L’Orchestra.27/ E arrivò la tempesta…

Val di Zoldo, giorno ventisette

Il corno sotto l’altare

Andiamo in montagna. E la pioggia si prepara con cura, questa volta vuole partecipare al concerto, vuole esserci. Finora si è tenuta ai margini, ha lasciato campo al sole e alla luna, alle stelle e al cielo azzurro: questa sera pretende una sua maestosa entrata in scena. Sceglie la bellezza orgogliosa del monte Civetta per scatenarsi: ‘Mostrami tutta la tua potenza’. Angelo, medico condotto e grande amico dell’Orchestra, ha le lacrime agli occhi per il concerto minacciato. E’ il terzo anno che riesce a far salire i musicisti nella sua valle, è la sua bella fatica, il suo impegno, la sua gioia. Vorrebbe il concerto sotto la montagna. Questo pomeriggio, fino all’ultimo, prega che le nuvole scompaiono. Loro si limitano ad avvertire: ragazzi, mettete via gli strumenti. E allora Manuel apre le porte del deposito degli sci: stanzoni accoglienti per contrabbassi e violini. L’arpa se ne sta al sicuro nel furgone assieme alle percussioni. Alla fine, la tempesta piomba sui musicisti. I ragazzi serbi sembrano spassarsela. ‘I love rain’, grida Sasha. E Iskra si prende tutta l’acqua del mondo e gli urlacci di Nenad. Ma il dio delle orchestre ha in serbo una sorpresa: se i prati ai piedi del Civetta diventano palude, il parroco di San Floriano, giù alla Pieve di Zoldo, apre le porte della sua bella chiesa. Il maestro decide: trasloco del concerto…

 

L’orologio dell’ostello di Nova Gorica è fermo alle quattro e un quarto del 29 gennaio. Dettagli. Alle nove, impietose donne corpulente ci cacciano dalla sala delle colazioni.

 

Si attraversa il Nord-Est italiano. Le piane friulane e venete sfiorano il confine delle montagne, Ponte alle Alpi annuncia la potenza delle Dolomiti, la strada si infratta, ritaglia il suo cammino nelle valli dei fiumi, diventa canyon, sfiora la roccia, trova spazio fra fiume e pietra. Guardo, ammirato, la dolcezza della guida degli autisti. Bus da cinquanta posti, si sfiorano le pareti della montagna e loro sembrano piloti di un tozzo veliero grande come una corazzata. Anche le mani di questo omaccioni squadrati hanno incanto e ritmo.

I ragazzi serbi cominciano a canticchiare nel sottofondo del bus, gli italiani rispondono con le cuffie nelle orecchie. Ecco Longarone, e Guglielmo spiega al piccolo Filippo la tragedia del Vajont. Io penso a Marco Paolini. E guardo quella diga ancora in piedi. E ai musei dedicati ai drammi provocati dagli uomini. Ieri, nella bellezza della vallata dell’Isonzo, i caduti di Kobarid. Oggi, nel verde intenso dei boschi, gli annegati di Longarone spazzati via dall’onda provocata dalla avidità degli uomini. Il dovere e la forza della memoria. Ma vengo anche afferrato da un pensiero tetro: facciamo i musei dopo la tragedia, onoriamo le vittime, ma poi ricominciamo a rimettere premesse della prossima tragedia. Non voglio più musei, ossari, commemorazioni. Non voglio il museo dei naufragi costruito dal grande architetto solo quando ci accorgeremo che cosa stiamo provocando nel Mediterraneo. Guglielmo racconta come farebbe un ragazzo di diciassette anni: ‘Abbiamo fatto una lezione a scuola’. Ho qualche speranza nella scuola italiana.

 

Si fa in tempo a scendere gli strumenti dagli autobus, a sistemare le sedie blu sul palco, che la nuvolaglia nera manda, con fragore, i suoi avvertimenti ripetuti. Il cielo si abbassa di colpo e fa scomparire la mole del monte Pelmo, manda in avanscoperta gocce come secchiate in testa a noi seduti sul prato. ‘Salvare gli strumenti’. Slalom a precipizio dei contrabbassi verso il deposito degli sci. Gli uomini e le donne della montagna, invece, appaiono insensibili alla pioggia. Hanno capelli fradici, ogni tanto si strizzano le magliette e ridono di gusto. I ragazzi, invece (con l’eccezione delle ragazze serbe), trovano riparo sotto il tetto della veranda del rifugio. Grande e ghiotta occasione per una torta di mele con panna. Hanno sempre fame, i musicisti.

 

Dimitri, la val di Zoldo, l’orizzonte del Tamer e del Bosconero

 

Grandi manovre per il trasloco dell’Orchestra. E’ una manovra acrobatica. Si muovono i bus, si muovono i furgoni e la gente segue in corteo di automobili. Si scende a San Floriano. Ci sono montagne troll qua attorno, gli orizzonti si affilano con le guglie, i driedi si aprono come pagine di un libro, le crode cercano una irraggiungibile verticalità perfetta. Il San Sebastiano, il Bosconero, il gruppo del Tamer e, soprattutto, il timido Mezzodì accolgono con i loro applausi fragorosi i musicisti e loro ringraziano con un inchino e si cambiano sotto il campanile, poggiando piedi nudi sull’erba umida. ‘Si concedono privilegi che un’orchestra professionale non affronterebbe mai’. Mai un ‘professionista’ si piegherebbe alle contorsioni di questi ragazzi. L’Orchestra si dimezza. Igor sembra un generale alle prese con una missione impossibile. La rende possibile. Due trombe, tre viole, niente tuba, niente grancassa, quasi spariscono i clarinetti, decimati i violoncelli, a ranghi ridotti i violini. I musicisti superstiti suoneranno per i loro compagni. Sono in trentatré, invece che in sessantasei. I ragazzi senza strumenti siedono nel coro di legno come giovani monaci. La chiesa è colma di gente, e Paolo conquista, finalmente, il pulpito. Paolo predicatore. Dal programma scompaiono le marce più potenti, ma rimane la dolcezza del contrappunto, rimane Bach, Tchaikovsky, Rossini. La volta della chiesa e i quadri dalle cornici d’oro sono scenografia superba. Io mi sistemo in un angolo e mi appoggio alle grandi mani di legno che pregano un crocifisso, sento il calore delle candele e il soffio d’aria di una finestra della sagrestia. Sono a ridosso dei musicisti, le file degli strumenti si sono mischiate e questa volta sono a un passo da Tamara. Ora capisco quando cercava di farmi capire: ‘Con il tempo, impari che si suona con tutto il corpo. Non solo con le mani e con la testa. E non basta nemmeno il cuore da solo. Suoni con la pancia, con le gambe, con i piedi. Con tutto te stesso. Con la faccia, soprattutto’. Ed è così: vorrei avere di fronte a me ogni istante del suo suonare, la sua faccia, i suoi occhi, la sua fronte (vedo le pieghe della pelle che seguono l’onda della musica: Tamara è la musica, ne è la rappresentazione fisica), perfino i suoi orecchi e le sue lentiggini cambiano espressione a ogni nota. La guarderei per ore, vorrei una pellicola in muto, per capire la musica dal suo viso.

 

‘Capite benissimo perché sono stato sedotto da questi ragazzi’, dice Paolo. ‘Hanno cambiato la mia vita’. Confessione dal pulpito: ‘Fino a quattro anni la musica non faceva parte della mia vita’. Come a dire: adesso non posso viverne senza.

 

Ancora una volta penso al vecchio Cardenal, poeta del Nicaragua. Lo penso quando Paolo ricorda come i regimi dittatoriali sono nemici dei poeti e dei cantastorie. E penso a questi ragazzi che arrivano dai paesi più ambigui e cattivi dell’Europa. Gli ex-comunisti (Putin, Orbán, i vecchi capi dei paesi dell’ex-Jugoslavia) che danno lezioni di ‘democrazia’ e organizzano spie e alzano fili spinati: dovrebbero essere qui, nella chiesa di San Floriano, ad ascoltare i loro figli e nipoti e, chinando la testa, a cercare di comprendere cosa è la meraviglia della convivenza. In Nicaragua, la rivoluzione (che era dei poeti) sta uccidendo la poesia. E i poeti, assieme ai muchachos, provano, ancora una volta, a ribellarsi. Mi scuoto, Rossini mi riporta in Val di Zoldo, ancora l’Inno alla Gioia, ancora la danza delle streghe nelle praterie del monte Calvo, ancora il rintocco della campana, ancora l’alba. E poi l’Orchestra ‘dimezzata’ dona due regali: ‘Il signore delle cime’ (e la gente di Zoldo sta cantando a bocca chiusa, lo si vede dagli occhi) e Filippo si mette davanti all’altare (più alto di lui) e la sua tromba intona Il Silenzio. I santi dei quadri, San Floriano in prima persona, i caduti delle guerre, le crode delle montagne (rischiando qualcosa) si affollano per applaudire. E’ qui che il maestro si china verso una donna e dice: ‘La musica arriva sempre là dove si nasconde ancora il bambino che è in noi’.

 

Le nuvole si abbassano a diventare nebbia. Stiamo a naso in su a cercare un orizzonte celeste, il confine fra le vette e le stelle.

 

Nell’aria, anche se nessuno lo vuole dire, c’è il magone di chi già sa che questa storia sta arrivando alla fine. Ci sono anche strisce di nervosismo e stanchezza. Basta scacciarle con un gesto della mano. Vorrei leggere l’anima dei ragazzi che si abbuffano di pizza. Gli adulti (che disgrazia esserlo) hanno il privilegio (il privilegio?) delle tagliatelle con i finferli e le marmellate di mirtilli sul formaggio. Io penso che mio padre non avrebbe mai messo la marmellata sul formaggio.

 

 

 

 

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