Orchestra.11/Bollicine

Sete

Camerino, giorno undici

 

Vi avverto: è stata una giornata di umore storto e sotto i tacchi. La mia, ovviamente. I ragazzi sono in una nuvola splendente. Le mie ore si risollevano solo a notte quando una luna a falce si è messa a giocare con Venere e il cielo si è fatto di un blu perfetto come una sinfonia di Mahler (l’Orchestra mi sta contagiando, tranquilli, passerà…). Riemergo solo quando un oste greco, dall’accento marchigiano (migrazioni, no?),  porta in tavola un’eccellente retsina. Mi mancava il suo sapore di legno e resina.

La giornata di graffi mi ha riportato nel mio mondo: le conferenze stampa, i microfoni, i rituali della ‘comunicazione’, i progetti europei, i giornalisti con aria da dovere annoiato. Alla fine do ragione a Paolo: ‘Credo sempre meno alle parole, mi affido alla musica’. Se lo dice lui, che fa il narratore.

Eppure Lorenzo ci ha provato a punzecchiarmi: ‘La mia ragazza dice che si accorge che non suono da tre giorni. Ho le labbra più morbide’. Come devo interpretarlo: ‘Meglio suonare o meglio baciare?’. E un bacio a labbra dure com’è? Ci sono ragazze che suonano il trombone? Tommaso, maestro di legni, è felice per gli ottoni (li ha condotti per mano): ‘Meritano una birra, sono straordinari, hanno lavorato molto’. A sera, davanti alla lavatrice, sorprendo gli ottoni che ascoltano Mahler (colpa loro, allora, del contagio) con l’eccitazione di un tifoso di fronte a Ronaldo. ‘Ci credo, è un trionfo di tromboni’. Non ricordo chi diceva: ‘Non guardate negli occhi i tromboni, li incoraggereste’.

Tommaso gongola: ‘Non ho mai sentito un suono così. Non ce l’ha nessun’altra orchestra. Suonano in maniera diversa. Sono giovani e sono stati scelti per la loro diversità. I direttori vogliono che i propri musicisti suonino tutti alla stessa maniera: qui no, qui c’è la ricchezza della diversità, la bellezza della biodiversità della musica’. E mi invita: ‘Senti, è caramello, senti le sfaccettature, sono bollicine’. Provo a sentire, prendo appunti, non dovrei. Orecchio privo di ogni allenamento. ‘Non si rendono conto di quanto è difficile quello che fanno’, ripete Igor. E se la prende con i percussionisti che si muovono di continuo sul palco.

Scopro che il vecchio Modest Musorgskij ha guidato la danza delle streghe in ‘Fantasia’. C’è una campana alla fine: ecco, va in ritardo il rintocco. C’è da guardare il direttore e non lo spartito.

Karol continua a picchiettare il suo piede. Lorenzo glielo pesta. Il ritmo è nel cuore, ricordi? Anche Mirko, il maestro dei tromboni, pestava il piede di Karol.

Gli oboisti usano, per sistemare i propri strumenti, carta da sigarette e bicchierini di rakija. Trucchi.

E adesso sono troppi a chiedermi di mandare per mail le foto, io ho già perso ogni originale, in una cassapanca di foto.

Non andiamo al Sud, il giro dell’Orchestra si improvvisa. Il Sud si nega, non siamo stati convincenti. Niente Lucania, non torno a casa, non torno a Irsina, non torno a Matera. Nascondo il graffio e la malinconia. Una cura per la cicatrice. Già immaginavo parata di ottoni per il Corso. I ragazzi avevano voglia di Matera. Niente soldi, come muovere ottanta persone, due pulmann, due furgoni? Andremo nel terremoto. A Norcia. Idea di Paolo. Omaggio a San Benedetto, patrono dell’Europa, il santo e il monaco che seppe credere, in tempi bui (come questi?) in un continente e rese più lieve il Medioevo, gli restituì un orizzonte di speranza. Sapremo vedere Benedetto, oggi che alziamo muri? Ho davvero la sensazione che qui, in queste montagne, si decida il destino dell’Appennino, di un pezzo d’Italia: qui si gioca l’anima più importante dell’Italia. E ho anche il timore che sia una partita perduta. Per questo la malinconia? Per questo il giorno storto? Per l’abbandono dell’Appenino? ‘Bisogna venire qui quando il sole è basso’.

 

 

 

 

 

 

 

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