L’Orchestra.21/Terra mia

Sofija suona per una sola donna e un uccello

Terra mia. La mia terra. Che strana sensazione: mai ho sentito di farne parte. E allora perché? Perché nel varcare la frontiera fra Umbria e Toscana ho un balzo al cuore? Che sia merito di Paolo (che non ama la mia regione: ‘Solo il suo Sud’) che dice: ‘Qui le parole prendono aria’. Annoto mentalmente, mentre sto guidando un furgone senza tradire i miei timori. Paolo, da quando scrive in endecasillabi,  ha attenzione agli accenti e alle sdrucciole. Io non avverto gli accenti. Cosa disse Maria Grazia? ‘Se non hai ritmo, la poesia non fa per te’. Ho ancora addosso quella cicatrice, oltre a un sax silenzioso.

 

Perché mi struggono queste colline che ho sempre visto? Hanno diversità dalla bellezza aspra e solitaria della Lucania, le mie sono terre abitate e dolcissime. Sono diverse dalle geografie marchigiane, troppo ‘per bene’, in Toscana l’uomo ha davvero costruito un piccolo capolavoro selvatico, ha appreso dalla natura alcune leggi sagge. Forse ho nostalgia dei contadini che vendemmiavano nei pendii attorno a Tavarnelle e il Chianti conservato in frigorifero perché era ‘beverino’. Ho nostalgia di Giacomo che sapeva riconoscere il vino da collina e collina.

 

Ma sono qui per la musica. Mi riconcilio perfino con San Gimignano. L’ultima volta sono stato qui per scrivere di zafferano. Torri e zafferano. Un autista di bus che coltivava questo strano fiore. Chissà che fine ha fatto. Ecco, mi accorgo che scrivo solo di me. Va bene così, nessuno mi dice nulla. Questo è un taccuino abbandonato sul tavolo di cucina. Leggetelo, se volete. Portatevelo pure via. Lasciatelo perdere, sono solo storie mie. Vorrei dimenticare, vorrei ricordare ogni secondo.

Ancora un po’, lasciatemi ancora un po’ solo con me: giornata di talismani. A Camerino appaiono L. e V. Quanti anni? Mi salvarono la vita venti e più anni fa ad Addis Abeba. Mi dette il numero di L., un uomo che ora non c’è più. Mi disse: ‘Vedrai…’. Ora, in piedi, in un corridoio, parliamo dei figli, di Afriche, ci facciamo promesse che, forse, manterremo. A San Gimignano, mi chiama L.: ‘C’è un’emergenza, vieni subito’. Cammino con la birra in mano, io già lo sapevo, non è vero, ma già lo sapevo: e la vedo dall’altro lato della piazza. Nascondo un’emozione che sa di imbarazzo, timore, piccola gioia. E poi una ragazza in abiti bianchi elegante e bella come non mai, una fonica che non vuole fare la fonica, ma mi strappa la promessa di avere i testi e la musica; un fabbro e una cuoca che hanno occhi lucidi di chilometri e desiderio e tranquilla sapienza; e L. che corre verso la luna facendosi inseguire da tutta la musica…i miei mondi che si ritrovano. Finisco per credere che la musica faccia miracoli. Ma io so…(c’è sempre un ‘ma’, direbbe, con un sorriso ironico, Pietro).

I ragazzi non si stupiscono. Ma giocano con le pietre, con gli affreschi, con il labirinto dei corridoi, con i cortili. I ragazzi provano nei chiostri e le donne degli affreschi si mettono ad ascoltare. Vi posso giurare, quella donna, appena tratteggiata, alle spalle di Sofja, ha mosso la testa. Solo per una frazione di secondo, incerta se farsi scoprire, ma lo ha fatto. E l’uccello è volato via per poi posarsi di nuovo al richiamo del violino. I fagotti si incrociano come in un duello. Arcobaleno notturno.

Lei

La luna gioca con la danza degli ottoni, il contrappunto di Bach, il giro veloce degli archi. Sfiora le pietre della città antica. Questa è la mia terra. Da quanto tempo mancavo? La luna si arrossa al suono di Tchaikovsky, poi cerca la sua pace sfuggendo al sole, si dimezza, scompare e ricompare. Sfiora i tetti e si aggrappa agli spigoli delle torri pur di non perdersi una sola nota. La notte della Luna. Danzano le streghe anche se sanno che, come ogni sera, verrà il suono di una campana ad annunciare l’alba. Troppo facile giocare con la Luna, ma Lei fa capire che è un gioco serio e bello. Sa bene che, quel concerto è per Lei. E allora gli occhi cercano il cielo, le orecchie la musica e il cuore riesce a contenere questo miracolo di differenze. Le unisce.

Avevate mai ascoltato un concerto alla luce di un’eclissi? Deve pur essere accaduto qualcosa, stanotte. All’Inno alla Gioia, osservo un uomo dalla camicia celeste che porta la mano sul cuore; una donna dietro di lui alza il palmo delle mani come se fosse una preghiera; più indietro una giovane coppia si prende per mano come se la musica fosse la loro marcia nuziale. Spiegatemi come è il mondo là fuori.

E’ bellissimo stare in loggione in questo concerto: i gradini del duomo della città antica sono teatro perfetto per la notte della luna, sono un sedile di pietra più comodo della plastica delle sedie. La musica scorre fra colonne medioevali, va di torre in torre, entra nel Duomo, esce nuovamente all’aperto.

Mi accorgo di aver mangiato solo un budino per tutto il giorno. E bevuto un chinotto e una birra. E non aver preso le medicine.

Dario e Bleart si scambiamo clarinetto e contrabbasso: meticciato di strumenti, tentazioni. Io faccio ascoltare Ferruccio Spinetti a Bleart. Tutte le sere, a fine concerto, i ragazzi si abbracciano, si danno il cinque, ridono a scacciare tensione mascherata.

Letizia torna indietro, viene a chiamarmi: la luna, dimezzata, è riapparsa.

Non so dove sia la mia valigia, non so dove siano le mie medicine, a non avere spazzolino da denti sono abituato, sono le tre del mattino e nell’albergo ci sono due squadre di pallamano, alti e bellissimi. Un nero francese gira a torso nudo per i corridoi con una cassa di gatorade in mano e si scatta selfie. Lo guardo come una visione. Ma non devono giocare domani?

E noi domani, dove andiamo?

 

 

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