I ragazzi di Managua

 

I ragazzi ai funerali di Gerald (foto di Evelyn Flores)

I venti anni di Gerald Vásquez, ucciso, l’altra notte, da un proiettile alla testa durante l’assedio di paramilitari e polizia alla chiesa della Divina Misericordia a Managua. Nemmeno un cardinale è riuscito a salvarlo.

Scriveva Paul Nizan: ‘Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita’.

Da dieci giorni, vivo assieme, in una splendida bolla di musica, assieme a sessantacinque ragazzi che a vent’anni non arrivano. Sono musicisti di talento. Ne guardo le passioni, le notti senza sonno, gli sguardi seri e la timidezza appena posano gli strumenti, oramai ne conosco l’orgoglio da musicisti. Ne avverto, anche se non riesco ad afferrarla, l’energia. Li osservo mentre suonano e mentre si lavano le magliette. Ne vedo le occhiaie e i sorrisi. Dove sarebbero se, in questo momento, si trovassero a Managua? Dove sarebbero se fossero nati in Nicaragua e fossero studenti dell’università sgomberata con la forza sabato scorso? Leggo i messaggi, le grida, la disperazione dei ragazzi conosciuti nel tempo del Nicaragua. Gli artisti, i giovani poeti, i musicisti, gli attori, i fotografi li scorgo nelle manifestazioni. Ho paura per loro. Ecco, dove sono i ragazzi. Non vedo gli altri, i loro avversari, quelli che si chiamano ‘Juventud Sandinista’, vedo le foto di uomini incappucciati. Scrive S.: ‘Siamo in guerra’. E so delle sue lacrime. Scrivono i ragazzi, a viso aperto. Con il loro nome e cognome. ‘Siamo studenti, non siamo delinquenti’. E muoiono. ‘Eran estudiantes, no eran delincuentes’. Prima dell’assalto alla università, ho ascoltato il loro addio alle famiglie.

E io ho in mente un’altra lettera che un altro ribelle, un altro poeta nicaraguense, un altro giovane, Rigoberto López Pérez, sessanta anni fa, scrisse alla madre prima di andare a uccidere il tiranno Somoza. Aveva 27 anni, Rigoberto. Venne ucciso, sapeva del suo destino. Ai ragazzi puoi togliere tutto, ma non la libertà. E’ stato così in piazza Tahir al Cairo, è stato così mille anni fa a piazza Tienanmen a Pechino, sono stati i ragazzi a saltare per primi il Muro di Berlino, è stato così a Tunisi, a Istanbul per gli alberi di Gezi Park, ad Addis Abeba, a Genova (le loro mani bianche contro una violenza orribile), e mezzo secolo fa in piazza delle Tre Culture a Città del Messico. E, nei nostri vent’anni, i militari cileni non ebbero pietà dei ragazzi di Santiago. Ancora oggi cantiamo: ‘Te recuerdo Amanda’.

Ho paura per i ragazzi. E l’impotenza silenziosa disegnata nella pelle. Un altro mondo non appare possibile, eppure ci era apparso a portata di mano. In Turchia, in Egitto, in Cina hanno tolto i sogni ai ragazzi. Non hanno organizzazione, non vogliono il potere, tentano la libertà, vogliono solo la libertà, l’idea della libertà. Niente altro. La semplicità complessa della libertà. Siamo sempre lì: libertè, egalitè, fraternitè. Come è difficile. ‘La semplicità difficile a farsi’.

In Nicaragua la rivolta è divampata per la minaccia di controllare il web, per l’inerzia del governo nel combattere il colossale incendio di una riserva naturale, per tagli alle pensioni (alle pensioni!): sono state le gocce che hanno fatto tracimare l’acqua che pretendeva questa cosa misteriosa che è la libertà.

Io sto vivendo con ragazzi polacchi, croati, serbi, albanesi, rumeni, estoni: non possono nemmeno immaginare come era la vita dei loro padri, rinchiusi dietro le sbarre di paesi dai quali non potevano muoversi. Togliere ai ragazzi la libertà di viaggiare è un’oscenità. Conosco i ragazzi dell’Eritrea, una terra amata dove crescere oltre l’adolescenza è, da oltre vent’anni, una colpa da punire con un servizio militare illimitato, con una prigionia asfissiante (chiedetevi perché i ragazzi scappano dall’Eritrea e sfidano il deserto, la ferocia dei carcerieri libici, il Mediterraneo).

Ho paura per i ragazzi di Managua. Ai tempi della tirannia dei Somoza essere giovani era un crimine. Oggi come allora? I ragazzi cominciano le Rivoluzioni, poi arrivano coloro che un piano ce l’hanno, che sanno quando approfittare dei varchi aperti dai ragazzi. Arrivano gli avvoltoi. E allora le speranze e il futuro vengono calpestati. ‘Avevo vent’anni e non permetterò a nessuno che è la più bella età della vita’. Paul Nizan morì a 35 anni a Dunkerque. Gerard Vásquez è morto a vent’anni nella ribellione di Managua.

Vi è una sola certezza: i ragazzi non smetteranno mai di pretendere la libertà.

(foto di Evelyn Flores)

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