L’Orchestra.13/Bologna, oh cara

 

 

Per un secondo l’Orchestra ha suonato per lui

Bologna, tredicesimo giorno

E se, a fine nottata, dopo esserci districati nella tempestosa movida dei portici bolognesi (i buttafuori sono cloni, meno aggraziati, di Superman: Manuel, che ne sa, mi spiega che molti immigrati trovano lavoro nella ‘sicurezza’. Devo pensarci su), scopro che le pagine del mio taccuino sono bianche. Nessun appunto, nemmeno una parola. Non è successo niente?

 

Deve essere la stanchezza. Un’altra premessa: Bologna muove, in maniera strana, il mio cuore. Lo occupa. Scaccia ogni altra terra. La città si sistema nella mia pelle, come se avessi sempre vissuto qui. Non vibra di lacrime, non ha compassione per me, ma ha il sorriso della buona memoria. Bologna si addice alla piccola gioia.

 

I ragazzi camminano sotto i portici, passano, con gli strumenti, sotto i vecchi murales immalinconiti di Francesco Lorusso, di Sandino, dei guerriglieri curdi. Non ne sanno niente. E come potrebbe essere altrimenti? Io ho il mio sbandamento senile: quarantuno anni fa, piazza Verdi, via Zamboni, il palasport. Deleuze e Guattari. Marco Boato. Sapevamo che tutto stava finendo, che, come sempre, nei mesi a seguire, il territorio sarebbe stato occupato dai ‘cattivi’. Non volevamo la guerra, non era più tempo di pace, intuivamo, senza volerlo sapere, che era finita la speranza, ma fu deciso di finire in bellezza. I tre giorni di Bologna, a settembre, Bologna, oh cara. Toh, sapevamo anche di lirica, mentre ascoltavamo Janis Joplin. Va bene, queste righe sono solo per la mia nostalgia mentre guardo l’angolo di piazza Verdi. Stasera, i ragazzi suonano qui.

 

I concerti sono attese: si aspetta i bus (c’è chi va a tagliarsi i capelli, chi mangia un gelato, chi cerca di far funzionare il cellulare), ci si addormenta in viaggio, io scrivo in equilibrio su uno strapuntino, il maestro dirige, quasi sognando, un’orchestra immaginaria. Sosta all’autogrill, pranzo a panini. Finalmente realizzo il desiderio di ordinare un Bufalino, anche se sono sempre tentato dal Camogli o dall’Apollo. Fatemi conoscere il copy e, soprattutto, chi decide i prezzi. Cinque euro e venti. Perché i venti? Utilità marginale?

 

Bologna è un puzzle. Città meticcia.  portici sono rifugio di studenti (giorni di lauree), di sfaccendati felici, di ragazzi che vivono a mille chilometri dal loro Sud, di bariste leccesi, di disegnatori materani, di feroci gestori di pub inaciditi dal commercio, di punkabbestia sempre troppo uguali a loro stessi, di ragazzoni neri con addosso divise con su scritto: ‘Servizio’, di abiti lunghi (della serie: guardatemi) di chi sale alla ‘festa privata’ sul terrazzo che dà sulla piazza. Posso salire anche io? Conversazioni via radio dei vigilanti. ‘Due secondi’, troppo buoni. Ma sono sul terrazzo, guardo l’Orchestra dall’alto. Bologna, oh cara.

 

I ragazzi, nell’ora di libertà, sciamano verso piazza Maggiore. Piazza Grande. ‘A modo mio avrei bisogno di carezze anche io’. Qui, per i quaranta anni di Guccini. Quanti anni ha oggi Francesco? E queste torri, mi chiede Nenad? ‘Little donkeys’. Il Mercato di Mezzo e le sue tagliatelle. Mi sento a casa. Un inchino alla Feltrinelli, una notte di un autunno, una libraia con un orecchino al naso.

 

Ecco, Bologna mi ha distratto. Io, per intesa silenziosa mai concordata, devo scrivere di Orchestra. Diario (quasi) quotidiano. I ragazzi si cambiano fra armigeri medioevali e cavalieri. I video del pub-camerino rimandano rap. Musica di questo millennio. Le ragazze si truccano l’un con l’altra. Cercano specchi. Camminano, in abiti neri, lungo via Zamboni. Acustica complessa, difficile, brusii di fondo, ‘non puoi alzare la classica’, mi spiega il fonico. I maestri sono contenti. I ragazzi trovano l’affiatamento.

 

Si scolla la tastiera del primo violoncello. Emergenza. Il web guida a un liutaio a cento metri dalla piazza. Gli dei delle sinfonie, a volte, sono attenti e proteggono il miracolo dei musicisti. Il liutaio-mago arriva con un violoncello e, nella notte, soccorre lo strumento ferito. Ne riparleremo.

 

Paolo: ‘Questi ragazzi sanno ascoltare e io vorrei non essere un solista. Ma un fagotto confuso fra gli strumenti’. Aleksandra, violoncellista, non suona. Ha la tendinite. Ma per niente al mondo avrebbe rinunciato a questo viaggio di musica. Vedo il suo corpo afferrare le note. C’è la bandiera dell’Europa sul terrazzo di palazzo Verdi. ‘Ogni volta che racconto dell’Europa, vedo occhi lucidi attorno a me’. E allora perché? Ogni volta che si muove l’Inno alla Gioia, la gente si alza in piedi. E allora perché?

 

Un bambino gattona fin sotto il palco. Ondeggia. Anche lui afferra la musica. Applaude di felicità, si stende per terra. Paolo risponde al suo applauso. L’orchestra per un secondo suona solo per lui.

 

I ragazzi si abbracciano alla fine del concerto. Questa volta vogliono le foto, mi vogliono fra la foresta dei leggii. Finalmente ridono senza pensieri. Sanno nascondere la tensione, ora ritrovano la libertà.

 

A notte, in ostello, il piccolo scorge un ukulele: troppo forte la tentazione, suoniamo?

 

Il portiere di notte dell’albergo ci accoglie con la musica dei Queen. Crazy little thing called love. Applausi.

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