L’Orchestra. 28/Possano i viaggiatori..

Le ombre

Asiago, giorno ventotto

 

Non ho mai sopportato i saluti, gli addii. Una volta sentii un amico che mi consigliava: ‘Rimani’. So che me ne andai, che stolto. Vito mi ha raccontato la storia giusta per  i miei alibi quando mi disse di Franco. Stava per lasciare la sua terra e ‘fantasticava che se la gente non si fosse accorta subito della sua partenza, in qualche modo lui sarebbe rimasto ancora in paese’. Era quasi felice di non aver potuto salutare nessuno. Tanto meno i ragazzi. Come diceva Paolo? ‘Ho il magone al pensiero che questo viaggio è finito’. Va anche più oltre: ‘Non si incontreranno mai più’. Qui, persino io, mi ribello: non ti sei accorto di amori, amicizie, patti, complicità, abbracci che nemmeno il tempo riuscirà a scalfire? E poi loro, maledizione (questa è invidia purissima), hanno la musica. E la musica è capace di colmare distanze. Fanno parte di un miracolo, sanno come ritrovarsi.

 

Non ho voglia di scrivere dell’ultimo giorno. Sono di pessimo umore. Mi conosco: quando sono così devo solo sparire, un tempo sarei andato a camminare, la sola cosa che so fare oggi è rinchiudermi in qualche stanza fino a quando non mi costringo a leggere qualche pagina di un libro banale o aiutare le lacrime con una canzone semplice e strappa-anima fino a quando non me resta più nemmeno una. Non c’è nemmeno Piero a portata di passi. Di solito, mi arrendo a un passo dalla vetta, vado via quando tutto funziona bene, non scrivo mai l’ultima pagina. Ora ci provo.

 

Stamattina il monte Civetta, sornione ed ironico, ha regalato il sole. I concerti, da queste parti, in queste stagioni, si devono fare all’alba (I suoni delle Dolomiti insegnano): è allora che i cieli sono azzurri e il sole si diverte con le rocce. A sera, è tempo di piovaschi, lampi e tuoni. Una divisione del giorno fra le forze della natura. Tenetene conto nei prossimi anni, suonate quando il sole sorge. Ma, questa mattina, non c’è da suonare e la colazione è stata abbondante, i prati verdissimi e già asciutti,  e allora si può tornare bambini (già, sono bambini, a volte lo dimentico) e saltare sul un telo elastico facendo volare i capelli e ridendo come antilopi felici. Posso saltare anche io? No, io faccio le foto.

 

Poi anche l’ultimo viaggio è chilometri e chilometri. Ma questa volta c’è da afferrare ogni minuto che scorre. E qui i ragazzi serbi, sloveni e croati occupano la coda del pullman ed è tempo di folk balcanico. Nenad cerca di dirigere un coro, ma poi scuote la testa: ‘Abbiamo una musica popolare bellissima e questi cantano delle schifezze’, ma poi se la gode anche lui. L’autista, sloveno, da una mano e mette su canzoni e canzoni della Serbia. Ma perché hanno spezzato la Jugoslavia? Non distinguerei un croato da un serbo e da uno sloveno. Parlano la stessa lingua, amano le stesse musiche, gli stessi cibi, si innamorano uno dell’altro: perché questo non basta?

 

Il ragazzo più serio, primo violino impeccabile, ascolta, in cuffie, Elvis Presley.

 

Scaliamo l’altopiano di Asiago. Diciotto tornanti, l’autista è impassibile come un marinaio fra gli scogli, guida con tocchi di mano, sale con delicatezza di un elefante danzerino. Spuntano bandiere del Veneto. Cavolo, veniamo dalla Slovenia e il confine nemmeno era segnato e le bandiere europee erano in prima fila, e qui sventolano fra i campi i Leoni di San Marco (belli, per carità). Nessuno ha cancellato la scritta: ‘Fuori l’Itaglia da casa nostra’. Sta su un tornante, per essere ben vista da chi rallenta. Sono certo: hanno lasciato quella ‘g’ apposta. Chissà se vogliono avere fra i piedi un’Orchestra europea?

 

Dario ci prova a dirmi di tempi quaternari e terziari. Un-due-tre e che sia valzer. Il folk balcanico è invece in quattro tempi. Non senti? Un-due-tre-quattro e muove la mano a squadra. No, non sento e mi viene da piangere. Mi accadde anche quando mi dissero che il reggae era a levare e una ragazza, a Satriano, mi sussurrò: ‘Ma come balli male’. Deve essere una giornata messa male, questa.

 

I ragazzi rompono tabù e si mettono a fare il verso a Paolo: ‘Più andavo verso oriente e più mi sentivo a casa’. Arrochiscono la voce nell’imitazione. Niente male, niente male.

Occupiamo la scuola elementare Monte Ortigara. Corridoi lunghissimi. Bell’ingresso a colori, panini alla mortadella. Le prove si disperdono fra i banchi, suonano camminando, i ragazzi. Roman legge in piedi il suo Coehlo, Sasha si addormenta in equilibrio su una panca, Guglielmo e Simone copiano le foto stesi per terra come lucertole. I percussionisti cosa possono fare? Percuotono gli infissi, i banchi, le cattedre. In astinenza da pringles, i polacchi vanno in cerca di un supermercato. I più snob se ne vanno nei caffè del centro di Asiago a ordinare cappuccini, nascondendo una sigaretta clandestina appena vedono avvicinarsi la macchina fotografica.

 

Piove alle otto, dicono le previsioni. Maledetti smartphone, lasciate spazio all’imprevisto qualche volta. Il cielo è azzurro-montagna. Il sacrario è un arco di marmo bianco sul verde delle praterie. Ci sono gli alpini, ci sono le lettere di chi è stato mandato a morire, c’è il viale degli alberi. Vorrei vedere quei soldati vivi, nei loro anni da giovani. Sono davvero stanco di commemorazioni. Il miglior modo di ricordare chi è stato ucciso dai generali è togliersi la guerra dalla testa. Agli europei di occidente, per settanta anni, i nostri anni, è riuscito. Il palco è ai piedi del viale che conduce al grande monumento ai morti ammazzati. Sedie blu-elettrico, magliette Montura, sentieri che partono per l’altopiano. I ragazzi arrivano quasi di corsa, hanno voglia di suonare. Ancora una volta, ancora una volta. Il sole arrossa il sacrario. Marca annusa l’aria: ‘Odore di pioggia’. Le nuvolaglie ci stanno accerchiando bofonchiando i loro tuoni. Facciamo finta di niente. Proviamo il canto: pam, pam, pam. E’ stato messo via din,din, din, non si sente. ‘Dovete cantare come i rintocchi di una bell’. ‘Deciso, not weak’. L’odore di pioggia è sempre più intenso.

 

‘Guardatevi fra di voi, ascoltatevi. Dividere con il pubblico il privilegio di essere sul palcoscenico a suonare. Enjoy the concert’.

 

Siparietto al bar: ‘Per fortuna che c’è il ministro degli interni, lui ci mette la faccia, speriamo che non riescano a fermarlo’. L’uomo lo chiama con il suo nome, il ministro, io non ho questa confidenza. La gente attorno, tre persone, annuiscono. Mi tengo la mia cupezza. Perché non mi alzo e non dico quel che penso?Avvisarli, a esempio che sta per suonare un’Orchestra europea. Potrei raccontare di questi ragazzi. Affidiamo a uno di loro il ministero degli interni? Dai, smettila…chissà se i tifosi del ministero degli interni sono fra il pubblico (che applaude con passione e sono in mille) quando Paolo dice dell’Europa e parla di ‘sessantasei meravigliosi migranti’ arrivati fino a qui con i loro strumenti. E se fossero arrivati con i gommoni, come li avremmo accolti?

Lena e Tamara smontano i leggii

‘Questo altopiano ha una sua musica’. Vorremmo regalarvi la prima serata senza pioggia, si augura Paolo. Il primo temporale passa di lato e scantona con gentilezza. Il secondo è un fronte compatto che arriva dalla vetta delle montagne e discende per il piano inclinato dell’altopiano. Ma anche lui rallenta, è sorpreso dalla musica, è indeciso, ma dietro a lui, altre tempeste spingono chi è davanti e si è incantato di fronte alla musica. Passa Bach, passa Čajkovskij, passa Sibelius e  sfioriamo Kalinnikov. Lì l’Orchestra guarda verso le stelle: che non ci sono, divorate dalle nuvole. Che peccato, mi sarebbe piaciuto ascoltare qui l’Inno alla Gioia. Che peccato, i ragazzi avevano preparato Il Signore delle Cime e Bepi era fra gli spettatori. Ma gli alberi diventano rossi di riflettori: è il segnale, si alza un’altra volta  il naso verso il cielo e una goccia colpisce gli occhi. Francesca, veloce come un furetto, afferra il telo rosso per proteggere l’arpa, Nenad arriva in soccorso, il palco è sgomberato in un minuto allegro e apprensivo. I contrabbassi volano come se fossero falchi sorpresi dalla pioggia, i violini si rincantucciano, gli ottoni vorrebbero scintillare, le coperte ricoprono i timpani e la grancassa. Però, niente male come finale. Spettacolare l’uscita dell’Orchestra. La gente applaude, applaude, applaude alla fuga. Paolo rimane immobile, alla fine è solo sul palco, nell’agitarsi di chi salva i microfoni e i cavi, ragazzoni inespressivi e tosti avvezzi alla velocità. E’ allora che il più piccolo si fa avanti. Vestito di nero, capelli biondi, l’aria spavalda, quasi sbruffonesca, certamente divertita. Paolo lo guarda con stupore. Lui si volta. Una donna sale sul palco con un ombrello. E Filippo e i suoi dodici anni e la sua tromba regalano al mondo, alla pioggia e alla gente di Asiago ‘Il Silenzio’. Vedo un militare con stellette sulle spalle toccarsi gli occhi. Non so se siano i tuoni ad applaudire, non me ne volete, ma un finale migliore non potevate nemmeno immaginarlo.

Ho un pensiero improvviso per Francesca, la violinista, che ha dovuto lasciarci a Camerino. Gli applausi sono anche per lei.

 

Avevo immaginato un andare glorioso per montagne. Non è così: la mia è una fuga senza coraggio. Guardo Tamara che, con i suoi sorrisi, smonta con calma il leggio. Le lancio un ultimo sguardo. Non vedo Nenad, che vorrei vedere dirigere il suo coro. Sono felice di averti offerto l’ultimo tè. Non saluto nessuno dei ragazzi.

Incrocio solo Dario. Che mi chiede mentre corre: ‘Dove andrai?’

 

Vado solo in cerca di parole che ho ascoltato molti anni fa, parole che dimentico sempre e che ritrovo nascoste nel palmo della mano: ‘Possano i viaggiatori trovare la felicità ovunque vadano e senza sforzo realizzare ciò che si sono prefissi. E arrivati a riva possano ritrovarsi con gioia’.

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4 pensieri riguardo “L’Orchestra. 28/Possano i viaggiatori..

  • 5 agosto 2018 in 19:50
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    Grazie di quest’ultima poesia! Abbiamo letto tutti e tre insieme l’ultima puntata di questa avventura. Nessun altro avrebbe potuto descrivere meglio se non chi ha respirato tutta questa meraviglia. Immaginiamo non sia facile rientrare nella quotidianità….(Daniel consultando gli orari dell’autobus, ci chiede se oggi è feriale o festivo)….Ancora una volta vorremmo farti comprendere come sia stata preziosa la Tua testimonianza. Grazie a Te nei racconti di Daniel riusciamo a ritrovare e riconoscere i momenti che ha vissuto. Ieri siamo andati a prenderlo e così abbiamo assistito a saluti, baci, abbracci e lacrime. Come è possibile evitare di commuoversi vedendo tutto ciò? Cari saluti. A presto. Luca, Daniel e Mara

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    • 13 agosto 2018 in 11:17
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      Come avete letto, io sono davvero fuggito…ora me ne dispiace, ma davvero non ho mai voglia di vedere ‘la fine’ di qualcosa. Se alla mia età questo viaggio è stato ‘così, posso immaginare per i ragazzi, ma loro hanno la forza della gioventù, il tempo e sanno che si ritroveranno. Un abbraccio a voi. Mi fanno bene le vostre parole

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  • 18 agosto 2018 in 19:41
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    hanno pianto e hanno riso, si sono scambiati baci abbracci numeri di telefono e soprattutto contatti su instagram… buona parte di loro non si perderà, o per lo meno non subito. il mio giovane contrabbassista ancora alterna botte di nostalgia a momenti di esaltazione a noia evidente (come facciamo noi famiglie a “stare alla pari” con un mese così?). e si studia le linee aeree che collegano l’italia con belgrado, con iasi, con… una finestra sul mondo. e tu ne sei parte, andrea, non hai scuse. resta in contatto, fatti sentire, scrivici!

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    • 19 agosto 2018 in 5:28
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      Per due giorni, sono rimasto in silenzio, stordito. Per una settimana ho cercato di mettere ordine in troppe fotografie. E mi sono sentito sperduto. Difficile ‘scendere’. E se questo accade a me, con gli anni addosso, immagino ai ragazzi. Non si perderanno, si ritroveranno, hanno il tempo e la musica dalla loro parte…un abbraccio

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