieghiamo che abbiamo creduto che nessuno avrebbe alzato mai più dei muri e che così non è andata?

 

Dove gioca Kalinnikov? In che ruolo? Il pub Asterix apre solo per noi. Per farci vedere la partita. Nenad potrebbe dirigere il coro degli inni nazionali. I ragazzi croati si alzano in piedi, ridendo come matti. Io vorrei cantare la Marsigliese, Humphrey Bogart ha fatto un cenno con la testa e la piccola orchestra si è messa a suonare. Come glielo racconto ai ragazzi di una notte a Casablanca? Di un grande amore, di un’amicizia, della nebbia, di una bottiglia scaraventata in un cestino. Ho già provato a raccontare a una clarinettista di Modena che in quella città c’era un caffè e qualcuno, il 29 settembre, vi si era seduto. Poi ho guardato la data: 1967. Ah…

 

Ci godiamo la finale dei Mondiali. La partita dei migranti. Liberi di tifare per i croati (i più) e per i francesi (io, insomma, e Paolo). Sudiamo sotto il gazebo, vanamente un condizionatore cerca il vento. Ma il sudore fa parte del calcio, qui dentro voglio stare. Il mondiale è una storia meticcia. Come un’orchestra. I ragazzi tirano fuori un pallone e si prendono a pedate. Mi viene addosso il pensiero che ci vorranno altri quattro anni per un mondiale. E poi in Qatar che Mondiali del cavolo: va bene, ammettilo: questa è vecchiaia. E quattro anni sono troppi. Mi riguardo la corsa di Tardelli, e il girotondo di Grosso.

 

E i tromboni, alla stanza 98, continuano a suonare. Si fanno lavatrici su lavatrici. Il concerto è fatto di panni da lavare, kebab dall’afgano (una storia da profugo, un matrimonio in Sicilia), patatine con rivoli di ketchup, due chilometri a piedi per raggiungere il teatro delle prove. Si avvicina l’esordio, il debutto. E la compagnia si ingrossa. E’ arrivato Paolo.

 

Davvero, non ci sono rumori a Camerino. Datemi almeno una chiacchiera di uomini nella notte. Mi piacerebbe una parata di ottoni per le strade del centro. Per scuotere il vuoto. Mi addormento con Patti Smith, mi dico che il dio delle sinfonie è comprensivo.

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