L’Orchestra.10/Il nonno di Igor

Abbraccio

 Camerino, giorno dieci

 

Alla fine arriva Paolo. Stanco di treni e chilometri. Arriva affamato. Ci vuole una birra. Gli occhi sorridono nello scorrere sui volti dei ragazzi. Alcuni già lo conoscono, qualcuno ne ha fatto perfino un’imitazione. Ticchettano gli archetti in segno di accoglienza. ‘Paolo è il nostro nuovo strumento’, dice Igor. La voce cerca un pertugio fra le note, gli accordi si danno di gomito per trovare spazio alle nuove vibrazioni. Paolo osserva, come un ragazzo, i gesti del direttore dell’Orchestra. Aspetta il suo segno.

 

Jackie Stewart, Mario Andretti

Igor solleva scatoloni. Lavagne portatili. Le alza sopra la sua testa. Ci sono Pablo Picasso e Pablo Neruda, Herbert von Karajan, Claudio Arrau, Yehudi Menuhin. E Maria Callas. E poi Mario Andretti e Jackie Stewart. Come fa un ragazzo di sedici anni a conoscere Jackie Stewart? Un pilota di Formula Uno e un direttore d’orchestra. ‘Si sono spinti ai limiti delle capacità dell’uomo’. E chi è Raffaello Sanzio? Un disegnatore. Beh, vicino, quasi, insomma. Però chiedere a degli adolescenti di Marcel Proust mi sembra malizioso. E Victor Hugo? Uno scrittore. Bene. Sì, i Miserabili. Bisogna capire qualcosa nel trabocchetto di Igor? Io penso che ai ragazzi chiedo dei Rolling Stones e di Sfera Ebbasta. E il contrabbassista albanese mi fa ascoltare Noisy.

 

Responsability

L’ultimo personaggio della lezione di musica è ‘responsability’. Dove ho già sentito questa parola? Responsabilità. Questi ragazzi hanno cura e distrazioni. Non ripongono la responsabilità nella custodia degli strumenti, non la nascondono. La musica è una guida per i passi lungo i corridoi, per il risveglio della mattina, per la spesa al supermercato. Magda smarrisce la borsa con documenti e soldi, ma un secondo violino ha vista la sua sacca negli anfratti di una poltrona di velluto. Applausi per il ri-trovamento. La ragazzina merita i tre minuti, a quattordici anni, della sedia del primo violino, l’abbraccio e il baciamano del maestro.

Io rimango fuori dalla mia stanza. Cosa non dovevo smarrire? La chiave per tornare a casa. Dove sarà finita? Responsabilità?

‘Non aver paura di sbagliare, metti l’intenzione di far bene’. La stanchezza di prove infinite si abbraccia con una sottile tensione. Si avvicina la sera dell’esordio. Finta di nulla. ‘I fiati non soffiano’, si preoccupa Tommaso. Prove nei momenti della pausa, prove che si infittiscono, nella notte, in ogni momento che non è più libero. Il primo strumento, il capo-sezione, non deve essere il migliore, deve saper indicare il cammino.

Ivan può riposarsi. Ha camminato per sette anni. Che destino essere nato nel 1896 a Trieste. Vuol dire avere diciotto anni nel 1914. E una divisa austroungarica sulla tua gioventù. La guerra in Galizia (dov’è la Galizia, i ragazzi polacchi scuotono la testa nel dubbio). Ivan è ferito e l’impero va in pezzi. Nel sangue cambia il volto dell’Europa. Una nuova divisa per il soldato Ivan: l’esercito serbo. Ancora una ferita, le corsie dell’ospedale di Odessa. Come si torna a casa in un’Europa incenerita? Andando verso Oriente, il giro del mondo, la Terra è una sfera. Si va Oriente per finire a Occidente. A piedi, fino a un luogo che si chiama Vladivostok. Ci sarà pure una nave per il Mediterraneo. Per Dubrovinik, ancora un passo, fino a Belgrado. Trieste. Sono passati sette anni. Quanto sono lunghi sette anni a piedi? Ci sono i fascisti ora a casa tua e Ivan, nonno di Igor, si ritrova, da sloveno, in un confino nel Meridione d’Italia. Storia di un uomo nella Storia. Penso ai migranti dell’Eritrea, del Mali, del Sudan, del Gambia: fra un secolo canteremo la loro epica, il loro coraggio, la loro morte, i loro passi infiniti? Sì, lo faremo. L’Orchestra ha questo compito: raccontare un cammino, raccontare l’Europa. Dire ‘a chi è giovane adesso’ che ‘settant’anni di pace sono un’eccezione nella nostra storia’. I musicisti ‘rispondono con l’armonia al raglio dei seminatori di zizzania. Trasformano in sinfonia ciò che l’Europa fatica sempre più a orchestrare. La magnifica pluralità delle sue voci’. Responsabilità, appunto. ‘Ringraziare desidero’ l’Europa.

In sei giorni, i ragazzi sono diventati Orchestra. Ora conoscono Sibelius e il suo poema sinfonico. E, posso giurarlo, adesso anche io vedo il paesaggio della Finlandia prendere forma, colori e nuvole e mare davanti a me. Ascolto, con tremore, i passi degli invasori nella marcia degli ottoni, ascolto la resistenza e la ribellione dei violini, l’ostinazione delle viole. Ci sono tracce di felicità nell’aria.

Una tempesta si scatena, nella notte, su Camerino. Ho lasciato la finestra aperta. E ho mal di gola. La febbre. Gli occhi pieni di sabbia.

 

 

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4 pensieri riguardo “L’Orchestra.10/Il nonno di Igor

  • 17 Luglio 2018 in 19:04
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    Questo pomeriggio ho fatto una scoperta meravigliosa (ESYO). Ammiro Rumiz per quello che scrive mi ricorda mio padre si mio padre nato nel 1895 che mi ha concepito a 59 anni e che ha combattuto per circa due anni in trincea durante la Grande Guerra. Grazie

    Risposta
    • 18 Luglio 2018 in 8:23
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      Ciao, Nicola, grazie a te. Ho girato il tuo messaggio a Paolo. Come hai fatto a scoprire Esyo?

      Risposta
  • 20 Luglio 2018 in 10:37
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    buongiorno Andrea, non ci racconti nulla dei primi concerti?

    Risposta
    • 20 Luglio 2018 in 14:09
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      Non cosa sto facendo, scrivo a notte fonda e al risveglio non trovo più parole.

      Risposta

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