Storie di librerie/Matelica, i libri e il terremoto

 

In cerca del libro

 

Sono orgoglioso di me stesso. Sul tavolo, immediatamente visibili fra i libri in bella mostra, ci sono tre volumi che so di possedere, che ho perfino letto. Sono ‘Tre’ di Roberto Bolaño, ‘Leonida’ di Nada Malanima e ‘Umami’ di Laia Jufresa. L’ingresso della libreria è una piccola distesa di libri della casa editrice Sur e delle perle di Atlantide. I librai indipendenti amano questi editori: Sur distribuisce da solo i suoi libri. Ad Atlantide sono severi e allegri: i loro libri non li troverai mai in e-book o su Amazon. Già, Atlantide (una tiratura di 999 copie a volume) fa trovare i suoi libri solo in piccole librerie oppure li spedisce a casa dietro abbonamento. Una controdirezione ostinata e coraggiosa. Sono nel posto giusto, allora? Sono nel posto giusto quando Silvia passa a prendermi al bar Piccolo, nella bella piazza di Matelica, e mi porta fino a quattro grandi vetrine nei quartieri ‘nuovi’ di questa cittadina marchigiana? Sì, sono nel posto giusto, ne sono certo. E sono altrettanto sicuro che spenderò un patrimonio per libri che-non-immaginavo-nemmeno-che esistessero e che, invece, trovo fra i tavoli ‘apparecchiati’ e gli scaffali ‘con sfondo di uccelli’ della libreria Kindustria.

Kindustria

 

Ripongo il mio orgoglio, sento di essere a casa. Il filo di un articolo che parlava di cammini lungo la faglia del terremoto mi ha condotto fino a qui: nel racconto di un andare a piedi, si diceva della ‘resilienza’ della gente di queste montagne prima devastate dalle scosse perenni di un sisma che non vuole finire e poi abbandonate (questa è la mia sensazione, al ritorno, dopo un anno, in queste terre) dalla politica. C’era anche un accenno alla testardaggine della ‘libraia di Matelica’, un invito a fermarsi lungo il cammino fra Fabriano e L’Aquila. E’ stato un invito per il mio viaggio. E subito scopro che le libraie sono due: Silvia e Francesca. Hanno poco meno di quarant’anni, si amano da più di venti e si sono sposate da poco più di un anno. Hanno una casa editrice, fanno le sociologhe (Silvia) e hanno una splendida e giocosa libreria. Una libreria che è un ‘pre-testo’, dicono. Un pretesto per incontrarsi, conoscere, rafforzare amicizie, fare chiacchiere, bere Verdicchio (vino celebre di queste terre) e darsi una mano. E poi c’è il terremoto. Già, il terremoto dell’Italia centrale. Mai smesso, mai finito. ‘Il terremoto non finisce mai’, mi dice Silvia, che è di Visso, paese distrutto dagli scossoni che hanno cambiato, in due anni, la geografia fisica e sociale degli Appennini centrali.

Francesca e Silvia

 

Kindustria, che strano e ostico nome per una libreria. ‘E’ un omaggio al lavoro – mi spiega velocemente Silvia – al lavoro industriale, al lavoro intellettuale’. Francesca e Silvia hanno sempre avuto desideri coraggiosi: dodici anni fa decisero che, amando i libri, potevano metter su una casa editrice. La Hacca. Hanno il gusto di sorprendere con i loro nomi, le ragazze: non hanno trucchi. Hacca mi ricorda il silenzio, l’attesa. E i loro scrittori ‘sanno aspettare’. Aspettano le parole giuste. La Hacca ha a cuore i libri del ‘900 italiano, ‘un secolo con una carica dirompente’. Ecco, quindi nomi preziosi: Sebastiano Vassalli, Stefano Amato, Cristina Alicata, Franco Fortini…e, con mia sorpresa, ritrovo Mimmo Sammartino e scopro Dora Albanese. Mimmo è un giornalista lucano che sa essere scrittore. Ha scritto libri bellissimi sulla magia del suo paese, Castelmezzano, e sul dramma dei migranti. Invece non conoscevo Dora: per dieci anni ho cercato scrittori  e scrittrici materane e dovevo venire nelle Marche per trovare le commoventi pagine di ‘Non dire madre’ dove avverto tutta l’anima profonda della ‘mia’ città.

 

La casa editrice Hacca, dopo i primi passi, cerca una nuova sede e trova un vero e proprio negozio con quattro vetrine. E allora, si dicono Francesca e Silvia, perché non farne una libreria? ‘Era naturale pensarlo e farlo’, ricorda Silvia. ‘Ma solo con i libri che ci piacciono, solo i libri che amiamo’, mise le mani avanti Francesca. E niente libri ‘di catena’. Niente successi da classifica. ‘Non siamo integraliste, ci sono autori di grandi case editrici che amiamo, ma né Feltrinelli, né Mondadori devono togliere spazio ai piccoli editori’. Chiedo un consiglio e mi vedo messo in mano un poderoso volume di Antoine Volodine, scrittore francese a me sconosciuto: il libro è ‘Terminus radioso’ e così sfoglio pagine sul gelo della steppa siberiana. E poi mi suggeriscono l’antropologo calabrese Vito Teti e quello campano Giovanni Gugg, Alessandro Leogrande e le sue esplorazioni lungo le frontiere mediterranee, la filosofa post-umana Rosi Braidotti. E ancora: ‘La schiuma dei giorni’ di Boris Vian e ‘Il Comandante del fiume’ di Farah Alì. E poi i libri di Marcos y Marcos, di Minimun Fax, il mondo del Nord di Iperborea, scrittori e scrittrici dell’Iran, i gioielli di Exorma e della NNE. Francesca si occupa di narrativa, Silvia di saggistica. Un bello spazio dedicato ai bambini: edizioni bellissime di Orecchio Acerbo e Topipittori. Ma ho anche la sorpresa di trovare un altarino dedicato a John Steinbeck, autore amatissimo dalle due libraie: dovrò rileggerlo (lo avrò mai letto?), anche Clara, libraia ad Altamura, ha una passione per lo scrittore nordamericano. Tutte queste tre ragazze mi impongono di leggere ‘Furore’.

L’altarino per Steinbeck

 

Giorno dopo giorno, la Kindustria crea la sua piccola leggenda di provincia. Quasi ogni venerdì sera, alle sette, da dieci anni, una quarantina di persone (vengono da Tolentino, da Camerino, da Macerata, dai paesi dell’Umbria, pochi da Matelica, ammettono le due libraie) si ritrovano nella libreria di Francesca e Silvia. Un gruppo di lettura che non può che chiamarsi. ‘Viola legge’. E, a volte, vengono per parlare di libri che non ci sono, che non sono in vendita o che ben pochi compreranno. ‘Fai un incontro attorno a Piketty e certo non speri che si comprino il suo libro, ma quanto scrive questo economista è una buona ragione per parlarne’, spiegano. Sono incontri ‘per stare bene’, dicono ancora. E allora devo chiedere dei soldi alle due ragazze: Francesca si dà uno stipendio da editrice (poco, pochissimo, immagino), Silvia è ricercatrice (immagino ancora: precaria) a Macerata. Di sola libreria non si vive. ‘Non c’è margine, lo sai. I libri sono davvero dei pretesti. Non sono una merce da vendere’. Le due libraie realizzano mille progetti, organizzano corsi (di calligrafia, tanto per sorprenderci) e ‘alla fine i conti della sopravvivenza tornano’. Deve essere una grande fatica, credo. Loro due mi appaiono felici.

Silvia

 

Nel nostro incontro, in un pomeriggio di estate, non abbiamo parlato solo di libri. Anzi: il tempo è passato attorno al terremoto. Che ha a che fare con i libri, con Silvia e la sua Visso, con Francesca. Il giorno in cui la terra tremò loro erano a Visso. I genitori di Silvia oramai vivono al mare, se ne sono andati: la casa di famiglia, al paese, è inabitabile. Matelica, nella lotteria del sisma, è una cittadina miracolata: sta un passo fuori dal cratere appenninico, ma le scosse hanno lasciato cicatrici anche nei suoi abitanti. In queste montagne si vive ancora con il terremoto e il senso di impotenza che ne deriva. Ogni mercoledì e qualche domenica, prima di due anni fa, Francesca e Silvia salivano a Visso con sei tavoli e mettevano su una ‘libreria ambulante’. ‘Non c’erano librerie al paese e allora noi ne organizzavano una. Una volta a settimana. Ogni volta era una piccola festa’. Non guardo gli occhi di Silvia, posso solo immaginarli. Il terremoto ti spezza, rompe i legami di amicizia, di famiglia, di solidarietà, ti entra nella testa e non ti abbandona più. Come la paura. Il dopo-terremoto rende tutto più difficile: faticoso fare la spesa, andare dal medico o in farmacia. Non c’è più la piazza o il bar. Abitudini quotidiane sono state spazzate via. Gli abitanti sono andati via, non ci sono più bambini, non c’è più lavoro. Si è crepata l’economia: venti per cento in meno anche le vendite della libreria. Non c’è più la comunità. Circolano psicofarmaci e depressione. Il terremoto è ‘selettivo’ e in molti non ce l’hanno fatta. ‘Ci siamo scoperti fragili’, dice Silvia. Le due libraie non potevano rimanere con le mani in mano. E non potevano che ricominciare dai libri. Visso non è un luogo qualsiasi: al Museo di Sant’Agostino era conservato il manoscritto de ‘L’infinito’ di Giacomo Leopardi. E da un ‘Futuro Infinito’ bisogna ripartire. Così si chiama il progetto lanciato dalle due libraie di Matelica.

Francesca

 

‘I libri sono la prima cosa a cadere dopo una scossa. Sono anche le prime cose che possiamo rimettere a posto’. E così Francesca e Silvia, con il passaparola, con i social, hanno rullato i loro tamburi: inviateci un libro, uno solo, un libro a voi caro, fateci una dedica per un abitante di Visso e così costruiremo una nuova biblioteca. In pochi mesi sono arrivati tremila libri. Tutti, quasi tutti, con parole belle per la gente del paese. Una grande, piccola storia. E un ostacolo insuperabile: dove mettere questi libri? In un anno e mezzo, non è stato possibile trovare un luogo dove riporli e far nuovamente funzionare la biblioteca. Il terremoto è anche questo: le impossibilità di una burocrazia, l’eternità di una ricostruzione, il vuoto della politica. Francesca e Silvia, allora, hanno costruito, in un giardino del paese, una casetta ‘abusiva’, una sorta di nido giallo dove è possibile scambiarsi libri. Ora le due libraie stanno portando i libri negli agglomerati di ‘casette’ dove gli abitanti provano a vivere: Francesca e Silvia sognano una biblioteca diffusa. ‘C’è un bisogno estremo di tornare a incontrarsi. I libri possono essere una buona occasione – raccontano – C’è bisogno di sapere se tutti stanno bene, di aprire le porte, di chiedere se si ha bisogno di qualcosa. Di portare, assieme ai libri, il latte, il pane, una medicina’. Un welfare spontaneo e popolare nel vuoto delle istituzioni.

Felicità

 

Alla fine, compro il libro di Dora Albanese e l’inevitabile Bolaño. Prometto che leggerò Steinbeck. Ho la sensazione di aver vissuto un pomeriggio importante e bello. Libri e terremoto. Mi viene la malinconia a pensare che non accadrà di passare molte altre volte da Matelica. Altrimenti vi spenderei soldi che non ho. Ma sono felice che Francesca mi faccia una carta-abbonamento per continuare a comprare qui i miei libri. Lei ha speranze del mio ritorno. E io posso aggrapparmi alle sue speranze, alla vitalità di Silvia, alla bellezza di Matelica. E ai libri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un pensiero riguardo “Storie di librerie/Matelica, i libri e il terremoto

  • 17 agosto 2018 in 4:25
    Permalink

    Belle storie di resitenza, di fatica nascosta e di soddisfazione…
    Grazie.
    Autori sconosciuti e idee di lettura…
    Cosa volere di più?

    Risposta

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