Orchestra.12/La luna sopra la musica

Prima del concerto

Spinea, giorno dodici

Un attimo prima. Il maestro Igor abbassa la bacchetta. Si fa serio. Debutto dell’orchestra, primo concerto. Nella bellezza sorprendente del parco Nuova Gemma di Spinea. Dov’è Spinea? Entroterra di Venezia. ‘Fino a ora avete lavorato. Avete lavorato duramente e bene. Stasera suonate davanti a un pubblico. La prima volta. E deve essere una gioia. La felicità di condividere la vostra musica con altri. Siamo felici per loro, per chi viene ad ascoltarvi. Enjoy your performance, amate la vostra musica, lasciate che vi prenda per mano’.

I ragazzi hanno seguito il consiglio di Igor.

 

Credo che per quasi tutti i sessantasei musicisti di questa orchestra di ragazzi sia la prima volta che suonano assieme davanti a un pubblico. Sono un’Orchestra. Era musicisti solitari appena dieci giorni fa. Eppure, nelle ore prima del debutto, non vedo traccia di paura, timore, stress. Arrivano le pizze. Margherita. C’è fame. Si mangia su tavolinetti di legno. I ragazzi non cambiano: è come se fosse giorno di prove. O vogliono dare questo senso di sicurezza? Saltano fuori abiti scuri, si lustrano le scarpe nere, le ragazze si truccano a vicenda, raddrizzano la piega dei pantaloni, giocano con i capelli. Metamorfosi: erano ragazzini in sandali, calzini colorati e jeans strappati. Ora sono musicisti serissimi. Men in black sotto la luce arancio dei lampioni. Sotto una luna, felice di essersi impigliata fra gli alberi del parco.

 

Poco prima avevo sorpreso Bleart, contrabbasso albanese, a giocare con le papere dello stagno. ‘Ci sono anatre, tartarughe, pesci. Vivono tutti assieme. Ci pongono domande?’. Lo guardo con stupore. Se ne va a prendere altro pane da lasciare alle anatre.

 

Giornata folle. Infinita. Via da Camerino, due pullman, due furgoni. La musica è caricare gli strumenti, incastrare l’arpa, trovare spazio per la grancassa. E’ fatica, sudore, muscoli, tempo. E chilometri. Io vorrei, ma non oso, canticchiare: ‘E un’altra città per cantare…’. Dove sei Ron? Beh, i ragazzi ascoltano musica balcanica…Elisa, Igor, Paolo lavorano per tutto il viaggio. Mille guai da risolvere, parcheggi, stanze, pizze.

 

Chilometri, aree di servizio, caldo di luglio, computer, piccoli corri dal fondo del bus. Acquisto quasi di massa: patatine Pringles e lentine di cioccolata. Devo farmi raccontare il trucco delle Pringles.

 

Bello, il parco di Spinea. Panchine, bambini, anziani, birre e gelati, una pista per pattini, laghetto, una cabina del telefono che è diventata biblioteca. Dove siamo? Mi raccontano di comunità di senegalesi e bengalesi. Ibrahim scrive su un manifesto della scuola: ‘Il mio cibo preferito è la pizza kebab. E tifo per la Juventus, la squadra più forte del mondo’ – il mio dissenso su quest’ultima affermazione -. Spinea dà fiducia nel futuro. Il prato del parco si riempie di gente, si aggiungono sedie. Paolo parla di Europa, i ragazzi sono una meraviglia. Alle mie orecchie profane, ma anche alle orecchie dei maestri.

 

Che universo è questo? Alla parola ‘Europa’ qui ci sono brividi a fior di pelle. All’Inno d’Europa, l’Inno alla Gioia, si alzano in piedi. Applaudono. ‘Perché non bastano questi incontri a fare l’Europa?’, chiede Paolo.

 

Igor chiama in prima fila Filippo e Sofia e i loro dodici anni. Prima tromba, primo violino. Poi i quattro ragazzini estoni: due giorni di viaggio per arrivare fino a qui. E Bleart (il solo che abbia un tatuaggio: un alieno sul collo e Paolo deve andare fino in Cina per cercare un Alien, per trovare una frontiera, verso Oriente riesci a sentirti fratello a mille popoli) ha viaggiato per ventidue ore di bus per suonare il suo contrabbasso.

Agli applausi i ragazzi diventano seri come un professore di università. Dai, saltapicchiate un po’, un sorriso di più. Ce l’avete dietro gli occhi, si vede. Fate finta che questo non sia un palcoscenico.

 

E’ che non so raccontare i concerti. Mi venne bene, anni fa, solo un articolo sui Jethro Tull. Il flauto di Ian Anderson. Vorrei intervistare Nada. Mi accorgo di essere in un altro pianeta. Poi mi distraggo: cerco le note, il cielo, gli alberi. Non fotografo, non prendo appunti. La musica conduce, per la durata di un concerto, in un altro universo.

 

Poi la gente se ne va. E ci sono le percussioni da rimettere sul furgone

, i mixer e i fari da smontare, i ragazzi tornano ragazzi. E di andare a letto è difficile partire. Ma domani ‘un’altra città per cantare’.

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