L’Orchestra.22/L’illusione del teatro

La tentazione del jazz

Carpi, giorno ventidue

Certo, gli stucchi del Teatro Comunale di Carpi sono la tentazione. Il palcoscenico. I palchi. Irresistibile. Ma a Carpi ci sono trentasei gradi e il cielo gioca con le nuvole. Umidità felice: per me, che mi sento a Managua e me la godo. Quindi, si va in piazza. per il concerto perfetto. Perché sarà un concerto perfetto. I ragazzi adesso corrono assieme, rallentano assieme, hanno il ritmo della velocità e delle pause. Ora sanno. L’Italiana ad Algeri è così insistente che vuole apparire due volte, nessuno se ne vuole andare, nessuno vuole riporre gli strumenti. Ancora una volta l’Inno alla Gioia. Ogni sera, si ripete il miracolo. Nessuno se ne è accorto, ma la Luna, di soppiatto, ha giocato anche questa notte. Notte lunghissima.

E giornata lunghissima. I talismani di un lontano passato si affacciano dagli spigoli della mia vita, aspettiamo (i musicisti suonano, mangiano, dormono, stanno chini sugli smartphone. E aspettano: questo è il loro andare), aspettiamo, dicevo, nelle poltrone del ristorante dove mio padre, sessanta anni fa, andava a mangiare il pesce quando si regalava una festa. Una volta, ne ho ricordo, andammo da soli, il mio primo ricordo del sapore di un pesce. Alcide, si chiama questo posto. So che mio padre mi parlò di automobili e del paese. Strana sensazione: non ho mai ricordi, forse li sto inventando perché voglio riempire una memoria. Forse non andò così, ma allora perché ho il nome ‘Alcide’ dentro i miei occhi?

Cerco di far colazione con i ragazzi delle squadre di palla a mano. Mi scoprono in un nanosecondo con un fetta di salame e una pesca in mano, mi sollevano di peso e mi portano fuori dalla sala: ‘Queste colazioni sono solo per gli dei’.

Aspettiamo. Roman legge Paulo Coehlo (devo farmelo dire: lui è ucraino e quelle pagine sono geroglifico), gli altri bivaccano su poltrone nere. Poi è hamburgher da Poldo. Food da musicisti in tournée. Poldo mi ricorda Olivia. Oramai non spiego più i miei personali spartiti, dovrete tirare a immaginare.

Addio alla Toscana, agli Appennini, passiamo un passo da San Casciano. Emilia, pianura, come fanno a scomparire le colline? Devo arrendermi, c’è un mondo anche oltre la linea degli Appennini. Ma vuoi mettere Boccaccio con Petrarca?. Bologna, deviazione per Carpi. Sono stato qua, quando, un quarto di secolo fa, Oreste Del Buono mi mandava in giro per l’Italia a raccontare il mondo dei migranti (Dio, era preveggente per piccolo uomo dal corpo a forma di palla). Qui c’era un grande comunità di marocchini e si intrecciavano dialoghi belli fra cristiani e musulmani, ancora un bel ricordo, come faccio  a ritrovare quell’articolo? Ora Mauro ci corre incontro nella piazza più grande del mondo, efficienza emiliana. Fa un caldo tropicale, minaccia tempesta d’estate, la camicia comincia ad attaccarsi alla pelle, non trovo più la mia valigia, va tutto bene, dunque. I camerini sono nel Teatro Comunale.

Aleksandra

Ecco, il Teatro. Davvero i violini non resistono e le loro corde vibrano per un pubblico invisibile, anche le trombe vogliono la gloria degli stucchi, Bleart prega pur di avere una foto al centro di questo splendore, i tromboni occupano i palchi, Sasha e Tamara trovano il camerino degli specchi e cominciano la metamorfosi del trucco. Spariscono i pantaloni del violinista, è il tempo delle burle. Aleksandra lo scorso anno era il primo violino. Adesso il tendine infiammato l’ha obbligata al silenzio della musica, ma ho voluto essere con l’Orchestra. Questo pomeriggio cede con passione  alle sue corde e si regala un concerto rabbioso da solista. Il teatro è tutto per lei. Il clarinetto conquista il margine del palcoscenico e vibra di contentezza. Ma l’orchestra suona nella piazza, le nuvole sono clementi, hanno trattato con la luna che si gode ancora la fama dell’eclissi e staziona sulla linea dei tetti. Vorrei ascoltare il concerto dal cielo della torre di Carpi.

Ha ragione Paolo quando spiega ancora una volta: ‘Questi ragazzi arrivano con la loro identità. Hanno lingue, culture, maestri diversi. Li unisce la musica, ma suonano in maniera diversa. Arrivano come solisti bravissimi, qui imparano, con velocità, a stare assieme, ad ascoltarsi’. Imparano che unirsi è meglio che competere. Apprendono un linguaggio comune senza rinunciare a niente della loro diversità. ‘Umili e impavidi’, come la musica.

Conosco il rito: la pizza margherita, la Coca-Cola, i passi verso i camerini, Guglielmo che aiuta Haim a rimboccarsi le maniche, le scarpe da lucidare, metamorfosi, i ragazzi diventano ‘altro’ quando indossano gli abiti eleganti, i concert dress, si alza il primo violino, aspetta…le percussioni, leggere e lontane, creano la prima musica. Questa volta mi siedo in ultima fila.

A ogni concerto appaiono madri, padri, amici, fidanzati e fidanzate. E sono lacrime di passaggio, promesse, racconti, scambio di vestiti.

Mi piacerebbe sapere di più di questa piazza, dell’alta torre, del teatro, dei portici, non c’è tempo. Vita nomade. Non c’è tempo. L’abbraccio degli amici emiliani, l’abbraccio di D., il saluto con il fotografo che ogni sera appare, il vigilante nero che sorveglia un ingresso, ma alla fine si distrae e si mette a filmare con il telefono e poi lo vedo che spedisce il video in Senegal.

E poi è solo la notte. Autostrada. Non me accorgo. Mi sveglio che siamo già a duecento chilometri di distanza. Conosco anche queste terre, perché ho voluto troppe patrie, senza averne davvero una? Un altro giorno, un’altra città per cantare, un altro albergo. Elisa che incrocia le rooming-list, un albergo in Trentino (come faceva la canzone di Gian Maria Testa? Avessi un veliero e un timone/ io 
me ne andrei per il mare / cercando un delfino/avessi un albergo in Trentino/mi impiccherei nel giorno di bassa stagione’. Magari sono permalosi, in Valsugana e io la conosco una donna che ha un albergo in Trentino…deve essere una questione di rime) e pilota i ragazzi verso le stanze. Ma voi alle tre del mattino, avreste voglia di andare a letto?

Birra weiss e taralli per noi (grazie al ragazzo che se ne frega se il bar chiudeva alle dieci e trenta). Incroci di mondi, la birra di qua, le farine del Sud. I ragazzi escono di soppiatto dalle camere e incrociano lo sguardo  stanchissimo del maestro. Arretrano come sorpresi con le dita nelle marmellate. Buona notte, anzi buon giorno…

 

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3 pensieri riguardo “L’Orchestra.22/L’illusione del teatro

  • 29 luglio 2018 in 21:02
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    Ancora grazie di narrare e descrivere questa avventura. La Tua sensibilità e capacità di cogliere la grandezza nei semplici atti quotidiani, ci ha emozionato, commosso, sfiorato l’anima. Genitori del “sassofonista”

    Risposta
    • 30 luglio 2018 in 9:32
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      Attenti, attenti, ho fatto questo mestiere per troppo tempo, a volte non mi credo. Se solo il ragazzo mi desse qualche lezione di sax. E’ paziente? Si, credo di sì.

      Risposta
  • 30 luglio 2018 in 10:29
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    E’ molto paziente…..approfitta!!!! Perfino noi a volte riusciamo a capire qualcosa!

    Risposta

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