L’Orchestra.23/Italia quanto sei lunga

Tensione

Merano, giorno ventitre

Italia, quanto sei lunga. Vorrei poter scrivere: Matera vista da Merano, raccontare dei chilometri e di un paese invisibile. In un’altra vita, forse. Nel caso ci fosse un futuro. Appena arrivo in queste terra di montagna (‘E’ Austria’, dice Kathy che proviene dal Baltico) mi viene la tentazione di attraversare la strada fuori dalle strisce, di gettare l’involucro del gelato per terra (ben accartocciato), di parlare a voce alta. Dio, come mi manca il Sud. Però poi vedo le famiglie fare il bagno nell’Adige (o è il Passirio? Dubbio da wikipedia), bevo l’acqua buonissima delle fontane e nella grande chiesa, austera e bellissima, hanno ancora i lumini con la fiammella. Investo cinquanta centesimi in una devozione. Da quanto tempo non accendevo candele? Non è possibile un incontro fra Nord e Sud? A Sud di nessun Nord, no? Forse la musica ci riuscirà. Stanotte c’è riuscita.

 

Risveglio dalla notte insonne. Con tre ore di sonno sulle spalle, anche i giovani leoni ora sembrano cuccioli di antilope e si sdraiano al sole della Valsugana come gatti rassicurati. Canederli e riso ai funghi a pranzo, la giornata si mette in una giusta direzione. E poi pianifichiamo ArteSella, il lago di Levico e la birra Pedavena, cosa vuoi di più?

E’ che mi piace la sua affollata solitudine

La meraviglia del Kurhaus, ‘casa delle terme’ di Merano (quante cose si imparano, ora so che signfica Kursaal a Montecatini), simbolo orgoglioso di Merano, riflettori bianchi ‘papali’ a illuminare affreschi danzanti e acustica da perfezione. Troppo perfetta fino ad accorgersi di ogni infinitesima stonatura (tranquilli, io non mi accorgo nemmeno se sta suonando un flauto o un contrabbasso), ma ci sono orecchi sensibili e denti che stridono. Vi è un momento di sbandamento, poi il suono corre fin sulle montagne. Ho voglia di mettere i piedi nell’acqua di un fiume di città. La musica lo fa e si rinfresca. Beata lei.

 

Il teatro Kurhaus di Merano possiede il dono del suono. ‘E’ un nuovo strumento’, dice il maestro. E la novità si intromette altezzosa sul palcoscenico, sfiora tromboni e violini, sfida l’arpa e imbriglia le corde delle viole, compie una rivoluzione nell’ego dei musicisti. I ragazzi hanno un momento di distrazione, perdono consapevolezza, hanno costruito una loro superbia. Troppo bravi ieri sera. E’ il tempo del rimprovero. E il maestro prende il volto della severità: ‘Mi chiedo se ho sbagliato nell’avere fiducia in voi’. Orca, dove vado a nascondermi? Le sedie sono state uno stridore, sono riapparsi cellulari sul palcoscenico, l’io ha riconquistato il posto del ‘noi‘. Igor intuisce che è il tempo di rimettere i piedi a terra. E allora la prova è dura, pesante, senza né perdoni, né sconti. Vi è una parola per ognuno di loro. Non suonano in piazza, questo è teatro. Non ci sono trucchi da amplificazione, Marco non attenua le stonature. ‘Il suono deve uscire da questa sala, deve raggiungere il fiume e da lì arrampicarsi fino alla vetta delle montagne. Deve ascoltarli la contadina più vecchia che vive da sola nell’ultimo maso’.Hanno fatto un bel concerto la sera prima. Eccesso di disinvoltura, in questo pomeriggio. E’ l’ora di riportarli sulla Terra e sul legno di un palco, di togliere di dosso ai ragazzi le penne del pavone. E’ un gioco che io non so giocare e mi agito sulla sedia per loro. Mi chiedo se devo censurarmi: e questo come lo racconto? Questa sera è ‘nuova’, non si suona in una piazza, la luna rimane fuori dalle tende pesanti di un velluto asburgico, non ci sono giochi e romanticismo, qui sono soli davanti a cinquecento persone e un teatro costruito per la musica. Difficile ritrovare l’umiltà a sedici anni. Il coraggio aiuta, il loro inconsapevole coraggio aiuta. Il rimbrotto severo dà una mano. E allora il tempo del rimprovero si trasforma nella musica rischiosa e magnifica.

 

Dal tempo del rimprovero all’applauso improvviso. Applauso solitario di Nenad che, dal fondo della sala, si spella le mani e grida ‘bravi’. Che sia una scena studiata fra il maestro e il tutor-cantore? Il poliziotto buono e quello cattivo? No, l’entusiasmo di Nenad rivela la sua inquietudine e la sua gioia. I ragazzi, tesissimi (colpa e merito del teatro, di questo teatro), ancora una volta fanno a pugni con la paura, impugnano lo strumento, praticano esorcismi fanciulleschi, con lentezza indossano gli abiti neri e salgono le scale. Igor li ferma: ‘Cantate dentro di voi, cantate con la vostra forza. Enjoy the concert’. Non ho mai visto Igor così elegante: gessato con panciotto. Vecchio di trent’anni, non potrà agitarsi molto sul podio, altrimenti un bottone centrerà la corda di un violino. Io guardo, allarmato, la macchia di gelato sui miei pantaloni color avorio: ma come potevo resistere alla tentazione di un gelato ai fichi a Merano (il Sud che va al Nord).

Sorprendo Nenad che stira l’abito di scena di Tamara. La musica si fa beffe degli stereotipi.

 

La fine del concerto è come la danza di Flashdance (dai, oramai avete imparato a perdonarmi, appartengo al nazional-popolare, al pop, insomma). Mai visto i ragazzi così liberi e felici. Si sono scrollati di dosso la paura. Gli abbracci sono infiniti, doppio, triplo bis, l’Inno alla Gioia si ripete con i lucciconi sotto gli occhi. Giuro a me stesso che leggero qualcosa attorno a Bach, chiusa la soglia do sfogo/alla mia turpe voglia… ascolto Bach!.

 

E poi i ragazzi si chinano sui cellulari. Condividere la felicità con fidanzati e genitori. A notte fonda, Coco chiacchiera, con slalom di social e wechat, con Pechino. E poi gioco delle camere nella notte della bellezza. E perfino l’uomo dell’albergo si commuove e alle due del mattino tira fuori una birra splendida, di cui non ho annotato il nome. Che peccato! Non riesco a dormire, scarico le foto, sono le tre e mezza e metto la sveglia alle sette. Non mi addormento. Troppe voci attorno a me.

 

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