L’Orchestra.25/’Noi, di Trieste…’. Per Giulio Regeni

Stare un po’ da solo

‘Noi di Trieste….’. Noi di Trieste sappiamo bene cosa è una frontiera…la narrazione di Paolo è dura, decisa, parole forti per l’Europa. Nel grande spiazzo del castello di San Giusto ci sono i genitori di Giulio Regeni. Questo concerto è per loro. L’Inno alla Gioia è per Giulio. Questi ragazzi sul palco hanno la stessa curiosità, la stessa voglia di conoscere, lo stesso talento di Giulio. E Paolo ricorda suo nonno, Domenico, che, a otto anni, ‘minore non accompagnato’, salpò per l’Argentina, ‘fottuto italiano, ruba lavoro…’. Davvero, che rullino i tamburi mentre il cielo diventa color cobalto. Perfino i gabbiani di Trieste, i cocoi, arrivati in gruppo, stanno in silenzio mentre la musica ruota rimbalzando fra le mura del castello.

 

La notte è radiosa. E riemerge da una mattina storta. La luna dovrà perdonarci il malumore delle prime ore di questo giorno. Capita in un lungo viaggio. Bisogno di sonno, alle nove nessuno è ancora sceso, il panino all’autostazione è silenzioso come mai è stato in questo viaggio. Poi sono solo i chilometri che percorrono la Valsugana, cercano un’autostrada, risalgono il Friuli, attraversano il Tagliamento, fiume di sassi, ecco Casarsa delle Delizie, la terra di Pasolini, non sono mai stato qui, ho sempre pensato di venirci, ma non è capitato.

E finalmente Trieste, il mare, la città dei palazzi, ruotiamo per arrampicarci a San Giusto. La grande cupola della chiesa serbo-ortodossa di santo Spiridione, a un passo da quella di Sant’Antonio Taumaturgo dei cattolici, poco più in là San Nicolò dei greco-ortodossi e cerco di scovare, in questa geografia di religioni, le architetture della più grande sinagoga ebraica d’Europa. Come è bella, Trieste.

Il riso nero in barattolo disorienta i ragazzi, lo scrutano diffidenti, lo lasciano lì. Va bene, cominciate a suonare che è meglio. Io mi faccio rimbrottare da un giovane sorvegliante che mi sorprende su un camminamento già chiuso. Replico al suo ordine: ‘Un secondo, ora mi dai un secondo’. Poi vado a scusarmi per l’infrazione. Ma questa foto dall’alto volevo proprio farla. I ragazzi alzano gli strumenti al cielo. E ritrovano il piglio. Basta poco, in fondo. I corni stiracchiano il loro suono. ‘Corno, sei felice?’. Franzek deve ammettere: ‘No’, e abbassa il capo. Qualche guaio a uno strumento. Partono con forza i tromboni. ‘Ecco, una nave ha lasciato il porto’. Arriva l’invito del maestro: ‘Fate le cose semplici, nella semplicità è la bellezza’. Sì, c’è bisogno di riemergere dal torpore. E accade, con il volo dei gabbiani, con i colori roventi di una serata magnifica, con il sole che tramonta nella scia di una nave. I ragazzi si ritrovano nell’ultimo raggio di sole. Il sole accarezza un muro di capperi pendenti a grappolo. I capperi sono felici a San Giusto.

 

Hanno i loro linguaggi i musicisti. Sentite questa: ‘Di-di-di, short notes; Dim-dim-dim, long notes’.

 

Le parole di Paolo, sessantasettesimo strumento musicale dell’Orchestra, sono una requisitoria-poesia, so che piacerebbe a un poeta del Nicaragua: ‘Vi è una operazione di depistaggio della nostra storia’. Putin e le sue spie, l’ex-comunista Orbán che ci insegna la democrazia, i troll russi che provano a truccare le elezioni, i dazi di Trump e l’Europa sembra preoccuparsi solo dei migranti., Ernesto Cardenal, è lui il poeta di oltreoceano, applaudirebbe dall’alto dei suoi 93 anni: ne sa molto di regimi tirannici e del loro odio verso i poeti e i cantastorie.

E., conosciuta nei boschi della Lucania, mi offre due birre (ho finito i soldi) nel tramonto e nella notte di San Giusto. C,. ha risalito la penisola per essere qui questa notte, se ne sta in piedi per tutto il concerto. Ci sono mille persone. R. ha portato tutti i suoi venti dal Magazzino e li ha convinti a stare buoni mentre vibra Tchaikovsky, si accalorano, come tutti, per la marcia inglese. So che dovrei scrivere di musica, davvero non ne sono capace (e questa ignoranza graffia i pensieri), ma vorrei farvi ascoltare. Paolo dietro al palcoscenico sembra voler dirigere la maestosità degli archi e il trionfo delle percussioni. Marco cerca di alzare il canto sussurrato sottovoce.

 

Ci sono le famiglie dei ragazzi. Sono venuti dalla Serbia, dalla Slovenia, da Torino, dal Trentino. Ci sono i triestini. Orgogliosi dei propri figli, commossi fino alle lacrime nascoste dietro a un sorriso. E, alla fine, è ancora una volta abbracci di ragazzi. La luna, riconoscente, fa un’ultima apparizione. Ha passato buoni giorni con l’Orchestra.

 

Poi si smontano i tamburi, si infagotta l’arpa, si trasporta la grancassa, la fatica di ogni notte, un ascensore scende verso i furgoni, ci sono i chilometri per la Slovenia, per Nuova Gorizia. I ragazzi, affamati, svuotano i distributori delle schifezze.

Nella notte il computer ha lo schermo testardamente nero.E chi aveva pensato alle prese elettriche tedesche e alle mie inutili spine italiane. Un sorvegliante dai muscoli tatuati si incuriosisce del mio vagare per corridoi lunghissimi. Bene, questo diario ha un ritardo di due giorni e perde il suo ritmo.

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