Giorni di Ghana.2

Studiare

Walking

La terra rossa. La pioggia, heavy rain, si fonde con la notte. Con l’orizzonte delle palme. I torrenti si aprono un cammino divorando la terra. Lasciano alle spalle tracce di serpenti. Il fango si accoda ai sandali. Scroscio di fuochi di artificio nel buio. Pioggia che fa orchestra di percussioni.

Ma la donna dai pantaloni rossi balla una danza solitaria, un rap, per una sola spettatrice, di fronte all’enterprise del blackman. E adesso che passa un bianco, balla con più forza, con più frenesia. All’angolo opposto, un uomo vestito di bianco balla come una marionetta senza fili. Ballano per conto loro. La musica arriva da un luogo sconosciuto.

‘Solo mezz’ora’. A intrecciare capelli, a farne fili aggrovigliati, acconciatura. Per stupire, per cambiare, per il tempo della domenica. Le mani fanno un nodo dopo l’altro. La pelle della testa si solleva leggermente. La ragazza sorride. Un pizzichio per la bellezza.

Venditore ambulante di orologi dorati, di chincaglieria, bracciali. Si avvicina a tre persone sedute, non dice niente, appoggia il suo tavolino da esposizione e si siede vicino. Il commercio è silenzio. I paesani fanno finta di niente, gli occhi girano attorno ai luccichii.

Africa diversa. Nessuno mi corre dietro, non ho nugoli di bambini alle spalle. I villaggi sono quieti, quasi deserti, qualche donna con qualcosa in testa, bancarelle che aspettano un improbabile compratore. Mi porto dietro i piedi, riconosco i miei passi quasi immobili.

Gli eventi sono la passione per trovarsi assieme. Le feste, i funerali (infiniti, i tromboni, il gin), le cerimonie nelle chiese, il campo di calcio. Ecco, dove si ritrovano nei quartieri, nei villaggi. Niente Italia-Ghana, quest’anno.

Patrick mi ha visto passare ed è uscito fuori dal suo ufficio. Una stanza polverosa, dalle pareti umide. E due computer. Un annodio di fili.

E poi c’è il ragazzino. Un’officina caotica, un carretto motorizzato di un fabbro, una fogna. E una panca usata come tavolo. Ricopia, risolve problemi, legge. Gli giro attorno, a maglietta rossa. E lui nemmeno alza gli occhi, non sono interessante, non distraggo. Rimane chino sul quaderno.

 

ll custode

Il custode

Sono venuto fino a Bantuma, povero quartiere di pescatori di Elmina, per trovare quest’uomo.

Ha 75 anni. Una bella barba bianca. Il volto astuto da saggio. Invecchiare in Africa mi appare sempre un privilegio di chi ha qualche forza. Si chiama Amo Annan. E’ stato marinaio militare. E’ il custode del tempio di Naná Ntona. E’ il culto tradizionale di Sant’Antonio (è questo che mi ha portato in Ghana) attorno a una statua di gesso.

I simboli hanno importanza.

I portoghesi, nella prima metà del ‘600, furono cacciati dalla Gold Coast. Gli avventurieri europei cominciavano a darsi guerra per spartirsi l’Africa. Arrivarono gli olandesi. Calvinisti. Schiavisti. Detestavano le statue. La statua di Sant’Antonio scomparve.

Ma il santo aveva già i suoi fedeli. Aveva già compiuto prodigi. Aveva guarito un uomo dalla pazzia. Ascoltava chi veniva a pregarlo. Non gli interessava la fede di chi si presentava davanti a lui. Alla gente di Bantuma piaceva, i pescatori lo consideravamo uno spirito. ‘La mia famiglia ha nascosto e custodito la sua statua per secoli’, ricorda Amo Annan (il che vuol dire: prestigio, potere, qualche ricchezza). Il piccolo tempio, il Ntona buw, è ancora nel quartiere di Bantuma.

Siamo andati al mercato a comprare incenso, acqua Florida (la stessa che abbiamo comprato anni fa ai confini fra Dominicana e Haiti per un sacerdote voodoo: viene fabbricata a New York), una cassa di Fanta e due scatole di candele. Amo Annan ha chiesto di celebrare un rito per me. Portiamo dei doni a Naná Ntona.

Amo mi chiede se ho desideri. Se ho grazie da chiedere. Se ho bisogno.

I pensieri svaniscono.

Vuoto. Vedo le candele accese e sento l’odore dell’incenso.

Sono qui per ‘lavoro’. Qui volevo entrare.

(due uomini a torso nudo, stanno invocando la grazia che non ho chiesto, Amo ha la bocca socchiusa, Alice, una donna grassa si spalma fango su un ginocchio, un’altra vecchia compie lo stesso gesto). Qui volevo entrare. Mi chiedono di stringere la candela, di prendere il fango, di bere un sorso di Fanta.

Non era concesso fotografare.

 

La spiaggia di Elmina

La lotteria

C’è stato un pomeriggio, nei giorni del Ghana, in cui sono andato in spiaggia. A Elmina. Davanti al Castello bianco. Il Castello che è stato carcere e luogo di morte per migliaia di uomini e donne neri. Oggi non si salpa più dalle spiagge oceaniche per finire schiavi nelle Americhe. Oggi si va a Nord, deserto e Mediterraneo, per finire schiavi a Rosarno. Uno su cinque dei ragazzi e della ragazze neri che se ne vanno, che intraprendono ‘il viaggio’, morirà. Voi, che leggete, che non leggete, partireste?

E se un ragazzo del Ghana vi supplica: ‘Portami in Italia’, la vostra, la mia, logica, ragione, mente e cuore cosa vi risponde? Cosa vi risponde di fronte ai suoi occhi? Volto le spalle e me ne vado.

E penso che io sono in Ghana con un visto ottenuto in mezza giornata. Che, con qualche acrobazia più che legale, potrei vivere in Ghana, se solo ne avessi voglia. Potrei vivere in tutto il mondo.
La lotteria della vita ha deciso diversamente per il ragazzo della spiaggia che guarda l’oceano.

 

Venerdì di fine Ramadan


Giorno di festa

Aid al-fitr. La festa piccola. Fine di Ramadan. In un paese a maggioranza cristiano.

Week-end lungo. Ci si mette eleganti. Le ragazze con gli occhiali variopinti. Gli studenti dei vari college con le camicie colorate. Spolverio di abiti luccicanti.

Chi può, naturalmente. Le donne del pane ai semafori non cambiano vita per una festa.

Piccola borghesia di Cape Coast. Le macchine parcheggiate a ridosso della spiaggia. Si scappa di fronte alle onde. Ti raggiungono, pianti i piedi nella sabbia e non ti fai tirar via. L’oceano è gioco di allegria nervosa. Non azzardati ad andare un metro più in là. Si grida quando la schiuma avvolge le ginocchia. Ci si spinge. Tentazione irragionevole di lasciarsi afferrare. Portami via.

Ma, uomini e donne stanno seduti a guardare l’oceano fingere la sua tranquillità. E’ uno studiarsi l’un con l’altro.

Qualcuno si alza a va fino a un bancone sbilenco. Kebab con molte spezie piccanti o strano salsicciotto. Succo di arancia.

I notabili musulmani hanno spolverato gli abiti più belli. Ne hanno orgoglio. Camminano a gruppo. Sfiorandosi di continuo. Salamaleikun. E mano sul cuore. Come mi piace. Guardano il mare. L’oceano guarda loro in un impossibile gioco di specchi.

Il cielo è di lamiera, la natura lascia i colori nella stagione della pioggia. E allora la gente tira fuori vesti come lampade accese.

Si sta così. Niente altro.

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2 pensieri riguardo “Giorni di Ghana.2

  • 11 agosto 2018 in 18:04
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    Buongiorno Andrea, dove sei fuggito? Nonostante la distanza, noi continuiamo a seguirti. Tu continua a narrare e a descrivere queste terre a noi sconosciute e misteriose….noi continueremo a leggere e ad arricchirci attraverso i tuoi racconti. Un abbraccio. Daniel, Luca e Mara

    Risposta
    • 13 agosto 2018 in 11:15
      Permalink

      Grazie a voi…non scrivo molto, vi ho risposto per mail, in fondo ho ancora addosso i giorni dell’orchestra.

      Risposta

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