L’Orchestra.24/La tromba attira i pesci nel bosco di Sella

Ascesa

Val di Sella, giorno ventiquattro

Sono ancora loro?

Questi ragazzi in magliette, jeans strappati, pantaloncini corti e scarpe da ginnastica (si va in montagna, altrimenti avrebbero sandali infradito) sono gli stessi che ieri sera, in abiti neri appena stirati, erano sul palco del Kurhaus di Merano? Annarita ha le stesse scarpe nere (un trucco: sono scarpe da ginnastica camuffate) che aveva ieri notte?

Sono gli stessi ragazzi che finalmente, merito di Bleart, confessano divertimento per un rapper brasiliano rinchiuso in uno speaker albanese di colore rosso e messo in mezzo a un cerchio di ragazzi felici?

Allora, giorno libero, affollatissimo di impegni. Passano i pullman da dodici metri sui quattro tornanti della strada che sala in Val di Sella? Un consulto telefonico rassicura gli autisti. Mi dimentico del viale di alberi, stretto come un vicolo di paese: ci passiamo a pelo. Ad ArteSella ci aspettano con generosità. Grazie, E.

Aleksandra

Ecco, ho il sospetto che questo viaggio in giro sia stata pensato come un dono personale. Una personale mappa di nostalgia, forse un saluto, una cerimonia degli addii per la mia malinconia. L. e V. che, dopo dieci anni, dopo essere svaniti nelle Afriche, compaiono a Camerino (adoro i social quando, come santi, fanno i miracoli laici); e poi le mie colline, mai così amate come nelle ore dell’eclissi di luna, quasi un balzo al cuore senza alcuna ragione, mai ho sentito come ‘mie’ le ‘mie terre’; e infine la valle del gioco degli artisti, una delle più belle storie di uomini e natura scritta e costruita in una valle trentina. Una ‘mia’ valle? Mi vengono in mente Mariano, il panettiere-fotografo, il mercante di stoffe, la maestra che faceva la maglia, la donna austriaca che mai ho conosciuto, il maestro di tennis che non c’è più e il confine mai raggiunto di Cima12. Una volta mi sono seduto sulla panchina di De Gasperi che poteva morire solo qui. Mi impossesso di terre che non sono mie. La mappa dei Tamburi di Pace è stata disegnata con la mia geografia di nostalgie. O, forse, davvero non ho una terra, passo, mi fermo un po’, e costruisco un passato effimero che scompare in un giorno. Lasciando tracce sul cuore. In fondo, che cosa volevo: ho solo dato retta a quanto è scritto ai piedi delle scale della mia antica casa: ‘L’importante è costruirsi un buon passato’. Frase del filosofo Jerry Lewis. Giuro, se mai torno lì, inceneriscono quel foglio appeso lì da trent’anni.

 

Un ragazzo polacco e una ragazza rumena, incuranti degli aghi di pino, si stendono sotto la bellezza incantata delle ciotole volanti. Rise, è il suo nome. Ascesa, ascesa volante, un tipo del Minnesota, John Grade, è venuto fino in Sella per meravigliare due ragazzi europei. E’ bellissima la sua astronave magica. Un piccolo trombettista (e se lo chiamassi come al Sud: trombettiere?) riesce a nascondersi fra i legni sbuffati di Arne Quinze di un trabucco di montagna. Ecco, grazie, wikipedia: trabucco è una palafitta da pesca delle coste fra l’Abruzzo e il Gargano. Che ci fa in Val di Sella? Che ci fa un artista belga sul Gargano e poi in Trentino? Che ci fa un tromba nascosta là dentro? Acchiappa i pesci, mi direbbero gli alberi. E per attirarli nelle reti, Filippo suona il silenzio. Anzi, Il Silenzio. E i pesci abboccano. Una lacrima ci vuole. Come per il violino di Aleksandra che si infratta nelle torri danzanti che, da anni e anni, cercano di convincere gli alberi a ballare con loro. Niente da fare, loro sono valligiani e se ne stanno lì impalati. Il violino ha mille finestre per disperdere il suo suono. E alla fine, il maestro proprio non ce la fa e invece di suonare il suo violino, si mette a dirigere un Contrappunto nel prato di malga Costa. Perfino Ersilia ha smesso di fare formaggi ed è venuto a curiosare.

 

 

 

Il parco della bellezza di ArteSella ha azzittito i ragazzi. Un silenzio fragoroso e gentile. Nemmeno i miei tentativi di farli urlare è riuscito. Ubbidiscono solo al maestro. Perfino Kamil che canterebbe in un autostazione di servizio, emette un solo barrito: e sì che c’è un grande teatro in questo bosco. Dai, una cantata. Macché….

 

Poi è polenta, funghi e formaggio fuso. Noi, privilegio di staff, barcolliamo fino alle sponde del lago. E non voglio sapere altro. Se non che l’happy end è il migliore che potessi immaginare mentre le nuvole si incendiano: un rapper albanese e la delizia gioiosa della Pedavena. Altro che osterie di montagne e trattorie di paese, troppo facile, troppo snob, felicità è la cotoletta della Pedavena di Levico con birra non filtrata (che nemmeno so cosa voglia dire). C’è perfino una cameriera carina che parla il serbo-croato. Poi posso svanire in pace in un universo pop, che i ragazzi facciano pure le tre del mattino. Io, maldestro, baruffo con una lavatrice e allago la stanza delle lavatrici, mentre immagino di sorvegliare amori disperati.

Ma oggi i ragazzi si sono dimenticati degli strumenti? Ma allora…

 

 

 

 

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