L’Orchestra/La musica lascia segni sulla pelle

Document the moment you feel most in love with yourself – what you’re wearing, who you’re around, what you’re doing. Recreate and repeat.

(Warsan Shire. Citazione scritta su un foglietto appeso in una parete della Scuola del Mondo Unito a Duino, là dove l’Orchestra si è formata, là dove ha studiato anche Giulio Regeni)

1/La musica lascia segni sulla pelle

Duino, primo giorno

La musica lascia segni sulla pelle. Gli spallacci delle custodie degli strumenti arrosano le spalle. I violini e le viole giocano con il collo e depongono tracce come baci appassionati. Sono arrivate anche ragazze con bende a polsi e braccia. Troppa passione. Guariranno. L’estate e il desiderio sono toccasana. Intanto, fanno danzare una matita a seguire un ritmo sullo spartito.

A Duino, scogliera sul mare, primo giorno dei giovani musicisti. Primo giorno di prova. Ragazzi dai dodici ai diciotto anni: hanno una settimana per essere orchestra. Vengono dall’Europa, guardano a oriente. Sessantaquattro musicisti. Sono croati, polacchi, serbi, estoni, albanesi, ucraini, ungheresi, turchi, albanesi, italiani. Hanno maestri dalle storie meticce alle spalle. Loro sono meticci. Sono intrichi di identità, di storie, di radici di terre diverse. A sera i ragazzi serbi hanno tifato Croazia.

Paolo mi aveva avvertito: ‘Li incontri e già avverti la malinconia di quando te ne separerai’. Al primo giorno, alla prima mattina, ne sono immune: guardo il loro talento e la loro bellezza. Sono solo spaesato. Ai margini dei cerchi. Ascolto la musica, non arrivo fino a comprenderla. Incantato. Non fotografo. Ma il mio compito è fotografare. Guardo i piccoli movimenti dei piedi che seguono un ritmo. Invidia.

E giro per le stanze di scuole che avrei voluto frequentare: presentatemi quel professore che appende poesie di Emily Dickinson alle pareti, che mette un post-it con su scritto: ’Siete tutti creativi’, che lascia su una cattedra un consiglio di Warsan Shire. Lo ricopio, dovrei ascoltarlo se solo fossi migliore: ‘Documents the moment you feel most in love with yourself, what you’re wearing, who you’re around, what you’re doing…Recreate and repeat’.

I maestri chiedono di trasformare in musica i cieli della Finlandia, di suonare come cavalli al galoppo in un film di John Wayne, dicono di nuotare. Perché nuotare è libertà. E la musica ha i gesti del nuotatore. Prendo appunti. ‘Un neonato afferra il dito della mano, lo tiene, lo lascia: ecco, così bisogna impugnare l’archetto di un violino’.

Mi perdo nel labirinto dei bemolle, di ‘tre, quattro, and…’. Mi passa il pensiero di non essere mai entrato in un cerchio. Mi sarei nascosto dietro a una tuba, se solo qui ci fosse una tuba.

E poi Leonard. Ad Amsterdam, 1972 (ehi, c’ero anche io: Vondelpark, una notte di fuga). Adesso la tua foto su una porta della sala delle prove, e tu ascolti i primi e i secondi violini, vorresti partecipare alle audizioni, e portare Marianne a camminare sul sentiero di Rilke. Now so long, Marianne/It’s time that we began to laugh/And cry and cry and laugh about it all again. E’ tempo di cominciare a ridere di nuovo.

Se volete saperne di più, perché io non ve la spiego, su questa storia, su questi musicisti, sui loro maestri, cercare la European Spirit of Youth Orchestra, www.esyo.eu.

2/’Tu sei l’assolo là in mezzo’

Duino, secondo giorno.

Sorprendo Dimitri, il più piccolo, alla grancassa. Riesce a domarla con la saggezza di un gigante.

I percussionisti non riescono a stare fermi. Devono battere qualcosa, devono muoversi. Suonano qualunque cosa tocchino e se non hanno un legno o una pietra a portata di mano, si battono le mani sul petto. Le fotografie non rendono omaggio ai movimenti ondeggianti dei loro corpi. I percussionisti mi appaiono come giocolieri.

Una sola arpista. Solitaria. Nella sua stanza. A sei anni, Francesca si imbatté in una ragazza che suonava l’arpa. Decise che avrebbe provato a suonarla anche lei. Cominciò a nove anni. E’ uno strumento di fatica. Altro che leggiadria. Bisogna avere dita di acciaio, vengono i calli sui polpastrelli. E stare attenti ad evitare il colpo di frusta di una corda che si spezza. Giuro: non scriverò più ‘angelico’ del suono di un’arpa. E’ magnifico. Francesca suona solo per me.

Imparo: un’arpa ha sette pedali e quarantasette corde.

Chiedo al maestro della tromba come ci si accorge del talento. ‘Lo abbiamo tutti. Dobbiamo scoprire dove. Poi è necessaria la folgorazione’. La ragazza che suonava l’arpa davanti a una bambina di sei anni, appunto.

Devo avere pensieri strani se mi sveglio al mattino presto e ascolto Density 21.5, caposaldo della musica per flauto. Poi ‘Ackowledgement’ di Coltrane. Quasi pronto per scrivere un noir alla Izzo, insomma. Va bene, come non detto, vado a camminare sul sentiero di Rilke e guardo il mare. E di fronte al mare ‘la bellezza è un’idea semplice’. Fabio sarebbe orgoglioso di me. Tranquillo, amico mio: la musica colpisce un punto del corpo che ancora non ho individuato (cambia di continuo), ma poi si disperde: mi prendo una pioggia di gocce immense e un sole che scintilla, vorrei tenermi addosso quest’acqua. A sera, mi arrendo a Vecchioni: ‘Ma dammi indietro la mia seicento/i miei vent’anni e una ragazza che sai tu’. Anche i ragazzi fanno karaoke alla luce del bar Mickey Mouse chiuso.

I trombonisti vanno a fare esercizi di respirazione al mare. Ci devo credere?

Prendo appunti: ‘L’orchestra fa la sincope e tu sei l’assolo là in mezzo’. Insiste: ‘Sei solissimo, là in mezzo darai il tuo colpo’. E’ il piano per svaligiare una banca alla vecchia maniera? Come ci si sente durante un assolo mentre gli altri fanno sincope? (nemmeno wikipedia, vivaddio, mi spiega)

Non ho risposta alla domanda: come si fotografa la musica? A volte vorrei vedere le note uscire da una tromba. Il sassofono mi guarda con aria sconsolata e ammiccante. Lui, per ragioni di età, non può far parte dell’orchestra (non si può fare un’aggiunta agli spartiti? Vuoi tenere fuori Coltrane?)

Da dove esce il suono dell’arpa? La cassa armonica poggia sul corpo dell’arpista. Francesca diventa cassa armonica.

3/Bach is jazz

Duino, terzo giorno

Tamas, maestro di archi, si preoccupa della macchina fotografica: ‘Non è un momento buono, stiamo soffrendo’. Un pezzo molto difficile. I ragazzi diventano serissimi. Ci provano, e riprovano, nelle pause continuano a muovere labbra, mani, piedi, cercano l’intesa.

Oggi l’orchestra si sta formando. Si raggruppano gli ottoni, si incastrano le sedie una sull’altra, ingorgo di violoncelli e violini, i tre contrabbassi si schierano contro le finestre. Controsole, sfiga per il fotografo. Incastri di corpi, capelli e strumenti, gomito a gomito, archetto che sfiora quello del vicino. Tamas è una macchia di sudore: ‘Strong, strong’ e stringe i pugni. Appare felice.

‘If you are pleasure, you play good’, insomma, ho capito. Cerco di interpretare: ‘Pesante is like crescendo in forte’. Mi affascina il gramelot di frontiera, il gramelot della musica. ‘Suona macho’, a naso conto più ragazze che ragazzi qua dentro. Ma si fa per capirsi. Dai, un po’ di energia. ‘More sostenuto’.

A sera si riuniscono i ragazzi del coro. Musicisti e cantori. In una stanzetta minuscola in cui le voci si urtano l’una con l’altra. E il maestro di coro ricorda: ‘Bach is jazz’.

Nella notte si scende al mare. Con la pizza. Che meraviglia.

E meraviglia sono i passi di Rilke. La donna dell’edicola (che vuole cambiare mestiere) mi tenta con Rainer Maria. ‘Si, è vero, le primavere chiedevano di te. Delle stelle’. E allora camminiamo sull’orlo della scogliera. Nelle ore del caldo. Camminiamo parlando sul sentiero di Rilke. I tromboni ci salutano, le percussioni hanno un ultimo rullio. ‘Perché al restare non v’è dove’. Non devo leggere queste parole. ‘Strano, i desideri non desiderarli più’. Oggi sul cammino, si fanno esercizi di ginnastica e si affinano i corpi. Come camminava Rilke? La birra e le parole. E poi ‘Il vuoto entrò in quella vibrazione, che ora ci travolge e ci consola e ci aiuta’.

4/Stretching

Duino, quarto giorno

Mirko, maestro di tromboni, uno tosto e allegro, si avvicina a Karol e al suo trombone. E con un piede ferma il movimento della gamba del ragazzo. Insomma, Mirko pesta il piede di Karol. Mi spiega (a me occorrono le spiegazioni): ‘Il ritmo è dentro il cuore, devi saperlo ascoltare. Devi saper danzare dentro di te’. Come dire: il piede è un trucco, un inganno. E sul palco non si può ticchettare. ‘Il ritmo è dentro il cuore…’.

Igor è un folletto. Si infila fra gli archi. Afferra un archetto. Credo che dica questo: ‘Trovate il punto della corda dove non vi è il suono migliore. Ma il suono più interesting. Più magico’. Lo zen e i violini.

Come riconosco un suono magico? Forse, solo forse, lo riconoscerò senza riconoscerlo.

Mirko, alle nove del mattino, decide che è saggio fare stretching: e settanta musicisti sollevano braccia e si stiracchiano. Si scoprono le pance e gli ombelichi.

E’ arrivato il più giovane musicista: Filippo non ha ancora tredici anni. Un ciuffo che si ribella. E non può vivere senza la tromba. Una folgorazione.

Ho visto un’arpa entrare in ascensore.

Tentazione wikipedia: sapere di più (in realtà non ne so nulla) di Modest Mussorgsky. C’è un suo pezzo, “una notte sul monte Calvo”, nel programma dei concerti. E ne parlano in questi termini: ‘Dovete fare la faccia feroce quando suonate. Questo pezzo è full metal jacket. E’ un film dell’orrore. E’ paura’. Oddio…’E’ un pezzo selvatico’. E poi si mettono a discutere sulla musica russa di metà dell’800.

Finalmente, in una terra liberata, arriva una chitarra elettrica e un sax. E la session è esplosiva. Una tuba si unisce in qualcosa che non so definire. Ma vedo occhi scintillanti.

Però, cavolo, i due corni non hanno mai ascoltato Satisfaction e quasi non sanno chi sono i Rolling Stones. Tommaso, maestro di legni, si inquieta: ‘Non si può suonare senza conoscere i Rolling Stones’. E si mette a raccontarmi degli Iron Maiden.

5/Il momento prima del suono

Duino, quinto giorno (come se fossero cinque mesi che sono qui)

Davide, maestro di corno e vecchio allievo dell’Orchestra, avvicina il corno all’orecchio di Franzek. Che socchiude gli occhi. L’aria, aria intonata, ruota nel tubo, cerca un’uscita. ‘C’è un momento – la frazione di un momento – nel quale il suono è ancora silenzio…e se ne hai il controllo’. C’è un luogo del mistero nel sottofondo di ogni artista, c’è un momento sacro. Avvicino il mio orecchio al corno di Davide: un soffio, il giro dell’aria, una sorta di pizzicotto gentile che si arrotola fra i capelli e il disegno dell’udito. Mi perdo, non l’afferro. Franzek fa un cenno.

Da un semplice tubo curvo, un cerchio a spirale, tre soli tasti, escono tredici note. O sono sedici? La lunghezza del fiato. La velocità del fiato. Il mistero, appunto. La musica è un mistero.

Prendo appunti come uno scolaretto, l’illusione è che se vedo le parole, forse prendo il suono, lo faccio diventare pelle, provo i brividi smarriti mille anni fa. Così: ‘Piano is asking that somebody listen to you’. Il musicista chiede: ascoltami.

Francesco niente sa di musica. Sta seduto nell’incanto. Io avverto una zona dalla quale sono escluso, dalla quale mi autoescludo. Francesco, no. Non ha questo pensiero. Non è davanti a un cancello chiuso, non vede nemmeno il cancello. Entra e esce. Non è necessario capire.

Nenad: ‘Slowly tempo’

I musicisti si guardano negli occhi. Non hanno pudore. Si mostrano nudi l’un con l’altro.

I maestri, da dietro la linea dell’orchestra, svolazzano le mani ai propri allievi, giocatori dai segni incomprensibili, sillabano a bocca aperta, tagliano l’aria con un dito, alzano sopraccigli e la risposta è un movimento impercettibile degli occhi. Codici. Come i giocatori di carte al tavolo della briscola. Più in grande.

Maria si precipita al cellulare rosa ogni volta che poggia il suo strumento. L’urgenza di una voce.

‘Questo è il più bel suono che sapete fare?’.

Finiti i giorni a Duino. Con la festa. Ognuno deve raccontare il proprio paese. Ballano in coppia i polacchi, la ragazza cinese ha nostalgia di casa, tirano fuori abiti quasi eleganti, Bleart senza cappellino, il ragazzo con il codino scrive spartiti per raffigurare l’Italia.

Nel frattempo segna Mandzukic. Un ragazza sussurra la notizia all’orecchio del maestro. Serbi e croati si abbracciano. Il calcio a volte ti scalda il cuore.

6/Dormono anche i violoncelli

On the road to Camerino (giorno sesto)

I musicisti suonano, mangiano, dormono. Dormono appena possibile dopo le notti senza sonno. Dopo l’adrenalina, il corpo cerca una sospensione. Mangiano molto. Suonano qualsiasi cosa che passi davanti a loro. E anche dietro.

Coco dorme appisolata sul vecchio pelouche di nome Lucky, lo stesso del cane che ha lasciato in Cina. La violoncellista dorme con la testa appoggiata sullo strumento. Dormono tutti, perfino i violoncelli, sul pullman che se ne va per autostrade. Via da Rilke e dal manifesto di Leonard Cohen che mi rassicurava ogni mattina: ‘Sono qui, sono qui. Per “the last waltz”’. Viaggio per le soste alle aree di servizio e comprarsi schifezze varie. Più colorate sono, meglio è. I ragazzi offrono patatine fritte, come resistere? I chilometri passano in fretta, senza un solo coro, qualche sussurro. Un furgone porta con sé le percussioni.

Via dalla scogliera di Duino, ora è il gioco delle campagne selvatiche e addomesticate, ancora ferite dal terremoto, delle Marche.

I musicisti sono facchini, autisti, meccanici, magazzinieri. Usano brugole e chiavi inglesi. Si stupiscono di un dado lento. Hanno energie: caricare e scaricare furgoni. La tuba blocca la portiera. Il ragazzo si allarma.

I musicisti si distraggono un momento e dimenticano il leggio del maestro.

I musicisti trascinano pesi ingombranti.

I musicisti parlano di corsi e concorsi.

I musicisti…

Camerino. Le impalcature a sostenere le crepe nelle case. Le travi e le corde d’acciaio sono diventate architettura. Il paese appare un deserto in una sera di estate. Dove sono i bambini? Non vado a cercare la ‘zona rossa’. Guardo, da lontano, una casa sventrata. Ricordo il mio tempo di Amatrice. La grande università tira fuori ogni resilienza, grida la vita e il futuro. Ben pochi studenti nell’estate. Splendide ragazze nere. Incroci.

I ragazzi si incantano di fronte alla collina dove il grano appena tagliato disegna il perimetro di ciuffi di bosco. Mi piace il loro stupore.

La finestra aperta sugli alberi. Nessun rumore o canto. Silenzio.

Troppo silenzio.

7/Chourmo

Gli orchestrali devono ‘prendersi cura’ uno degli altri. Il musicista è vanitoso. E’ abituato alla solitudine del suo strumento. I ragazzi devono imparare ad ascoltarsi, a soccorrersi in caso di difficoltà, devono ‘prendersi cura’, dice Igor.

Come è difficile ‘avere cura’. A me non riesce. Ancor di più è ‘prendersi cura’. Mi torna in mente (mi torna in mente spesso) la parola ‘chourmo’, parola che Jean Claude Izzo, scrittore meticcio di Marsiglia, abbandonò su una panchina vicino al porto: in lingua provenzale significa ‘ciurma, i rematori di una galera’. Oggi chourmo vuol dire ‘immischiarsi’. Non sei più di un quartiere, non sei più straniero. Sei chourmo. Sei nella stessa barca, ai remi. ‘Per uscirne fuori. Insieme’. Chourmo è un’orchestra.

‘Are you happy?’, comincia così Igor. Oggi I ragazzi diventano orchestra, provano a stare assieme, la difficoltà di stare assieme, la bellezza di stare assieme.

Una violinista prova senza strumento, guarda lo spartito e mima il movimento delle braccia. Io vedo l’archetto. I suoi occhi serissimi. Ricordo una disperata immagine di ‘Il Concerto’, splendido film di Radu Mihaileanu. Una violinista, rinchiusa in un lager sovietico, suona il violino che non ha. Suona nella neve. Suona con le braccia, segue le note, le afferra nel silenzio. E ride, ride, ride…qui è tutto più semplice: mi imbambolo a vedere la ragazzina compiere i gesti della musica.

Karol, no, ha il trombone in mano. E’ uscito dal teatro, ha cercato una sua solitudine, un blocco di cemento ai confini degli alberi. E suona verso la valle. Da solo. Cerca qualcosa. Vado a disturbarlo (mi sa tanto che disturbo molto). Troppo bello. Lo ritrovo a sera, seduto per terra, sotto un lampione, a parlare con due amici.

Cercano di spiegarmi il labirinto dell’aria in un trombone. Chiedo dove sono le note. ‘Nella coulisse’. Faccio finta di capire. Treccani online: ‘Tubo a forma di U…modifica l’intonazione’. Tommaso mi guarda: ‘Le note stanno nella tua testa’. Il pensiero che incontra l’aria e diventa un accordo. Cerco di vederlo…

Se il gioco del ritmo ‘zoppica’ è bene cantare. Provare con la voce.

Mi viene sempre una gran voglia di ‘contraddire’: ma i poeti del rap, li ascoltate? Sfera Ebbasta nelle periferie milanesi? Qualche sguardo schifato. Poi Tommaso mi racconta (qui mi azzardo in terreni a me sconosciuti, perdonatemi se potete): ‘Beethoven ruppe le regole. In piena restaurazione scrisse senza seguire una melodia e senza intonazione’. Era rock, Beethoven? Franz Shubert aveva imparato la musica direttamente da Dio. Era nato per creare musica. Morì a poco più di trent’anni. Di sifilide. E di alcol. Jim Morrison è morto a 28 anni. Janis Joplin a 27. Anche loro, ho il sospetto, avevano imparato direttamente da Dio.

E poi c’è Camerino. La ‘zona rossa’ presidiata ancora, a due anni di distanza, dai soldati. Le vie del paese deserte. Cartelli per restauro. Cartelli per vendere. Nessuno, nessun bambino alle otto di sera di un giorno di estate. E’ molto peggiore che un deserto. Camerino è città di studenti, di ragazzi. Immagino queste strade piene di gente solo due anni fa. Ora mi appare peggio dell’emergenza: è come se il terremoto fosse entrato nella mente. Sensazione di abbandono.

Scendo fino al CityPark (ma chi li pensa questi nomi). Gazebo che ospitano negozi e bar cacciati dal centro del paese. Mangio da loro, mi appare la sola cosa che posso fare. ‘Il terremoto ci ha massacrato’, mi dice l’uomo dietro al bancone. Sono passati due anni. ‘Dicono che ci vorranno trent’anni prima di tornare a vivere al centro. E’ tutto attaccato, una casa addossata all’altra’. Poi ha un sorriso: ‘Ma siamo qui. Ce la facciamo’. E offre un amaro. E dà la mano.

8/Dicono di Mike Tyson i direttori d’orchestra…

Camerino, ottavo giorno

Dicono i direttori d’orchestra: ‘Sapete chi è Mike Tyson? Non potete affrontarlo con i guanti bianchi. Forte’. Poi, un minuto dopo: ‘Baby, baby touch. And puma energy’.

L’archetto? ‘Come se sollevaste con delicatezza un bicchiere per bere qualcosa di molto buono’

E ancora: ‘Ascoltate più forte, suonate pianissimo’.

‘Siete preparati con le dita, non con l’orecchio’.

‘Feroce. Come un leone che sta mangiando’.

‘Pianissimo…chi ascolta deve immaginare your sound’. E poi ci sono King Kong, la bomba di Hiroshima, la vecchietta dell’ultima fila che pretende il rimborso del biglietto perché non ha sentito il tuo ‘forte’.

E, a volta, mi sembra di vedere il sergente di Stanley Kubrick, ma lui non avrebbe poi riconosciuto: ‘Bravi, horns…’. E i ragazzi, liberi dalla tensione, battono gli archetti sul leggio.

Sono un caravanserraglio, le parole di un direttore d’orchestra. Una corsa su un otto volante…

9/Dove gioca Kalinnikov?

Camerino, giorno nove

Silvia mi dice: ‘Il terremoto dura per sempre’.

E mi devo arrendere: ha ragione. Non ci sono rumori a Camerino. Potrei giurare che nemmeno gli uccelli cantano, non ci sono le cicale nonostante la giornata del gran caldo. Non ci sono giochi o pianti di bambini perché non ci sono i bambini.

I ragazzi avevano cullato una speranza: costruire (e non ri-costruire) un mondo nuovo. Si sono resi conto che non è possibile.

Telefono a Santa Giusta, il paese nel quale ho vissuto per alcuni giorni lo scorso anno. Rita è ancora lì: ‘Siamo rimaste in tre vecchie’. La invito al concerto: ‘Nessuno può accompagnarci’.

Però Silvia e Francesca, libraie a Matelica, si ostinano a fare ‘progetti’. Pensano un futuro.

E i ragazzi di ‘Chiedi alla polvere’, ad Arquata?

E se la musica potesse dare una mano? E’ sufficiente la musica?

Oggi ho malinconia addosso. E non riesco a scrollarmela.

Tommaso a colazione: ‘La musica è come l’arte marziale. Esercizio quotidiano, determinazione, preparazione per qualcosa che potrebbe non accadere mai’. Ma se accade…

Almeno mezz’ora per riscaldare il clarinetto. Teoria e pratica del calore. E Dario ne deve scaldare due. Il tempo e la musica.

I trombonisti cercano la solitudine. Si raggruppano. Stanno assieme. Karol e Lorenzo si chiudono in due stanze vuote all’ultimo piano dell’auditorium. Incuranti del caldo. Raggi di sole, bianchissimi, scintillano sull’ottone, come un incoraggiamento. Devono avere inquietudini, i ragazzi dei tromboni: cambiano spesso luogo la gente dei fiati, come se cercassero un’intesa fra geografie e musica. Li sorprendo all’aperto, nell’ora del sole africano. All’ombra, sfidano il caldo per cercare un suono comune.

Ho nel cuore Kady, violinista estone, maestra dei secondi violini. Guarda con felicità i ragazzi. ‘A noi non era consentito viaggiare, non ho mai potuto vivere un’avventura come questa’. E, nei suoi occhi, passa un’ombra di malinconia per la sua adolescenza. Come glielo spieghiamo ai ragazzi che appena tre decenni fa, c’era mezza Europa che alzava muri per impedire di viaggiare? Come glielo spieghiamo che abbiamo creduto che nessuno avrebbe alzato mai più dei muri e che così non è andata?

Dove gioca Kalinnikov? In che ruolo? Il pub Asterix apre solo per noi. Per farci vedere la partita. Nenad potrebbe dirigere il coro degli inni nazionali. I ragazzi croati si alzano in piedi, ridendo come matti. Io vorrei cantare la Marsigliese, Humphrey Bogart ha fatto un cenno con la testa e la piccola orchestra si è messa a suonare. Come glielo racconto ai ragazzi di una notte a Casablanca? Di un grande amore, di un’amicizia, della nebbia, di una bottiglia scaraventata in un cestino. Ho già provato a raccontare a una clarinettista di Modena che in quella città c’era un caffè e qualcuno, il 29 settembre, vi si era seduto. Poi ho guardato la data: 1967. Ah…

Ci godiamo la finale dei Mondiali. La partita dei migranti. Liberi di tifare per i croati (i più) e per i francesi (io, insomma, e Paolo). Sudiamo sotto il gazebo, vanamente un condizionatore cerca il vento. Ma il sudore fa parte del calcio, qui dentro voglio stare. Il mondiale è una storia meticcia. Come un’orchestra. I ragazzi tirano fuori un pallone e si prendono a pedate. Mi viene addosso il pensiero che ci vorranno altri quattro anni per un mondiale. E poi in Qatar che Mondiali del cavolo: va bene, ammettilo: questa è vecchiaia. E quattro anni sono troppi. Mi riguardo la corsa di Tardelli, e il girotondo di Grosso.

E i tromboni, alla stanza 98, continuano a suonare. Si fanno lavatrici su lavatrici. Il concerto è fatto di panni da lavare, kebab dall’afgano (una storia da profugo, un matrimonio in Sicilia), patatine con rivoli di ketchup, due chilometri a piedi per raggiungere il teatro delle prove. Si avvicina l’esordio, il debutto. E la compagnia si ingrossa. E’ arrivato Paolo.

Davvero, non ci sono rumori a Camerino. Datemi almeno una chiacchiera di uomini nella notte. Mi piacerebbe una parata di ottoni per le strade del centro. Per scuotere il vuoto. Mi addormento con Patti Smith, mi dico che il dio delle sinfonie è comprensivo.

10/Il nonno di Igor

 Camerino, giorno dieci

Alla fine arriva Paolo. Stanco di treni e chilometri. Arriva affamato. Ci vuole una birra. Gli occhi sorridono nello scorrere sui volti dei ragazzi. Alcuni già lo conoscono, qualcuno ne ha fatto perfino un’imitazione. Ticchettano gli archetti in segno di accoglienza. ‘Paolo è il nostro nuovo strumento’, dice Igor. La voce cerca un pertugio fra le note, gli accordi si danno di gomito per trovare spazio alle nuove vibrazioni. Paolo osserva, come un ragazzo, i gesti del direttore dell’Orchestra. Aspetta il suo segno.

Igor solleva scatoloni. Lavagne portatili. Le alza sopra la sua testa. Ci sono Pablo Picasso e Pablo Neruda, Herbert von Karajan, Claudio Arrau, Yehudi Menuhin. E Maria Callas. E poi Mario Andretti e Jackie Stewart. Come fa un ragazzo di sedici anni a conoscere Jackie Stewart? Un pilota di Formula Uno e un direttore d’orchestra. ‘Si sono spinti ai limiti delle capacità dell’uomo’. E chi è Raffaello Sanzio? Un disegnatore. Beh, vicino, quasi, insomma. Però chiedere a degli adolescenti di Marcel Proust mi sembra malizioso. E Victor Hugo? Uno scrittore. Bene. Sì, i Miserabili. Bisogna capire qualcosa nel trabocchetto di Igor? Io penso che ai ragazzi chiedo dei Rolling Stones e di Sfera Ebbasta. E il contrabbassista albanese mi fa ascoltare Noisy.

L’ultimo personaggio della lezione di musica è ‘responsability’. Dove ho già sentito questa parola? Responsabilità. Questi ragazzi hanno cura e distrazioni. Non ripongono la responsabilità nella custodia degli strumenti, non la nascondono. La musica è una guida per i passi lungo i corridoi, per il risveglio della mattina, per la spesa al supermercato. Magda smarrisce la borsa con documenti e soldi, ma un secondo violino ha visto la sua sacca negli anfratti di una poltrona di velluto. Applausi per il ri-trovamento. La ragazzina merita i tre minuti, a quattordici anni, della sedia del primo violino, l’abbraccio e il baciamano del maestro.

Io rimango fuori dalla mia stanza. Cosa non dovevo smarrire? La chiave per tornare a casa. Dove sarà finita? Responsabilità?

‘Non aver paura di sbagliare, metti l’intenzione di far bene’. La stanchezza di prove infinite si abbraccia con una sottile tensione. Si avvicina la sera dell’esordio. Finta di nulla. ‘I fiati non soffiano’, si preoccupa Tommaso. Prove nei momenti della pausa, prove che si infittiscono, nella notte, in ogni momento che non è più libero. Il primo strumento, il capo-sezione, non deve essere il migliore, deve saper indicare il cammino.

Ivan può riposarsi. Ha camminato per sette anni. Che destino essere nato nel 1896 a Trieste. Vuol dire avere diciotto anni nel 1914. E una divisa austroungarica sulla tua gioventù. La guerra in Galizia (dov’è la Galizia, i ragazzi polacchi scuotono la testa nel dubbio). Ivan è ferito e l’impero va in pezzi. Nel sangue cambia il volto dell’Europa. Una nuova divisa per il soldato Ivan: l’esercito serbo. Ancora una ferita, le corsie dell’ospedale di Odessa. Come si torna a casa in un’Europa incenerita? Andando verso Oriente, il giro del mondo, la Terra è una sfera. Si va Oriente per finire a Occidente. A piedi, fino a un luogo che si chiama Vladivostok. Ci sarà pure una nave per il Mediterraneo. Per Dubrovinik, ancora un passo, fino a Belgrado. Trieste. Sono passati sette anni. Quanto sono lunghi sette anni a piedi? Ci sono i fascisti ora a casa tua e Ivan, nonno di Igor, si ritrova, da sloveno, in un confino nel Meridione d’Italia. Storia di un uomo nella Storia. Penso ai migranti dell’Eritrea, del Mali, del Sudan, del Gambia: fra un secolo canteremo la loro epica, il loro coraggio, la loro morte, i loro passi infiniti? Sì, lo faremo. L’Orchestra ha questo compito: raccontare un cammino, raccontare l’Europa. Dire ‘a chi è giovane adesso’ che ‘settant’anni di pace sono un’eccezione nella nostra storia’. I musicisti ‘rispondono con l’armonia al raglio dei seminatori di zizzania. Trasformano in sinfonia ciò che l’Europa fatica sempre più a orchestrare. La magnifica pluralità delle sue voci’. Responsabilità, appunto. ‘Ringraziare desidero’ l’Europa.

In sei giorni, i ragazzi sono diventati Orchestra. Ora conoscono Sibelius e il suo poema sinfonico. E, posso giurarlo, adesso anche io vedo il paesaggio della Finlandia prendere forma, colori e nuvole e mare davanti a me. Ascolto, con tremore, i passi degli invasori nella marcia degli ottoni, ascolto la resistenza e la ribellione dei violini, l’ostinazione delle viole. Ci sono tracce di felicità nell’aria.

Una tempesta si scatena, nella notte, su Camerino. Ho lasciato la finestra aperta. E ho mal di gola. La febbre. Gli occhi pieni di sabbia.

11/Bollicine

Camerino, giorno undici

Vi avverto: è stata una giornata di umore storto e sotto i tacchi. La mia, ovviamente. I ragazzi sono in una nuvola splendente. Le mie ore si risollevano solo a notte quando una luna a falce si è messa a giocare con Venere e il cielo si è fatto di un blu perfetto come una sinfonia di Mahler (l’Orchestra mi sta contagiando, tranquilli, passerà…). Riemergo solo quando un oste greco, dall’accento marchigiano (migrazioni, no?), porta in tavola un’eccellente retsina. Mi mancava il suo sapore di legno e resina.

La giornata di graffi mi ha riportato nel mio mondo: le conferenze stampa, i microfoni, i rituali della ‘comunicazione’, i progetti europei, i giornalisti con aria da dovere annoiato. Alla fine do ragione a Paolo: ‘Credo sempre meno alle parole, mi affido alla musica’. Se lo dice lui, che fa il narratore.

Eppure Lorenzo ci ha provato a punzecchiarmi: ‘La mia ragazza dice che si accorge che non suono da tre giorni. Ho le labbra più morbide’. Come devo interpretarlo: ‘Meglio suonare o meglio baciare?’. E un bacio a labbra dure com’è? Ci sono ragazze che suonano il trombone? Tommaso, maestro di legni, è felice per gli ottoni (li ha condotti per mano): ‘Meritano una birra, sono straordinari, hanno lavorato molto’. A sera, davanti alla lavatrice, sorprendo gli ottoni che ascoltano Mahler (colpa loro, allora, del contagio) con l’eccitazione di un tifoso di fronte a Ronaldo. ‘Ci credo, è un trionfo di tromboni’. Non ricordo chi diceva: ‘Non guardate negli occhi i tromboni, li incoraggereste’.

Tommaso gongola: ‘Non ho mai sentito un suono così. Non ce l’ha nessun’altra orchestra. Suonano in maniera diversa. Sono giovani e sono stati scelti per la loro diversità. I direttori vogliono che i propri musicisti suonino tutti alla stessa maniera: qui no, qui c’è la ricchezza della diversità, la bellezza della biodiversità della musica’. E mi invita: ‘Senti, è caramello, senti le sfaccettature, sono bollicine’. Provo a sentire, prendo appunti, non dovrei. Orecchio privo di ogni allenamento. ‘Non si rendono conto di quanto è difficile quello che fanno’, ripete Igor. E se la prende con i percussionisti che si muovono di continuo sul palco.

Scopro che il vecchio Modest Musorgskij ha guidato la danza delle streghe in ‘Fantasia’. C’è una campana alla fine: ecco, va in ritardo il rintocco. C’è da guardare il direttore e non lo spartito.

Karol continua a picchiettare il suo piede. Lorenzo glielo pesta. Il ritmo è nel cuore, ricordi? Anche Mirko, il maestro dei tromboni, pestava il piede di Karol.

Gli oboisti usano, per sistemare i propri strumenti, carta da sigarette e bicchierini di rakija. Trucchi.

E adesso sono troppi a chiedermi di mandare per mail le foto, io ho già perso ogni originale, in una cassapanca di foto.

Non andiamo al Sud, il giro dell’Orchestra si improvvisa. Il Sud si nega, non siamo stati convincenti. Niente Lucania, non torno a casa, non torno a Irsina, non torno a Matera. Nascondo il graffio e la malinconia. Una cura per la cicatrice. Già immaginavo parata di ottoni per il Corso. I ragazzi avevano voglia di Matera. Niente soldi, come muovere ottanta persone, due pullman, due furgoni? Andremo nel terremoto. A Norcia. Idea di Paolo. Omaggio a San Benedetto, patrono dell’Europa, il santo e il monaco che seppe credere, in tempi bui (come questi?) in un continente e rese più lieve il Medioevo, gli restituì un orizzonte di speranza. Sapremo vedere Benedetto, oggi che alziamo muri? Ho davvero la sensazione che qui, in queste montagne, si decida il destino dell’Appennino, di un pezzo d’Italia: qui si gioca l’anima più importante dell’Italia. E ho anche il timore che sia una partita perduta. Per questo la malinconia? Per questo il giorno storto? Per l’abbandono dell’Appenino? ‘Bisogna venire qui quando il sole è basso’.

12/La luna sopra la musica

Spinea, giorno dodici

Un attimo prima. Il maestro Igor abbassa la bacchetta. Si fa serio. Debutto dell’orchestra, primo concerto. Nella bellezza sorprendente del parco Nuova Gemma di Spinea. Dov’è Spinea? Entroterra di Venezia. ‘Fino a ora avete lavorato. Avete lavorato duramente e bene. Stasera suonate davanti a un pubblico. La prima volta. E deve essere una gioia. La felicità di condividere la vostra musica con altri. Siamo felici per loro, per chi viene ad ascoltarvi. Enjoy your performance, amate la vostra musica, lasciate che vi prenda per mano’.

I ragazzi hanno seguito il consiglio di Igor.

Credo che per quasi tutti i sessantasei musicisti di questa orchestra di ragazzi sia la prima volta che suonano assieme davanti a un pubblico. Sono un’Orchestra. Era musicisti solitari appena dieci giorni fa. Eppure, nelle ore prima del debutto, non vedo traccia di paura, timore, stress. Arrivano le pizze. Margherita. C’è fame. Si mangia su tavolinetti di legno. I ragazzi non cambiano: è come se fosse giorno di prove. O vogliono dare questo senso di sicurezza? Saltano fuori abiti scuri, si lustrano le scarpe nere, le ragazze si truccano a vicenda, raddrizzano la piega dei pantaloni, giocano con i capelli. Metamorfosi: erano ragazzini in sandali, calzini colorati e jeans strappati. Ora sono musicisti serissimi. Men in black sotto la luce arancio dei lampioni. Sotto la luna, felice di essersi impigliata fra gli alberi del parco.

Poco prima avevo sorpreso Bleart, contrabbasso albanese, a giocare con le papere dello stagno. ‘Ci sono anatre, tartarughe, pesci. Vivono tutti assieme. Ci pongono domande?’. Lo guardo con stupore. Se ne va a prendere altro pane da lasciare alle anatre.

Giornata folle. Infinita. Via da Camerino, due pullman, due furgoni. La musica è caricare gli strumenti, incastrare l’arpa, trovare spazio per la grancassa. E’ fatica, sudore, muscoli, tempo. E chilometri. Io vorrei, ma non oso, canticchiare: ‘E un’altra città per cantare…’. Dove sei Ron? Beh, i ragazzi ascoltano musica balcanica…Elisa, Igor, Paolo lavorano per tutto il viaggio. Mille guai da risolvere, parcheggi, stanze, pizze.

Chilometri, aree di servizio, caldo di luglio, computer, piccoli cori dal fondo del bus. Acquisto quasi di massa: patatine Pringles e lentine di cioccolata. Devo farmi raccontare il trucco delle Pringles.

Bello, il parco di Spinea. Panchine, bambini, anziani, birre e gelati, una pista per pattini, laghetto, una cabina del telefono che è diventata biblioteca. Dove siamo? Mi raccontano di comunità di senegalesi e bengalesi. Ibrahim scrive su un manifesto della scuola: ‘Il mio cibo preferito è la pizza kebab. E tifo per la Juventus, la squadra più forte del mondo’ – il mio dissenso su quest’ultima affermazione -. Spinea dà fiducia nel futuro. Il prato del parco si riempie di gente, si aggiungono sedie. Paolo parla di Europa, i ragazzi sono una meraviglia. Alle mie orecchie profane, ma anche all’orecchio dei maestri.

Che universo è questo? Alla parola ‘Europa’ qui ci sono brividi a fior di pelle. All’Inno d’Europa, l’Inno alla Gioia, si alzano in piedi. Applaudono. ‘Perché non bastano questi incontri a fare l’Europa?’, chiede Paolo.

Igor chiama in prima fila Filippo e Sofia e i loro dodici anni. Prima tromba, primo violino. Poi i quattro ragazzini estoni: due giorni di viaggio per arrivare fino a qui. E Bleart (il solo che abbia un tatuaggio: un alieno sul collo e Paolo deve andare fino in Cina per cercare un Alien, per trovare una frontiera, verso Oriente riesci a sentirti fratello a mille popoli) ha viaggiato per ventidue ore di bus per suonare il suo contrabbasso.

Agli applausi i ragazzi diventano seri come un professore di università. Dai, saltapicchiate un po’, un sorriso di più. Ce l’avete dietro gli occhi, si vede. Fate finta che questo non sia un palcoscenico.

E’ che non so raccontare i concerti. Mi venne bene, anni fa, solo un articolo sui Jethro Tull. Il flauto di Ian Anderson. Vorrei intervistare Nada. Mi accorgo di essere in un altro pianeta. Poi mi distraggo: cerco le note, il cielo, gli alberi. Non fotografo, non prendo appunti. La musica conduce, per la durata di un concerto, in un altro universo.

Poi la gente se ne va. E ci sono le percussioni da rimettere sul furgone, i mixer e i fari da smontare, i ragazzi tornano ragazzi. E domani ‘un’altra città per cantare’.

13/Bologna, oh cara

Bologna, tredicesimo giorno

E se, a fine nottata, dopo esserci districati nella tempestosa movida dei portici bolognesi (i buttafuori sono cloni, meno aggraziati, di Superman: Manuel, che ne sa, mi spiega che molti immigrati trovano lavoro nella ‘sicurezza’. Devo pensarci su), scopro che le pagine del mio taccuino sono bianche. Nessun appunto, nemmeno una parola. Non è successo niente?

Deve essere la stanchezza. Un’altra premessa: Bologna muove, in maniera strana, il mio cuore. Lo occupa. Scaccia ogni altra terra. La città si sistema nella mia pelle, come se avessi sempre vissuto qui. Non vibra di lacrime, non ha compassione per me, ma ha il sorriso della buona memoria. Bologna si addice alla piccola gioia.

I ragazzi camminano sotto i portici, passano, con gli strumenti, sotto i vecchi murales immalinconiti di Francesco Lorusso, di Sandino, dei guerriglieri curdi. Non ne sanno niente. E come potrebbe essere altrimenti? Io ho il mio sbandamento senile: quarantuno anni fa, piazza Verdi, via Zamboni, il palasport. Deleuze e Guattari. Marco Boato. Sapevamo che tutto stava finendo, che, come sempre, nei mesi a seguire, il territorio sarebbe stato occupato dai ‘cattivi’. Non volevamo la guerra, non era più tempo di pace, intuivamo, senza volerlo sapere, che era finita la speranza, ma fu deciso di finire in bellezza. I tre giorni di Bologna, a settembre, Bologna, oh cara. Toh, sapevamo anche di lirica, mentre ascoltavamo Janis Joplin. Va bene, queste righe sono solo per la mia nostalgia mentre guardo l’angolo di piazza Verdi. Stasera, i ragazzi suonano qui.

I concerti sono attese: si aspetta i bus (c’è chi va a tagliarsi i capelli, chi mangia un gelato, chi cerca di far funzionare il cellulare), ci si addormenta in viaggio, io scrivo in equilibrio su uno strapuntino, il maestro dirige, quasi sognando, un’orchestra immaginaria. Sosta all’autogrill, pranzo a panini. Finalmente realizzo il desiderio di ordinare un Bufalino, anche se sono sempre tentato dal Camogli o dall’Apollo. Fatemi conoscere il copy e, soprattutto, chi decide i prezzi. Cinque euro e venti. Perché i venti? Utilità marginale?

Bologna è un puzzle. Città meticcia.  Portici sono rifugio di studenti (giorni di lauree), di sfaccendati felici, di ragazzi che vivono a mille chilometri dal loro Sud, di bariste leccesi, di disegnatori materani, di feroci gestori di pub inaciditi dal commercio, di punkabbestia sempre troppo uguali a loro stessi, di ragazzoni neri con addosso divise con su scritto: ‘Servizio’, di abiti lunghi (della serie: guardatemi) di chi sale alla ‘festa privata’ sul terrazzo che dà sulla piazza. Posso salire anche io? Conversazioni via radio dei vigilanti. ‘Due secondi’, troppo buoni. Ma sono sul terrazzo, guardo l’Orchestra dall’alto. Bologna, oh cara.

I ragazzi, nell’ora di libertà, sciamano verso piazza Maggiore. Piazza Grande. ‘A modo mio avrei bisogno di carezze anche io’. Qui, per i quaranta anni di Guccini. Quanti anni ha oggi Francesco? E queste torri, mi chiede Nenad? ‘Little donkeys’. Il Mercato di Mezzo e le sue tagliatelle. Mi sento a casa. Un inchino alla Feltrinelli, una notte di un autunno, una libraia con un orecchino al naso.

Ecco, Bologna mi ha distratto. Io, per intesa silenziosa mai concordata, devo scrivere di Orchestra. Diario (quasi) quotidiano. I ragazzi si cambiano fra armigeri medioevali e cavalieri. I video del pub-camerino rimandano rap. Musica di questo millennio. Le ragazze si truccano l’un con l’altra. Cercano specchi. Camminano, in abiti neri, lungo via Zamboni. Acustica complessa, difficile, brusii di fondo, ‘non puoi alzare la classica’, mi spiega il fonico. I maestri sono contenti. I ragazzi trovano l’affiatamento.

Si scolla la tastiera del primo violoncello. Emergenza. Il web guida a un liutaio a cento metri dalla piazza. Gli dei delle sinfonie, a volte, sono attenti e proteggono il miracolo dei musicisti. Il liutaio-mago arriva con un violoncello e, nella notte, soccorre lo strumento ferito. Ne riparleremo.

Paolo: ‘Questi ragazzi sanno ascoltare e io vorrei non essere un solista. Ma un fagotto confuso fra gli strumenti’. Aleksandra, violoncellista, non suona. Ha la tendinite. Ma per niente al mondo avrebbe rinunciato a questo viaggio di musica. Vedo il suo corpo afferrare le note. C’è la bandiera dell’Europa sul terrazzo di palazzo Verdi. ‘Ogni volta che racconto dell’Europa, vedo occhi lucidi attorno a me’. E allora perché? Ogni volta che si muove l’Inno alla Gioia, la gente si alza in piedi. E allora perché?

Un bambino gattona fin sotto il palco. Ondeggia. Anche lui afferra la musica. Applaude di felicità, si stende per terra. Paolo risponde al suo applauso. L’orchestra per un secondo suona solo per lui.

I ragazzi si abbracciano alla fine del concerto. Questa volta vogliono le foto, mi vogliono fra la foresta dei leggii. Finalmente ridono senza pensieri. Sanno nascondere la tensione, ora ritrovano la libertà.

A notte, in ostello, il piccolo scorge un ukulele: troppo forte la tentazione, suoniamo?

Il portiere di notte dell’albergo ci accoglie con la musica dei Queen. Crazy little thing called love. Applausi.

14/Ritorno a Camerino

Camerino, quattordicesimo giorno (due settimane?!, e quando finirà questo volo?)

Ritorno a Camerino. Via dalla folla dei portici bolognesi, per arrivare alle strade deserte della città marchigiana. Un’Italia doppia. La farmacia comunale del paese è uno sgabuzzino a fianco della biglietteria degli autobus. Immagino che il farmacista e le sue medicine siano qui da due anni, dalle settimane dopo il terremoto. ‘Dovremmo avere un’altra sistemazione in un nuovo centro’, quasi si scusa il farmacista. E poi: ‘Chissà quando’. E ancora: ‘Non so se rivedremo le nostre strade antiche, non so se torneremo’. Camerino è come franata: è scesa verso valle, una nuova città che ancora non ha forma, ma tendoni, casette e caterpillar. Il terremoto è per sempre, mi avevano detto le libraie di Matelica. Ma oggi i ragazzi suonano, vogliono suonare, vi è l’idea di ‘fare casa’ a Camerino. Per cercare, assieme, una strada di una rinascita.

Intanto è rinato il violoncello di Saša. Ricordate? Si era scollata la tastiera. Bruno, liutaio del centro di Bologna, ha fatto un buon lavoro. Tempo di chiacchiere con Igor. Si rincorrono ricordi di gente della musica. Lodi all’orchestra e nostalgie: ‘Nelle scuole oggi insegnano solo a diventare buoni solisti e si dimenticano la magia dell’orchestra’. Hanno i loro anni Igor e Bruno e allora il passato diventa migliore : ‘Oggi non interpreta più nessuno. Solo muscoli e velocità’. ‘Cercano di imitare un suono che non c’è, rincorrono il suono digitale e non ascoltano lo strumento’. Anche noi, amanti del calcio, diremmo le stesse cose delle tribù del pallone. Non è che davvero sia solo rimpianto degli anni giovani? Bruno è un liutaio sorridente e felice. E fa un gran bel mestiere. E ha una talismanica foto di Jimi Hendrix appena dietro il bancone delle riparazioni, e ci sono gli adesivi di Radio Popolare e di Emergency. Bene, fratello.

Scopro, con piacere gioioso, che il maestro è stato all’ultimo concerto dei Genesis. Che ascolta Tom Waits ed ha amato i Van der Graaf Generator. E Nico? ‘Sono troppo giovani, i ragazzi, per capire questi musicisti’. Poi mi consiglia di ascoltare (youtube?) ‘La morte di Tristano’, diretta da Carlos Kleiber e ‘Tannhäuser’, diretta da Sergiu Celibidache. Va bene, intanto le lezioni di musica di RadioTre. Cosa mi sta accadendo? Nelle foto hanno un’aria sempre così corrucciata, i direttori. Igor invece canticchia ‘Ma la sposa aspetta un figlio…’ e divora toast protostorici. Non sono asceti: perché li fotografano sempre con la fronte aggrottata?

Nel teatro, Marco, il fonico, finalmente riesce a scorgere i suoi bassi ‘gonfi’. Anche io li vedo rotolare come non avevo mai visto. Non c’è la luna (che sta correndo veloce), anche se cerca di entrare da una porta lasciata aperta. La luna ha memoria della piazza di Bologna: dove ha danzato attorno al campanile della chiesa al suono della musica. Qui, a Camerino, ci sono i cinghiali. In fila, seduti, ascoltano agitando il codino e azzittendo i piccoli semiaddormentati.

Un percussionista gira sempre con una maglietta dei Metallica.

Auditorium dell’Università. Poltroncine di velluto. Serata di gala. Un po’ di snobismo, almeno nei titoli. I ragazzi conoscono già questo palcoscenico, sono a loro agio. Tirano fuori gli abiti più eleganti. Arrivano i professori dell’università, un gruppetto di studenti africani, gente dai paesi vicini. Rimangono dei vuoti. La sensazione della stanchezza del terremoto. E il desiderio di nascere ancora una volta. Sibelius può aiutare? Sì, credo di sì, voglio credere di sì. Canto per l’Europa: ‘Il terremoto ci unisce all’Europa. Questa è la terra di Benedetto: la sua regola fu la scintilla della ricostruzione di un nuovo continente, da qui dobbiamo partire’. Le voci del contrappunto di Bach, la musica ‘pomposa’ di Edward Elgar. Mi scrivono: ‘E quando ci racconti dei concerti?’. Se solo riuscissi ad avere l’alfabeto della musica, si spiega la musica?…immagino le streghe nei suoni selvatici di Musorgskij.

I ragazzi sono seri come statue al momento degli applausi. Dai, un sorriso….appena finisce la ribalta, si smuovono sedie, si scambiano posti, si continua a suonare, a inseguire melodie improvvisate, quasi jazz. E finalmente, ogni sera, ci si abbraccia, ci si bacia, si dà il cinque, si stringono mani. Fratellanza.

Questa notte, per le ragioni semplici di un mistero, nessuno ha voglia di andare a dormire. E’ metà del cammino dell’Orchestra. Meglio fare una lavatrice.

15/Tempo di festa

Mi scrive Teresa: ‘Siete a San Gimignano il 27 di luglio? Ma c’è l’eclissi!’. L’eclissi più lunga degli ultimi cento anni, si affrettano a dirmi. Ecco, adesso so che la luna sta aspettando l’Orchestra. Ha cercato di farcelo capire a Spinea dove si è appesa agli alberi pur di rimanere ad ascoltare la loro musica. Ha danzato attorno a un campanile a Bologna per giocare con il ritmo e cercare di dirigere un frammento di sinfonia. Ha cercato di entrare perfino nel teatro di Camerino, un po’ offesa di essere stata dimentica fuori.

Si vede che è giorno libero. I ragazzi hanno occupato la notte, violando le regole del coprifuoco, notte ribelle e musicale. Non fanno i conti con il maestro, che, impietoso, li sveglia alle sette del mattino. Occhiaie e passi strascicati. Ma la mattina è libera per davvero. I trombonisti, quasi un clan, fanno esercizi di fiato e potrebbero muovere vele in giorni di bonaccia. Il loro respiro corre lungo il corridoio dell’ostello e smuove i panni ad asciugare. Lorenzo mi racconta di resistenza, forza, stiracchiamento di polmoni, respiri di addome. Faccio finta di capire. Alen ha il segno del bocchino sulle labbra. Dalla loro camera, per tutta la mattina escono suoni. Ascolto i commenti sul concerto della sera prima. Consapevolezze, dice Francesca: ‘Non siamo stati fiappi’. Fiappi? ‘Deboli, mosci, ora ci ascoltiamo, corriamo, abbiamo trovato energia’. Penso a Marco, il fonico, che era felice per i bassi ‘gonfi’. La musica si arrotonda, immagino. Avvolge. Pino, l’autista, mi dice: ‘Bella, bellissima, mi sono sentito parte’.

E allora Igor afferra il tempo per un rimprovero collettivo: ‘Pensate troppo a voi stessi. Siamo assieme da due settimane, non avete ancora capito che siete un’Orchestra? La disciplina è importante, noi abbiamo fiducia in voi, ma dove imparare che il mondo non finisci appena oltre il vostro naso’. Poi allenta la presa: ‘Very high upgrade, very good performance’. E dona le magliette dei ‘Tamburi di Pace’. C’è una taglia per Filippo?

Pomeriggio di strane prove. I trombonisti sloveni provano Hey Jude, gli italiani cercano gli accordi di ‘Tu vuò fà l’Americano’. Spunta il mio sax e Daniel impazzisce di felicità, dimentica che è qui come percussionista e io condivido felicità: uno strumento del ‘900 appare in un’Orchestra sinfonica. Per vie traverse, quasi clandestino. Il mio ‘re’ continua a fischiare. ‘E’ che tieni il labbro di sotto duro’, mi spiega Annarita. Che azzarda: ‘Prova il colpo di lingua’. Riconsegno il sax a Daniel. Mi do due anni di tempo. Intanto, il sax se ne va nella camera di Daniel. Beh, stanno bene assieme.

Dovrei dirvi del City Park, la tendopoli-gazebo dei negozi cacciati dal terremoto dal centro di Camerino. C’è il grande fioraio, la cartoleria che vende calzini e biancheria rinchiusa in una casetta da sagra, c’è il pub che rendeva felici gli studenti, c’è il cuoco greco e la sua retsina Malamatina, c’è il kebabbaro afgano: stavano tutti nel corso, in piazza grande, nei vicoli della città vecchia, un paese è franato verso valle, lontano dal cuore e non ha ancora trovato, a due anni di distanza, un’anima. ‘Non c’è più nessuno a Camerino’. Come fare che il paese ritrovi i suoi abitanti, la sua vita, la sua bellezza? I ragazzi provano a donare la sua musica.

Coco, solitaria, vestita di bianco, un abito con le ali, suona per le farfalle cinesi. E ci conduce in un altro universo, gli sloveni insistono con i vecchi Beatles trasformati in eroi nazionali, gli italiani vanno per la tarantella, le ragazzine estoni ballano con abiti rosa e celesti. Tempo di festa. Ecaterina, ragazza della Moldavia rumena, indossa la camicia tessuta dalla bisnonna e suona una musica antica di quattro secoli. E poi è cerchio di danze con l’allegria delle musiche serbe.

La luna si decide a dirci: guardate che vi aspetto a San Gimignano. Per l’eclissi. Un concerto per la Luna Rossa.

16/Domenica

Camerino, giorno sedici

Di queste case/non è rimasto/che qualche/brandello di muro/di tanti/che mi corrispondevano/non è rimasto/neppure tanto/ma nel cuore/nessuna croce manca/è il mio cuore/il paese straziato.

La scritta, in vernice azzurra, sulle assi che proteggono la fragilità delle pietre, è sbiadita. Il tempo è passato, la gente se ne è andata. Ungaretti prova a resistere sui teli di Camerino. Qualcuno, l’abitante che non rivedrà la sua casa, ha lasciato dietro a sé un cuore e un foglio con impresse le parole: ‘Di queste case…’. Ci sono due gatti solitari e sembrano cavarsela.

Domenica. Lo si capisce dalla vena della pigrizia e del tempo che si allunga. I musicisti quasi non se ne accorgono. I suoni si inseguono nei corridoi dello studentato di Camerino. Ma il mondo rallenta, i suoni divagano, i trombonisti cercano le note di ‘Besame mucho’. I ragazzi vanno sui classici lontani dalle sinfonie. Da ogni camera escono violini e clarinetti. Scambio di strumenti. Daniel ha trovato ha ancora il mio sassofono e sembra dimenticare le percussioni. Cosa avrebbe fatto un compositore ottocentesco con un sax? Al tramonto si cammina verso la Rocca del paese. I soldati sorvegliano ancora, a due anni di distanza, la ‘zona rossa’, il centro di Camerino è chiuso ai passi dei suoi abitanti. I ragazzi non avevano mai visto qualcosa di simile, una torre dimezzata, i tetti crollati, i mobili ancora dentro, le vite interrotte e sorprese da quella notte di agosto di troppi mesi fa. Il sole tramonta e la dedica degli ottoni è per questa terra. Suoni sul prato dell’antico castello. Gli alberi si avvicinano per ascoltare meglio. Luogo cocciutamente aperto sulla bellezza delle colline marchigiane. Gli ottoni suonano ‘Hey Jude’. Lunga vita ai Beatles.

Noi andiamo a trovare Dondero, a Fermo. Mi incanto di fronte alla sua foto di Stefania Sandrelli. Si scatena la tempesta. Gli uragani passano sulle colline. Agli stessi tavoli della prima volta con Mario. C’è una sua foto nell’osteria. E c’è un cameriere-ragazzo che vede il quadernetto di Matera e dice: ‘Anche io ne ho uno…’. L’Arcivendola materana ha risalito l’Appennino. Diteglio, se la incontrate (questo paragrafo è solo per chi può capirne le nostalgie irrimediabili. E le impossibilità). Andiamo alla tomba, Mario guarda ancora, stupito dalla meraviglia, le colline e il mare. L’olivo ha messo radici al riparo del marmo. Ci andiamo con L. che è appena tornata dall’Africa e dice: ‘Io ho l’acqua corrente in casa. Che ragioni ho di lamentarmi’. Già, e un ragazzo del Mali lo sa che noi, nelle lotterie della vita, abbiamo l’acqua in casa.

Davvero, questa volta la musica è per il sole. Che tramonta oltre gli alberi, oltre gli appennini. Musica per soli ottoni. Custodie aperte sul prato, ragazzi a cerchio, distanti, con le schiene appoggiate ai tronchi. Ruzzoloni sull’erba, ci si sfiora, ci si tocca, confidenze. Si torna bambini: scivoli, altalene, ragnatele e dizionari di google per corteggiarsi, l’italiano ne esce pomposo: ‘I tuoi occhi sono brillanti…’. ‘ Io voglio essere protagonista nella tua vita’, imparano a memoria ragazzi e ragazze croate per cercare una storia.

Una domenica deve finire con tzatziki e melitzanosalata, nonostante le olive ascolane. Il cielo assicura pioggia, il tempo del fresco, l’estate corre troppo. Ungaretti per Camerino, Montale per questa velocità dei giorni d’estate: Siamo ai primi di luglio e già il pensiero/è entrato in moratoria/Drammi non se ne vedono/se mai disfunzioni./Che il ritmo della mente si dislenti/questo inspiegabilmente crea serie preoccupazioni./Meglio si affronta il tempo quando è folto/mezza giornata basta a sbaraccarlo.

17/Dormono come gatti, i musicisti

Camerino, giorno diciassette

Giornata sfaccendata. Ogni tanto ci vuole. I ragazzi (oramai dovrei dire: gli orchestrali) colonizzano corridoi e stanze. Provano per ore. Per loro, il riposo è ‘suonare’. Lo fanno per ore e ore. Poi mangiano e dormono.

Dormono come gatti. Per un quarto d’ora. Aspettando il bus. Dormono come Eta Beta, in equilibrio sul pomolo del letto. Loro hanno gli strumenti: la custodia del trombone è un eccellente cuscino. Come quella del contrabbasso è un appoggio sicuro.

E la custodia può essere rifugio per provare la viola. Iskra vi si rifugia per cercare una improvvisazione con il contrabbasso di Dunja. Devono essere perfezioniste: mi chiedono di non rendere pubblica la registrazione.

E’ accaduto altro?

Elisa non ha smesso di telefonare per organizzare le logistiche dei prossimi concerti, insegue sorprese, contrattempi, parcheggi per i bus, rooming list (che diventano Rumiz-List), due violoncelli si sono messi in viaggio per Jesi in cerca di un liutaio capace di ripararne le ferite, una tempesta di pioggia impedisce la gita a Matelica, Alen si chiude in camera e si scortica il labbro nella musica del suo trombone. E, a sera, pattuglie di ragazzi sfuggono ai panini e cercano una pizza. Lavatrici su lavatrici. Dario stira magliette con maestria. Vengo assediato per le foto, colleziono mail a cui prometto di far aver le foto. Promesse da marinaio. Insomma, le giornate si affollano nei back-stage dei concerti. Dietro le quinte è un altro punto di vista.

Io ho provato a capire (con rimpianti) dove stia la ‘scintilla’ della musica. Dove è accaduto il miracolo di una passione-vocazione.

A Duino, l’ho chiesto a Davide, maestro di corno. ‘Il regalo di una pianola Bomtempi, un gioco da bambini. Facevo solo una nota per volta. A otto anni, mia madre mi ha mandato a lezioni di piano. Un buon maestro. Mi incoraggiò: prova a entrare al conservatorio. Ma vi erano troppi candidati come pianisti. E allora lui mi mise davanti le foto di altri strumenti: un clarino, un sax, il trombone. Ma come era bello il corno…’.

Poi l’ho chiesto a Giancarlo, maestro di tromba. ‘Un maestro, alle elementari, ci ha fatto amare la musica. E in paese, un piccolo paese del Monferrato, c’era la banda. Andai dal direttore. Che era il panettiere. Chiesi di farne parte. Lui mi guardò un attimo e mi mise una tromba in mano’.

Lo chiedo a Tamas, maestro di violino. ‘Mio padre non aveva potuto studiare nessuno strumento. Non ve ne era la possibilità. Vivevamo in un piccolo paese delle campagne ungheresi. Aveva letto un romanzo, dove il protagonista suonava il violino. Mi mandò a lezione. Ma il maestro non aveva ambizioni e io ero svogliato. Passarono due anni. Ci fu l’incontro con una maestra. E lei mi fece innamorare della musica e del violino’.

Lo chiedo a Tommaso, maestro di legni: ‘Nessun musicista in famiglia. Non sono stato incoraggiato. Non ho cominciato presto. Fu una folgorazione. Il flauto di Severino Gazzelloni mi apparve in televisione. Ho questo ricordo. Decisi che avrei suonato quello strumento meraviglioso’.

Mi piacerebbe chiedere ai sessantasei musicisti di questa orchestra, la loro ‘folgorazione’.

18/Eccoci, Benedetto

Norcia, giorno diciotto

Igor conta le sedie sul palco nella piazza di Norcia: ‘Tre corni, tre clarinetti, due fagotti…’. Censimento.

Eccoci, Benedetto. Siamo qui. Ci hanno invitato Paolo ed Elisa, che già erano passati di qua, scendendo dai piani di Castelluccio. La gente di Norcia è stata generosa: sindaci, amministratori, pro-loco hanno aperto le porte degli edifici che ancora sono in piedi, hanno portato sedie e prosciutti e vino e pasta e formaggio e birra. E i loro applausi. Benedetto non voleva abbandonare la sua aria severa. Ma io sono certo che nella sua Regola vi sia anche la gioia. Gioia per la musica, per i ragazzi, per la bellezza. Benedetto sembra sostenere l’altissima gru che dà una mano a ricostruire la sua chiesa: la facciata è cocciutamente in piedi. E ‘se ci fosse la luna’…: c’è, c’è, si può suonare. Adesso la luna ha fretta, cerca di precederti, annuncia il gioco dell’eclissi, aspetta l’Inno alla Gioia per poter scomparire per una notte. Ma stanotte sfiora, quasi abbracciandolo, il corpo del santo di Norcia, danza da una mano all’altra, quasi si appoggia sulle sue spalle.

‘Benedetto indicò la strada per ricostruire l’Europa negli anni più bui del medioevo. Mai come oggi il messaggio delle sue Regole ci incoraggia a essere europei, a spostare macerie e far vivere questa nostra terra comune. Noi siamo a Norcia per rendere omaggio a Benedetto’. Paolo, dal palco, racconta dell’impegno dei ragazzi, dei musicisti, dell’Orchestra per l’Europa. Mai questo nome, questa ‘larga faccia’, è apparso così dolce e coraggioso. Europa è la Luna: questo è uno dei significati possibili del suo nome. L’Europa, alla vigilia dell’eclissi, ha stretto un patto con la musica, corteo festoso che attende la scomparsa e la riapparizione della Luna.

Concerto nella piazza di Norcia. Organizzato in quattro giorni. Per essere qui: San Benedetto e il terremoto. Le architetture delle impalcature sorreggono le pietre. Si contano le macerie per ri-costruire. Norcia, a differenza di altri luoghi abbandonati, appare viva. Ci sono negozi aperti, voglia di continuare, ci sono gelati e pizze, salami e prosciutti, lenticchie e cicerchie. Gente che passeggia nel centro e guarda ancora la facciata della chiesa. Ci sono venditori di souvenir e il gazebo della Pro-Loco e quando abbiamo telefonato: ‘Noi verremmo a suonare…’. ‘Vi aspettiamo’, è stata subito la risposta. ‘Questa terra è il centro dell’Italia. Fa male pensare che la politica la consideri periferia. Questo è l’Appennino e se perdiamo queste montagne, perderemo l’anima dell’Italia. Queste montagne sono uno dei cuori dell’Europa’. E lo racconta Paolo, che è uomo di altre montagne, uomo di Trieste.

Si erano portati dietro i vestiti dell’eleganza, i ragazzi. Ma poi il maestro ha deciso: ‘Informale’. Non so dirvi se ci sono rimasti male, sorpresi, sì, ma così le sinfonie hanno tratti rock. Jeans strappati alle ginocchia, contrabbassisti in pantaloncini verdi e cappellini alien, magliette di Montura, gonne corte e leggere, scarpe da ginnastica con pedalini, canotte a lasciare scoperte le spalle. Credo che anche l’ombroso Sibelius ne avrebbe goduto. Passano uomini e donne in bicicletta e si fermano ad afferrare la musica. Passano ragazzi e rallentano il proprio cammino. Arrivano turisti attirati dal gioco delle note-accalappia orecchi. C’è la gente del Tg3 che si incanta per il concerto. I cornisti polacchi galoppano leoni di pietra. C’è da trasportate l’arpa e come al solito devono essere in sei. Kathy vorrebbe entrare nel castello e si guarda attorno stupita. E Igor indossa una maglietta bianca in onore di Yehudi Menuhin. Credo che il vecchio Yehudi sia qui, a dar un occhio al suo allievo e che ne stia seduto da qualche parte in questa piazza così affollata di memoria e futuro.

20/I musicisti hanno volti arrossati…

Camerino, giorno venti

I musicisti hanno volti arrossati dal sole della piscina. La pelle è lucente. I ragazzi riprendono in mano gli strumenti, ultima prova. Hanno voglia, questa mattina. Si cercano pezzi nuovi, si ripassa Una notte sul Monte Calvo di Musorgskij, si riparano timpani (i musicisti sono meccanici e fabbri, cercano ferramenta, ricostruiscono bulloni spanati), si ripuliscono clarinetti.

C’è il senso fisico dei saluti. Bisogna abbracciarsi. Avevamo preso abitudini nella solitudine di Camerino. Il cammino per stradelli e giardini fino all’auditorium, la donna delle chiavi, i tatuaggi degli uomini della mensa, la food-card, le chiavi delle camere perdute (chi ha il passepartout? Sempre qualcuno che non c’è), i capelli color rame della donna del bar dell’Università, io che, come al solito, sono l’unico che insiste a comprar giornali (e la donna mi chiede: ‘Giornalista?’. Oddio, mi guardo allo specchio…non appariva nemmeno troppo interessata). Addio all’oste greco e alla sua barba cretese e il suo accento marchigiano, addio ai ragazzi del Pub Asterix e la loro birra Weiss, addio al kebab Istanbul di un uomo dell’Afghanistan sposato a una siciliana. Addio alle Marche, a queste montagne ferite. La luna ci prova ad allietare il cammino per tornare all’ostello degli studenti. Paolo se ne va per campagne a passeggiare solitario. I ragazzi si rinchiudono in una camera in venti. Dovrei entrare a fare foto, mi manca il coraggio. O, forse, è il sonno improvviso. Valigia da rimettere assieme. Ma quanti libri mi sono portato dietro? Se magari li leggessi…Mi scrivono per avere le foto e io le foto, in genere, le smarrisco. O faccio di tutto per smarrirle nella fragilità degli hard-disk. Del resto, vi ho messo sull’avviso…

Ultima prova. Prima gli archi, poi tutti assieme. Ci sono altre musiche, ci sono scalini da salire ancora, a un certo punto Igor lascia il podio che non c’è e i ragazzi continuano. Intuiscono che sono capaci di suonare da soli. ‘Sono pronti’. Il direttore può andarsene. Alla fine i violini, allarmati, si avvicinano, cercano consigli, suggerimenti, conforti. I clarinetti si rincorrono l’un con l’altro. Come a sostenersi. Il contrabbasso-alien alza il pollice e poi con le dita conta qualcosa.

Non posso nascondermi: mi appassiona che sia l’oboe a dare il ‘la’ (abbiate compassione, sono terreni a me sconosciuti e non ho voglia di studiare), che il violino si prenda questo ‘la’ e che, con seria gentilezza, la passi ai suoi fratelli. Credo che faccia un’inversione per i contrabbassi. Igor me la spiega, ma io non ci arrivo. Qualcuno mi racconti del 4.24 visto che non ho il coraggio di chiedere. Imparo che sono oggetti preziosi le mollette e le matite. Nenad gira con un sacchetto di plastica colmo di mollette: le distribuisce come se fossero merende. Con la matita, i ragazzi mettono un sbuffo su una nota e chissà come faranno a ricordarsi che ‘proprio lì’.

Cosa si prova a suonare il gong? Il ragazzo è un contorsionista. Una mano a sfiorare il metallo, l’altra ha in pugno la bacchetta ovattata, gli occhi guardano il maestro (beh, a qualcosa serve ancora): in cerca del momento perfetto. Minuti e minuti per un colpo di un secondo. Anche il gong ha il suo spartito.

Lezioni di musica: ‘Quanto siete nati avete avuto un grande dono. L’istinto. Vi fa muovere, vi fa dormire, vi dice che dovete mangiare. Poi arriva il sapere, il cervello. Ma l’istinto rimane. L’istinto deve essere il vostro primo maestro’.

Lezioni di musica: ‘Quando dico ‘pausa’, non correte ai telefoni. Cercate ancora nei vostri strumenti la musica. Questo è professionalità’. Ho un sobbalzo alla parola: devo cercarne un’altra.

Insomma, nel dopo pranzo tutti e sessantasei ragazzi sono chini sui cellulari. Va bene, così. Adesso gli spiego del tonfo in Borsa di Facebook. Una quindicenne lo aveva previsto mesi fa quando mi disse: ‘Sei vecchio, Facebook lo usa mia madre’. Non ho avuto il coraggio di varcare la frontiera di Istagram o di Snapchat. Io mando cartoline. A volte ho il timore che sia snobismo.

‘Flauti più alti, clarinetti più bassi’. Se solo capissi…’Play pianissimo, listen fortissimo’.

Lezioni di musica: ‘L’idea genera un movimento, il movimento genera il suono. Prima l’idea. Come Jules Verne che immaginò il viaggio sulla Luna. Quella era l’idea. Qualcuno ha realizzato il movimento. Ma se non fate il movimento in the right way, you kill the idea. L’uomo è arrivato sulla Luna’.

E lei, la Luna, non si è scrollata l’uomo dalla sua pelle. Quaranta anni fa, ha acconsentito ai suoi passi. E stanotte aspetta l’Orchestra fra le torri di San Gimignano. Vuole danzare fra la musica e le pietre. Luna, Europa. Paolo: ‘La luna sopra i boschi di betulle, la luna sopra la statua di San Benedetto, la luna della Grecia, la luna e L’Europa. La luna di Praga’. Dio mio, la luna di Praga, la ricordo anche io. ‘La luna nemica delle sbarre delle frontiere’. La luna scomparirà stanotte, e io sono certo che l’eclissi sia una festa (ricordo un giorno da bambino: eclissi di sole e mio padre arrivò con i vetri affumicati), l’eclissi è un patto con la Terra e il Sole. Europa, ‘siamo figli di una donna che ha attraversato il Mediterraneo con il terrore negli occhi’. L’Europa arriva dal Medioriente.

Nel pomeriggio piove, Igor e i ragazzi riparano i timpani, la notte, poca voglia di andare a letto, come ogni ultima sera, dalle finestre aperte i canti dei ragazzi.

Sono già passati venti giorni da quando è cominciato questo andare (un brivido, pelle d’oca, non è che stiamo per arrivare?).

21/Terra mia

Terra mia. La mia terra. Che strana sensazione: mai ho sentito di farne parte. E allora perché? Perché nel varcare la frontiera fra Umbria e Toscana ho un balzo al cuore? Che sia merito di Paolo (che non ama la mia regione: ‘Solo il suo Sud’) che dice: ‘Qui le parole prendono aria’. Annoto mentalmente, mentre sto guidando un furgone senza tradire i miei timori. Paolo, da quando scrive in endecasillabi, ha attenzione agli accenti e alle sdrucciole. Io non avverto gli accenti. Cosa disse Maria Grazia? ‘Se non hai ritmo, la poesia non fa per te’. Ho ancora addosso quella cicatrice, oltre a un sax silenzioso.

Perché mi struggono queste colline che ho sempre visto? Hanno diversità dalla bellezza aspra e solitaria della Lucania, le mie sono terre abitate e dolcissime. Sono diverse dalle geografie marchigiane, troppo ‘per bene’, in Toscana l’uomo ha davvero costruito un piccolo capolavoro selvatico, ha appreso dalla natura alcune leggi sagge. Forse ho nostalgia dei contadini che vendemmiano nei pendii attorno a Tavarnelle e il Chianti conservato in frigorifero perché era ‘beverino’. Ho nostalgia di Giacomo che sapeva riconoscere il vino da collina e collina.

Ma sono qui per la musica. Mi riconcilio perfino con San Gimignano. L’ultima volta sono stato qui per scrivere di zafferano. Torri e zafferano. Un autista di bus che coltivava questo strano fiore. Chissà che fine ha fatto. Ecco, mi accorgo che scrivo solo di me. Va bene così, nessuno mi dice nulla. Questo è un taccuino abbandonato sul tavolo di cucina. Leggetelo, se volete. Portatevelo pure via. Lasciatelo perdere, sono solo storie mie. Vorrei dimenticare, vorrei ricordare ogni secondo.

Ancora un po’, lasciatemi ancora un po’ solo con me: giornata di talismani. A Camerino appaiono L. e V. Quanti anni? Mi salvarono la vita venti e più anni fa ad Addis Abeba. Mi dette il numero di L., un uomo che ora non c’è più. Mi disse: ‘Vedrai…’. Ora, in piedi, in un corridoio, parliamo dei figli, di Afriche, ci facciamo promesse che, forse, manterremo. A San Gimignano, mi chiama L.: ‘C’è un’emergenza, vieni subito’. Cammino con la birra in mano, io già lo sapevo, non è vero, ma già lo sapevo: e la vedo dall’altro lato della piazza. Nascondo un’emozione che sa di imbarazzo, timore, piccola gioia. E poi una ragazza in abiti bianchi elegante e bella come non mai, una fonica che non vuole fare la fonica, ma mi strappa la promessa di avere i testi e la musica; un fabbro e una cuoca che hanno occhi lucidi di chilometri e desiderio e tranquilla sapienza; e L. che corre verso la luna facendosi inseguire da tutta la musica…i miei mondi che si ritrovano. Finisco per credere che la musica faccia miracoli. Ma io so…(c’è sempre un ‘ma’, direbbe, con un sorriso ironico, Pietro).

I ragazzi non si stupiscono. Ma giocano con le pietre, con gli affreschi, con il labirinto dei corridoi, con i cortili. I ragazzi provano nei chiostri e le donne degli affreschi si mettono ad ascoltare. Vi posso giurare, quella donna, appena tratteggiata, alle spalle di Sofja, ha mosso la testa. Solo per una frazione di secondo, incerta se farsi scoprire, ma lo ha fatto. E l’uccello è volato via per poi posarsi di nuovo al richiamo del violino. I fagotti si incrociano come in un duello. Arcobaleno notturno.

La luna gioca con la danza degli ottoni, il contrappunto di Bach, il giro veloce degli archi. Sfiora le pietre della città antica. Questa è la mia terra. Da quanto tempo mancavo? La luna si arrossa al suono di Tchaikovsky, poi cerca la sua pace sfuggendo al sole, si dimezza, scompare e ricompare. Sfiora i tetti e si aggrappa agli spigoli delle torri pur di non perdersi una sola nota. La notte della Luna. Danzano le streghe anche se sanno che, come ogni sera, verrà il suono di una campana ad annunciare l’alba. Troppo facile giocare con la Luna, ma Lei fa capire che è un gioco serio e bello. Sa bene che, quel concerto è per Lei. E allora gli occhi cercano il cielo, le orecchie la musica e il cuore riesce a contenere questo miracolo di differenze. Le unisce.

Avevate mai ascoltato un concerto alla luce di un’eclissi? Deve pur essere accaduto qualcosa, stanotte. All’Inno alla Gioia, osservo un uomo dalla camicia celeste che porta la mano sul cuore; una donna dietro di lui alza il palmo delle mani come se fosse una preghiera; più indietro una giovane coppia si prende per mano come se la musica fosse la loro marcia nuziale. Spiegatemi come è il mondo là fuori.

E’ bellissimo stare in loggione in questo concerto: i gradini del duomo della città antica sono teatro perfetto per la notte della luna, sono un sedile di pietra più comodo della plastica delle sedie. La musica scorre fra colonne medioevali, va di torre in torre, entra nel Duomo, esce nuovamente all’aperto.

Mi accorgo di aver mangiato solo un budino per tutto il giorno. E bevuto un chinotto e una birra. E non aver preso le medicine.

Dario e Bleart si scambiamo clarinetto e contrabbasso: meticciato di strumenti, tentazioni. Io faccio ascoltare Ferruccio Spinetti a Bleart. Tutte le sere, a fine concerto, i ragazzi si abbracciano, si danno il cinque, ridono a scacciare tensione mascherata.

Letizia torna indietro, viene a chiamarmi: la luna, dimezzata, è riapparsa.

Non so dove sia la mia valigia, non so dove siano le mie medicine, a non avere spazzolino da denti sono abituato, sono le tre del mattino e nell’albergo ci sono due squadre di pallamano, ragazzi alti e bellissimi. Un nero francese gira a torso nudo per i corridoi con una cassa di gatorade in mano e si scatta selfie. Lo guardo come una visione. Ma non devono giocare domani?

E noi domani, dove andiamo?

22/L’illusione del teatro

Carpi, giorno ventidue

Certo, gli stucchi del Teatro Comunale di Carpi sono la tentazione. Il palcoscenico. I palchi. Irresistibile. Ma a Carpi ci sono trentasei gradi e il cielo gioca con le nuvole. Umidità felice: per me, che mi sento a Managua e me la godo. Quindi, si va in piazza per il concerto perfetto. Perché sarà un concerto perfetto. I ragazzi adesso corrono assieme, rallentano assieme, hanno il ritmo della velocità e delle pause. Ora sanno. L’Italiana ad Algeri è così insistente che vuole apparire due volte, nessuno se ne vuole andare, nessuno vuole riporre gli strumenti. Ancora una volta l’Inno alla Gioia. Ogni sera, si ripete il miracolo. Nessuno se ne è accorto, ma la Luna, di soppiatto, ha giocato anche questa notte. Notte lunghissima.

E giornata lunghissima. I talismani di un lontano passato si affacciano dagli spigoli della mia vita, aspettiamo (i musicisti suonano, mangiano, dormono, stanno chini sugli smartphone. E aspettano: questo è il loro andare), aspettiamo, dicevo, nelle poltrone del ristorante dove mio padre, sessanta anni fa, andava a mangiare il pesce quando si regalava una festa. Una volta, ne ho ricordo, andammo da soli, il mio primo ricordo del sapore di un pesce. Alcide, si chiama questo posto. So che mio padre mi parlò di automobili e del paese. Strana sensazione: non ho mai ricordi, forse li sto inventando perché voglio riempire una memoria. Forse non andò così, ma allora perché ho il nome ‘Alcide’ dentro i miei occhi?

Cerco di far colazione con i ragazzi delle squadre di palla a mano. Mi scoprono in un nanosecondo con una fetta di salame e una pesca in mano, mi sollevano di peso e mi portano fuori dalla sala: ‘Queste colazioni sono solo per gli dei’.

Aspettiamo. Roman legge Paulo Coehlo (devo farmelo dire: lui è ucraino e quelle pagine sono geroglifico), gli altri bivaccano su poltrone nere. Poi è hamburger da Poldo. Food da musicisti in tournée. Poldo mi ricorda Olivia. Oramai non spiego più i miei personali spartiti, dovrete tirare a immaginare.

Addio alla Toscana, agli Appennini, passiamo un passo da San Casciano. Emilia, pianura, come fanno a scomparire le colline? Devo arrendermi, c’è un mondo anche oltre la linea degli Appennini. Ma vuoi mettere Boccaccio con Petrarca?. Bologna, deviazione per Carpi. Sono stato qua, quando, un quarto di secolo fa, Oreste Del Buono mi mandava in giro per l’Italia a raccontare il mondo dei migranti (Dio, era preveggente per piccolo uomo dal corpo a forma di palla). Qui c’era un grande comunità di marocchini e si intrecciavano dialoghi belli fra cristiani e musulmani, ancora un bel ricordo, come faccio  a ritrovare quell’articolo? Ora Mauro ci corre incontro nella piazza più grande del mondo, efficienza emiliana. Fa un caldo tropicale, minaccia tempesta d’estate, la camicia comincia ad attaccarsi alla pelle, non trovo più la mia valigia, va tutto bene, dunque. I camerini sono nel Teatro Comunale.

Ecco, il Teatro. Davvero i violini non resistono e le loro corde vibrano per un pubblico invisibile, anche le trombe vogliono la gloria degli stucchi, Bleart prega pur di avere una foto al centro di questo splendore, i tromboni occupano i palchi, Sasha e Tamara trovano il camerino degli specchi e cominciano la metamorfosi del trucco. Spariscono i pantaloni del violinista, è il tempo delle burle. Aleksandra lo scorso anno era il primo violino. Adesso il tendine infiammato l’ha obbligata al silenzio della musica, ma ho voluto essere con l’Orchestra. Questo pomeriggio cede con passione alle sue corde e si regala un concerto rabbioso da solista. Il teatro è tutto per lei. Il clarinetto conquista il margine del palcoscenico e vibra di contentezza. Ma l’orchestra suona nella piazza, le nuvole sono clementi, hanno trattato con la luna che si gode ancora la fama dell’eclissi e staziona sulla linea dei tetti. Vorrei ascoltare il concerto dal cielo della torre di Carpi.

Ha ragione Paolo quando spiega ancora una volta: ‘Questi ragazzi arrivano con la loro identità. Hanno lingue, culture, maestri diversi. Li unisce la musica, ma suonano in maniera diversa. Arrivano come solisti bravissimi, qui imparano, con velocità, a stare assieme, ad ascoltarsi’. Imparano che unirsi è meglio che competere. Apprendono un linguaggio comune senza rinunciare a niente della loro diversità. ‘Umili e impavidi’, come la musica.

Conosco il rito: la pizza margherita, la Coca-Cola, i passi verso i camerini, Guglielmo che aiuta Chaim a rimboccarsi le maniche, le scarpe da lucidare, metamorfosi, i ragazzi diventano ‘altro’ quando indossano gli abiti eleganti, i concert dress, si alza il primo violino, aspetta…le percussioni, leggere e lontane, creano la prima musica. Questa volta mi siedo in ultima fila.

A ogni concerto appaiono madri, padri, amici, fidanzati e fidanzate. E sono lacrime di passaggio, promesse, racconti, scambio di vestiti.

Mi piacerebbe sapere di più di questa piazza, dell’alta torre, del teatro, dei portici, non c’è tempo. Vita nomade. Non c’è tempo. L’abbraccio degli amici emiliani, l’abbraccio di D., il saluto con il fotografo che ogni sera appare, il vigilante nero che sorveglia un ingresso, ma alla fine si distrae e si mette a filmare con il telefono e poi lo vedo che spedisce il video in Senegal.

E poi è solo la notte. Autostrada. Non me accorgo. Mi sveglio che siamo già a duecento chilometri di distanza. Conosco anche queste terre, perché ho voluto troppe patrie, senza averne davvero una? Un altro giorno, un’altra città per cantare, un altro albergo. Elisa che incrocia le rooming-list, un albergo in Trentino (come faceva la canzone di Gian Maria Testa? Avessi un veliero e un timone/ io me ne andrei per il mare / cercando un delfino/avessi un albergo in Trentino/mi impiccherei in giorno di bassa stagione’. Magari sono permalosi, in Valsugana e io la conosco una donna che ha un albergo in Trentino…deve essere una questione di rime) e pilota i ragazzi verso le stanze. Ma voi alle tre del mattino, avreste voglia di andare a letto?

Birra weiss e taralli per noi (grazie al ragazzo che se ne frega se il bar chiudeva alle dieci e trenta). Incroci di mondi, la birra di qua, le farine del Sud. I ragazzi escono di soppiatto dalle camere e incrociano lo sguardo stanchissimo del maestro. Arretrano come sorpresi con le dita nella marmellata. Buona notte, anzi buon giorno…

23/Italia quanto sei lunga

Merano, giorno ventitré

Italia, quanto sei lunga. Vorrei poter scrivere: Matera vista da Merano, raccontare dei chilometri e di un paese invisibile. In un’altra vita, forse. Nel caso ci fosse un futuro. Appena arrivo in questa terra di montagna (‘E’ Austria’, dice Kathy che proviene dal Baltico) mi viene la tentazione di attraversare la strada fuori dalle strisce, di gettare l’involucro del gelato per terra (ben accartocciato), di parlare a voce alta. Dio, come mi manca il Sud. Però poi vedo le famiglie fare il bagno nell’Adige (o è il Passirio? Dubbio da wikipedia), bevo l’acqua buonissima delle fontane e nella grande chiesa, austera e bellissima, hanno ancora i lumini con la fiammella. Investo cinquanta centesimi in una devozione. Da quanto tempo non accendevo candele? Non è possibile un incontro fra Nord e Sud? A Sud di nessun Nord, no? Forse la musica ci riuscirà. Stanotte c’è riuscita.

Risveglio dalla notte insonne. Con tre ore di sonno sulle spalle, anche i giovani leoni ora sembrano cuccioli di antilope e si sdraiano al sole della Valsugana come gatti rassicurati. Canederli e riso ai funghi a pranzo, la giornata si mette in una giusta direzione. E poi pianifichiamo ArteSella, il lago di Levico e la birra Pedavena, cosa vuoi di più?

La meraviglia del Kurhaus, ‘casa delle terme’ di Merano (quante cose si imparano, ora so che signfica Kursaal a Montecatini), simbolo orgoglioso di Merano, riflettori bianchi ‘papali’ a illuminare affreschi danzanti e acustica da perfezione. Troppo perfetta fino ad accorgersi di ogni infinitesima stonatura (tranquilli, io non mi accorgo nemmeno se sta suonando un flauto o un contrabbasso), ma ci sono orecchi sensibili e denti che stridono. Vi è un momento di sbandamento, poi il suono corre fin sulle montagne. Ho voglia di mettere i piedi nell’acqua di un fiume di città. La musica lo fa e si rinfresca. Beata lei.

Il teatro Kurhaus di Merano possiede il dono del suono. ‘E’ un nuovo strumento’, dice il maestro. E la novità si intromette altezzosa sul palcoscenico, sfiora tromboni e violini, sfida l’arpa e imbriglia le corde delle viole, compie una rivoluzione nell’ego dei musicisti. I ragazzi hanno un momento di distrazione, perdono consapevolezza, hanno costruito una loro superbia. Troppo bravi ieri sera. E’ il tempo del rimprovero. E il maestro prende il volto della severità: ‘Mi chiedo se ho sbagliato nell’avere fiducia in voi’. Orca, dove vado a nascondermi? Le sedie sono state uno stridore, sono riapparsi cellulari sul palcoscenico, l’io ha riconquistato il posto del ‘noi‘. Igor intuisce che è il tempo di rimettere i piedi a terra. E allora la prova è dura, pesante, senza né perdoni, né sconti. Vi è una parola per ognuno di loro. Non suonano in piazza, questo è teatro. Non ci sono trucchi da amplificazione, Marco non attenua le stonature. ‘Il suono deve uscire da questa sala, deve raggiungere il fiume e da lì arrampicarsi fino alla vetta delle montagne. Deve ascoltarli la contadina più vecchia che vive da sola nell’ultimo maso’. Hanno fatto un bel concerto la sera prima. Eccesso di disinvoltura, in questo pomeriggio. E’ l’ora di riportarli sulla Terra e sul legno di un palco, di togliere di dosso ai ragazzi le penne del pavone. E’ un gioco che io non so giocare e mi agito sulla sedia per loro. Mi chiedo se devo censurarmi: e questo come lo racconto? Questa sera è ‘nuova’, non si suona in una piazza, la luna rimane fuori dalle tende pesanti di un velluto asburgico, non ci sono giochi e romanticismo, qui sono soli davanti a cinquecento persone e un teatro costruito per la musica. Difficile ritrovare l’umiltà a sedici anni. Il coraggio aiuta, il loro inconsapevole coraggio aiuta. Il rimbrotto severo dà una mano. E allora il tempo del rimprovero si trasforma nella musica rischiosa e magnifica.

Dal tempo del rimprovero all’applauso improvviso. Applauso solitario di Nenad che, dal fondo della sala, si spella le mani e grida ‘bravi’. Che sia una scena studiata fra il maestro e il tutor-cantore? Il poliziotto buono e quello cattivo? No, l’entusiasmo di Nenad rivela la sua inquietudine e la sua gioia. I ragazzi, tesissimi (colpa e merito del teatro, di questo teatro), ancora una volta fanno a pugni con la paura, impugnano lo strumento, praticano esorcismi fanciulleschi, con lentezza indossano gli abiti neri e salgono le scale. Igor li ferma: ‘Cantate dentro di voi, cantate con la vostra forza. Enjoy the concert’. Non ho mai visto Igor così elegante: gessato con panciotto. Vecchio di trent’anni, non potrà agitarsi molto sul podio, altrimenti un bottone centrerà la corda di un violino. Io guardo, allarmato, la macchia di gelato sui miei pantaloni color avorio: ma come potevo resistere alla tentazione di un gelato ai fichi a Merano (il Sud che va al Nord).

Sorprendo Nenad che stira l’abito di scena di Tamara. La musica si fa beffe degli stereotipi.

La fine del concerto è come la danza di Flashdance (dai, oramai avete imparato a perdonarmi, appartengo al nazional-popolare, al pop, insomma). Mai visto i ragazzi così liberi e felici. Si sono scrollati di dosso la paura. Gli abbracci sono infiniti, doppio, triplo bis, l’Inno alla Gioia si ripete con i lucciconi sotto gli occhi. Giuro a me stesso che leggero qualcosa attorno a Bach, chiusa la soglia do sfogo/alla mia turpe voglia… ascolto Bach!.

E poi i ragazzi si chinano sui cellulari. Condividere la felicità con fidanzati e genitori. A notte fonda, Coco chiacchiera, con slalom di social e wechat, con Pechino. E poi gioco delle camere nella notte della bellezza. E perfino l’uomo dell’albergo si commuove e alle due del mattino tira fuori una birra splendida, di cui non ho annotato il nome. Che peccato! Non riesco a dormire, scarico le foto, sono le tre e mezza e metto la sveglia alle sette. Non mi addormento. Troppe voci attorno a me.

24/La tromba attira i pesci nel bosco di Sella

Val di Sella, giorno ventiquattro

Sono ancora loro?

Questi ragazzi in magliette, jeans strappati, pantaloncini corti e scarpe da ginnastica (si va in montagna, altrimenti avrebbero sandali infradito) sono gli stessi che ieri sera, in abiti neri appena stirati, erano sul palco del Kurhaus di Merano? Annarita ha le stesse scarpe nere (un trucco: sono scarpe da ginnastica camuffate) che aveva ieri notte?

Sono gli stessi ragazzi che finalmente, merito di Bleart, confessano divertimento per un rapper brasiliano rinchiuso in uno speaker albanese di colore rosso e messo in mezzo a un cerchio di ragazzi felici?

Allora, giorno libero, affollatissimo di impegni. Passano i pullman da dodici metri sui quattro tornanti della strada che sale in Val di Sella? Un consulto telefonico rassicura gli autisti. Mi dimentico del viale di alberi, stretto come un vicolo di paese: ci passiamo a pelo. Ad ArteSella ci aspettano con generosità. Grazie, E.

Ecco, ho il sospetto che questo viaggio in giro sia stato pensato come un dono personale. Una personale mappa di nostalgia, forse un saluto, una cerimonia degli addii per la mia malinconia. L. e V. che, dopo dieci anni, dopo essere svaniti nelle Afriche, compaiono a Camerino (adoro i social quando, come santi, fanno i miracoli laici); e poi le mie colline, mai così amate come nelle ore dell’eclissi di luna, quasi un balzo al cuore senza alcuna ragione, mai ho sentito come ‘mie’ le ‘mie terre’; e infine la valle del gioco degli artisti, una delle più belle storie di uomini e natura scritta e costruita in una valle trentina. Una ‘mia’ valle? Mi vengono in mente Mariano, il panettiere-fotografo, il mercante di stoffe, la maestra che faceva la maglia, la donna austriaca che mai ho conosciuto, il maestro di tennis che non c’è più e il confine mai raggiunto di Cima12. Una volta mi sono seduto sulla panchina di De Gasperi che poteva morire solo qui. Mi impossesso di terre che non sono mie. La mappa dei Tamburi di Pace è stata disegnata con la mia geografia di nostalgie. O, forse, davvero non ho una terra, passo, mi fermo un po’, e costruisco un passato effimero che scompare in un giorno. Lasciando tracce sul cuore. In fondo, che cosa volevo: ho solo dato retta a quanto è scritto ai piedi delle scale della mia antica casa: ‘L’importante è costruirsi un buon passato’. Frase del filosofo Jerry Lewis. Giuro, se mai torno lì, inceneriscono quel foglio appeso lì da trent’anni.

Un ragazzo polacco e una ragazza rumena, incuranti degli aghi di pino, si stendono sotto la bellezza incantata delle ciotole volanti. Rise, è il suo nome. Ascesa, ascesa volante, un tipo del Minnesota, John Grade, è venuto fino a Sella per meravigliare due ragazzi europei. E’ bellissima la sua astronave magica. Un piccolo trombettista (e se lo chiamassi come al Sud: trombettiere?) riesce a nascondersi fra i legni sbuffati di Arne Quinze di un trabucco di montagna. Ecco, grazie, wikipedia: trabucco è una palafitta da pesca delle coste fra l’Abruzzo e il Gargano. Che ci fa in Val di Sella? Che ci fa un artista belga sul Gargano e poi in Trentino? Che ci fa una tromba nascosta là dentro? Acchiappa i pesci, mi direbbero gli alberi. E per attirarli nelle reti, Filippo suona il silenzio. Anzi, Il Silenzio. E i pesci abboccano. Una lacrima ci vuole. Come per il violino di Aleksandra che si infratta nelle torri danzanti che, da anni e anni, cercano di convincere gli alberi a ballare con loro. Niente da fare, loro sono valligiani e se ne stanno lì impalati. Il violino ha mille finestre per disperdere il suo suono. E alla fine, il maestro proprio non ce la fa e invece di suonare il suo violino, si mette a dirigere un Contrappunto nel prato di malga Costa. Perfino Ersilia ha smesso di fare formaggi ed è venuto a curiosare.

Il parco della bellezza di ArteSella ha azzittito i ragazzi. Un silenzio fragoroso e gentile. Nemmeno i miei tentativi di farli urlare è riuscito. Ubbidiscono solo al maestro. Perfino Kamil che canterebbe in una stazione di servizio, emette un solo barrito: e sì che c’è un grande teatro in questo bosco. Dai, una cantata. Macché….

Poi è polenta, funghi e formaggio fuso. Noi, privilegio di staff, barcolliamo fino alle sponde del lago. E non voglio sapere altro. Se non che l’happy end è il migliore che potessi immaginare mentre le nuvole si incendiano: un rapper albanese e la delizia gioiosa della Pedavena. Altro che osterie di montagne e trattorie di paese, troppo facile, troppo snob, felicità è la cotoletta della Pedavena di Levico con birra non filtrata (che nemmeno so cosa voglia dire). C’è perfino una cameriera carina che parla il serbo-croato. Poi posso svanire in pace in un universo pop, che i ragazzi facciano pure le tre del mattino. Io, maldestro, baruffo con una lavatrice e allago la lavanderia, mentre immagino di sorvegliare amori disperati.

Ma oggi i ragazzi si sono dimenticati degli strumenti? Ma allora…

25/’Noi, di Trieste…’. Per Giulio Regeni

Noi di Trieste….’. Noi di Trieste sappiamo bene cosa è una frontiera…la narrazione di Paolo è dura, decisa, parole forti per l’Europa. Nel grande spiazzo del castello di San Giusto ci sono i genitori di Giulio Regeni. Questo concerto è per loro. L’Inno alla Gioia è per Giulio. Questi ragazzi sul palco hanno la stessa curiosità, la stessa voglia di conoscere, lo stesso talento di Giulio. E Paolo ricorda suo nonno, Domenico, che, a otto anni, ‘minore non accompagnato’, salpò per l’Argentina, ‘fottuto italiano, ruba lavoro…’. Davvero, che rullino i tamburi mentre il cielo diventa color cobalto. Perfino i gabbiani di Trieste, i cocoi, arrivati in gruppo, stanno in silenzio mentre la musica ruota rimbalzando fra le mura del castello.

La notte è radiosa. E riemerge da una mattina storta. La luna dovrà perdonarci il malumore delle prime ore di questo giorno. Capita in un lungo viaggio. Bisogno di sonno, alle nove nessuno è ancora sceso, il panino all’autostazione è silenzioso come mai è stato in questo viaggio. Poi sono solo i chilometri che percorrono la Valsugana, cercano un’autostrada, risalgono il Friuli, attraversano il Tagliamento, fiume di sassi, ecco Casarsa delle Delizie, la terra di Pasolini, non sono mai stato qui, ho sempre pensato di venirci, ma non è capitato.

E finalmente Trieste, il mare, la città dei palazzi, ruotiamo per arrampicarci a San Giusto. La grande cupola della chiesa serbo-ortodossa di santo Spiridione, a un passo da quella di Sant’Antonio Taumaturgo dei cattolici, poco più in là San Nicolò dei greco-ortodossi e cerco di scovare, in questa geografia di religioni, le architetture della più grande sinagoga ebraica d’Europa. Come è bella, Trieste.

Il riso nero in barattolo disorienta i ragazzi, lo scrutano diffidenti, lo lasciano lì. Va bene, cominciate a suonare che è meglio. Io mi faccio rimbrottare da un giovane sorvegliante che mi sorprende su un camminamento già chiuso. Replico al suo ordine: ‘Un secondo, ora mi dai un secondo’. Poi vado a scusarmi per l’infrazione. Ma questa foto dall’alto volevo proprio farla. I ragazzi alzano gli strumenti al cielo. E ritrovano il piglio. Basta poco, in fondo. I corni stiracchiano il loro suono. ‘Corno, sei felice?’. Franzek deve ammettere: ‘No’, e abbassa il capo. Qualche guaio a uno strumento. Partono con forza i tromboni. ‘Ecco, una nave ha lasciato il porto’. Arriva l’invito del maestro: ‘Fate le cose semplici, nella semplicità è la bellezza’. Sì, c’è bisogno di riemergere dal torpore. E accade, con il volo dei gabbiani, con i colori roventi di una serata magnifica, con il sole che tramonta nella scia di una nave. I ragazzi si ritrovano nell’ultimo raggio di sole. Il sole accarezza un muro di capperi pendenti a grappolo. I capperi sono felici a San Giusto.

Hanno i loro linguaggi i musicisti. Sentite questa: ‘Di-di-di, short notes; Dim-dim-dim, long notes’.

Le parole di Paolo, sessantasettesimo strumento musicale dell’Orchestra, sono una requisitoria-poesia, so che piacerebbe a un poeta del Nicaragua: ‘Vi è una operazione di depistaggio della nostra storia’. Putin e le sue spie, l’ex-comunista Orbán che ci insegna la democrazia, i troll russi che provano a truccare le elezioni, i dazi di Trump e l’Europa sembra preoccuparsi solo dei migranti. Ernesto Cardenal, è lui il poeta di oltreoceano, applaudirebbe dall’alto dei suoi 93 anni: ne sa molto di regimi tirannici e del loro odio verso i poeti e i cantastorie.

E., conosciuta nei boschi della Lucania, mi offre due birre (ho finito i soldi) nel tramonto e nella notte di San Giusto. C. ha risalito la penisola per essere qui questa notte, se ne sta in piedi per tutto il concerto. Ci sono mille persone. R. ha portato tutti i suoi venti dal Magazzino e li ha convinti a stare buoni mentre vibra Tchaikovsky, si accalorano, come tutti, per la marcia inglese. So che dovrei scrivere di musica, davvero non ne sono capace (e questa ignoranza graffia i pensieri), ma vorrei farvi ascoltare. Paolo dietro al palcoscenico sembra voler dirigere la maestosità degli archi e il trionfo delle percussioni. Marco cerca di alzare il canto sussurrato sottovoce.

Ci sono le famiglie dei ragazzi. Sono venuti dalla Serbia, dalla Slovenia, da Torino, dal Trentino. Ci sono i triestini. Orgogliosi dei propri figli, commossi fino alle lacrime nascoste dietro a un sorriso. E, alla fine, è ancora una volta abbracci di ragazzi. La luna, riconoscente, fa un’ultima apparizione. Ha passato buoni giorni con l’Orchestra.

Poi si smontano i tamburi, si infagotta l’arpa, si trasporta la grancassa, la fatica di ogni notte, un ascensore scende verso i furgoni, ci sono i chilometri per la Slovenia, per Nuova Gorizia. E chi aveva pensato alle prese elettriche tedesche…

Nella notte il computer ha lo schermo testardamente nero. Un sorvegliante dai muscoli tatuati si incuriosisce del mio vagare per corridoi lunghissimi. Bene, questo diario ha un ritardo di due giorni e perde il suo ritmo.

26/Le nove bandiere di Kobarid

In un secolo, nove bandiere hanno sventolato sulle rocce dell’Isonzo. Nove bandiere piantate sulle pietre, testimoni della follia del ‘900. Testimoni della sventatezza oscena delle frontiere. Appartengo alla fine di un secolo che ha conosciuto i passaporti anche per muoversi in Europa: nei miei anni di ragazzo ci voleva Interrail e passaporto per andare a Parigi o a Barcellona. Bisognava varcare check-point per Alexander Platz. I poliziotti di Praga fermavano gli ‘stranieri’ solo per il gusto di una misera corruzione. E cortine di ferro da scavalcare solo per andare sull’altra sponda dell’Adriatico. Prima di oggi, non ero mai stato a Kobarid, mai a Caporetto. Il suo nome era solo un ricordo della scuola, qualcosa di sbiadito, di lontano. Non ho avuto narratori capaci di farmi sapere. E così oggi, all’improvviso, mi imbatto in una memoria a me sconosciuta. Le agenzie del marketing promozionale sentenziano: ‘La Prima Guerra Mondiale non interessa’. Dovrebbero venire qui per capire. Sono grato all’Orchestra che mi ha portato fino in queste valli, fino alla limpida bellezza dell’Isonzo, al colore verde smeraldo delle sue acque, alle rocce bianchissime: è davvero passata una guerra per queste montagne? E’ davvero accaduto appena cento anni fa? Davvero imperi, repubbliche, monarchie hanno mandato uomini a morire pur di sventolare la loro bandiera su queste pietre? Come è stato possibile?

Cento anni dopo quella carneficina, i confini dei paesi ridisegnati da chi vinse quella guerra, sono tornati a essere polvere. Chi si spartì le spoglie dei grandi imperi non aveva il dono della preveggenza, era gente mediocre, avida solo di potere, pensava di poter riscrivere, a suon di morti, la storia e la geografia: ora sappiamo che, come tutti i guerrieri, furono stolti. Fiumi, montagne, frontiere secolari riemergono. Popoli cancellati rinascono. Armeni, curdi, catalani, gente balcanica, ucraini. Diciassette milioni di morti, venti milioni di feriti e mutilati per niente. Per niente, per niente. Non è possibile rimuovere le differenze…Riusciremo, come la musica, come questa Orchestra, a convivere nella stessa terra? O, semplicemente, alzeremo di nuovo mura, invece di costruire piazze?

L’Orchestra è metafora potente. Questa Orchestra è ben più che metafora: ha unito diversità senza negarle, non ha cercato omologazioni, ha creato un’alleanza, una possibilità di convivenza, un modo di stare assieme senza rinnegare niente della propria identità. Da tempo ho bandito dal mio vocabolari parole che ho amato per decenni. ‘Identità’ e ‘radici’ avevano perduto da tempo il loro significato, erano state tradite. Oggi, di fronte a questi ragazzi, per la durata di un viaggio, ne ho intravisto la grande bellezza. E la grande forza.

La musica può impedire il ripetersi di un dramma? Certamente può dare una mano. ‘La musica arriva fino al bambino che è ancora in tutti noi’, sento dire appena si spegne nell’aria l’ultima nota. L’Europa è riuscita per settanta anni ad evitare una guerra. A noi, nati dopo che i cannoni avevano smesso di sparare, la pace appariva normale. I massacri balcanici, venti anni fa, ci hanno risvegliato di soprassalto e ci hanno bruscamente avvertito: può accadere di nuovo.  Anche se i ragazzi serbi tifano, con il cuore, per la Croazia alla finale dei mondiali, può accadere di nuovo. Per questo i tamburi di pace rullano, come un esorcismo potente, nella piazza di Kobarid, la piazza di Caporetto. Oggi questo luogo mi appare un paese alpino lindo e curato. Affollato di ciclisti e trekkers, di turisti e buona birra, e un ufficio postale aperto alle cinque del pomeriggio. Di nuovo: come è stato possibile? Solo cento anni. I ragazzi, a sera, firmano un impegno per la pace. Masha a notte dice: ‘Prendetelo sul serio, il futuro è vostro’.

Jože Šerbec è stato direttore del Kobariški muzej, il museo di Caporetto, per un quarto di secolo. Leggo che era un giurista, poi scelse di venire a vivere in queste valli e fu fra fondatori di questo museo. Oggi è un uomo di sessanta e passa anni dal fisico di chi è abituato alla montagna: ci fa camminare lungo le sponde dell’Isonzo per raggiungere il luogo del pranzo. Lui in testa, noi già con il fiatone dopo tre metri di salita. I suoi racconti attorno alla guerra sono avvolgenti. Se solo avessi avuto lui come narratore negli anni della mia adolescenza. Al museo mi aggrappo allo sguardo di Ernest Hemingway, forse invece dovrei guardare negli occhi i soldati che pregano prima della battaglia: sanno benissimo che non sopravvivranno alla prossima battaglia. Voi come vi sentireste? Ci sono le croci, le mutilazioni, i corpi. C’è Ungaretti: ‘Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie’, scritta nel luglio del 1918. Ancora una volta: cento anni fa. E ancora non vi è stato un ‘addio alle armi’.

Ho qualche pensiero banale, ma ho promesso a me stesso di non usare trucchi, né reticenze in questo scrivere (non prendete sul serio questa promessa, le reticenze ci sono sempre): penso ai ragazzi che questa mattina si lamentavano della colazione di un ostello sloveno, delle federe che irritavano, delle zanzare e di un scarafaggio che se ne andava in giro in una camera. Bene, cancello un pensiero demagogico, solo che mi passa per la testa, ronza per un po’, tutto qui.

Forse non vogliamo ammetterlo, ma qualcosa si pianta nella nostra anima dopo una giornata a Kobarid. Almeno, la domanda: come è stato possibile? Rimane irrisolta: noi saremmo andati a combattere? Andrea, contadino lucano, andrebbe a combattere se oggi lo chiamassero a sparare e a morire? Davvero saremo capaci di non ripeterci? L’Europa sta scherzando con il fuoco.

Paolo cerca di darmi speranze: ‘Forse fu proprio nelle trincee della guerra, mentre si uccidevano l’uno con l’altro, che uomini con divise diverse impararono a conoscersi: sentivano gli odori dei propri ranci, sentivano il proprio odore. Forse allora cominciarono a scoprirsi simili’.

La pioggia capisce che questa notte è importante e allora balla sulle montagne, ma lascia in pace la valle di Kobarid. I ragazzi possono suonare. E questa volta non ascolto, guardo. Guardo i volti di chi ascolta e cerco segni. E questa volta, Paolo non ha bisogno di invitare nessuno ad alzarsi: gli uomini del potere (presidenti, sindaci, assessori, schierati in prima fila con i loro abiti scuri e le cravatte), la gente di Kobarid, i turisti e i passanti, si alzano in piedi per l’Inno alla Gioia.

Appare un uomo che ci ha seguito: da Norcia fino a qui. L’Orchestra è un contagio.

27/ E arrivò la tempesta…

 

Andiamo in montagna. E la pioggia si prepara con cura, questa volta vuole partecipare al concerto, vuole esserci. Finora si è tenuta ai margini, ha lasciato campo al sole e alla luna, alle stelle e al cielo azzurro: questa sera pretende una sua maestosa entrata in scena. Sceglie la bellezza orgogliosa del monte Civetta per scatenarsi: ‘Mostrami tutta la tua potenza’. Angelo, medico condotto e grande amico dell’Orchestra, ha le lacrime agli occhi per il concerto minacciato. E’ il terzo anno che riesce a far salire i musicisti nella sua valle, è la sua bella fatica, il suo impegno, la sua gioia. Vorrebbe il concerto sotto la montagna. Questo pomeriggio, fino all’ultimo, prega che le nuvole scompaiono. Loro si limitano ad avvertire: ragazzi, mettete via gli strumenti. E allora Manuel apre le porte del deposito degli sci: stanzoni accoglienti per contrabbassi e violini. L’arpa se ne sta al sicuro nel furgone assieme alle percussioni. Alla fine, la tempesta piomba sui musicisti. I ragazzi serbi sembrano spassarsela. ‘I love rain’, grida Sasha. E Iskra si prende tutta l’acqua del mondo e gli urlacci di Nenad. Ma il dio delle orchestre ha in serbo una sorpresa: se i prati ai piedi del Civetta diventano palude, il parroco di San Floriano, giù alla Pieve di Zoldo, apre le porte della sua bella chiesa. Il maestro decide: trasloco del concerto…

L’orologio dell’ostello di Nova Gorica è fermo alle quattro e un quarto del 29 gennaio. Dettagli. Alle nove, impietose donne corpulente ci cacciano dalla sala delle colazioni.

Si attraversa il Nord-Est italiano. Le piane friulane e venete sfiorano il confine delle montagne, Ponte alle Alpi annuncia la potenza delle Dolomiti, la strada si infratta, ritaglia il suo cammino nelle valli dei fiumi, diventa canyon, sfiora la roccia, trova spazio fra fiume e pietra. Guardo, ammirato, la dolcezza della guida degli autisti. Bus da cinquanta posti, si sfiorano le pareti della montagna e loro sembrano piloti di un tozzo veliero grande come una corazzata. Anche le mani di questo omaccioni squadrati hanno incanto e ritmo.

I ragazzi serbi cominciano a canticchiare nel sottofondo del bus, gli italiani rispondono con le cuffie nelle orecchie. Ecco Longarone, e Guglielmo spiega al piccolo Filippo la tragedia del Vajont. Io penso a Marco Paolini. E guardo quella diga ancora in piedi. E ai musei dedicati ai drammi provocati dagli uomini. Ieri, nella bellezza della vallata dell’Isonzo, i caduti di Kobarid. Oggi, nel verde intenso dei boschi, gli annegati di Longarone spazzati via dall’onda provocata dalla avidità degli uomini. Il dovere e la forza della memoria. Ma vengo anche afferrato da un pensiero tetro: facciamo i musei dopo la tragedia, onoriamo le vittime, ma poi ricominciamo a rimettere premesse della prossima tragedia. Non voglio più musei, ossari, commemorazioni. Non voglio il museo dei naufragi costruito dal grande architetto solo quando ci accorgeremo che cosa stiamo provocando nel Mediterraneo. Guglielmo racconta come farebbe un ragazzo di diciassette anni: ‘Abbiamo fatto una lezione a scuola’. Ho qualche speranza nella scuola italiana.

Si fa in tempo a scendere gli strumenti dagli autobus, a sistemare le sedie blu sul palco, che la nuvolaglia nera manda, con fragore, i suoi avvertimenti ripetuti. Il cielo si abbassa di colpo e fa scomparire la mole del monte Pelmo, manda in avanscoperta gocce come secchiate in testa a noi seduti sul prato. ‘Salvare gli strumenti’. Slalom a precipizio dei contrabbassi verso il deposito degli sci. Gli uomini e le donne della montagna, invece, appaiono insensibili alla pioggia. Hanno capelli fradici, ogni tanto si strizzano le magliette e ridono di gusto. I ragazzi, invece (con l’eccezione delle ragazze serbe), trovano riparo sotto il tetto della veranda del rifugio. Grande e ghiotta occasione per una torta di mele con panna. Hanno sempre fame, i musicisti.

Grandi manovre per il trasloco dell’Orchestra. E’ una manovra acrobatica. Si muovono i bus, si muovono i furgoni e la gente segue in corteo di automobili. Si scende a San Floriano. Ci sono montagne troll qua attorno, gli orizzonti si affilano con le guglie, i diedri si aprono come pagine di un libro, le crode cercano una irraggiungibile verticalità perfetta. Il San Sebastiano, il Bosconero, il gruppo del Tamer e, soprattutto, il timido Mezzodì accolgono con i loro applausi fragorosi i musicisti e loro ringraziano con un inchino e si cambiano sotto il campanile, poggiando piedi nudi sull’erba umida. ‘Si concedono privilegi che un’orchestra professionale non affronterebbe mai’. Mai un ‘professionista’ si piegherebbe alle contorsioni di questi ragazzi. L’Orchestra si dimezza. Igor sembra un generale alle prese con una missione impossibile. La rende possibile. Due trombe, tre viole, niente tuba, niente grancassa, quasi spariscono i clarinetti, decimati i violoncelli, a ranghi ridotti i violini. I musicisti superstiti suoneranno per i loro compagni. Sono in trentatré, invece che in sessantasei. I ragazzi senza strumenti siedono nel coro di legno come giovani monaci. La chiesa è colma di gente, e Paolo conquista, finalmente, il pulpito. Paolo predicatore. Dal programma scompaiono le marce più potenti, ma rimane la dolcezza del contrappunto, rimane Bach, Tchaikovsky, Rossini. La volta della chiesa e i quadri dalle cornici d’oro sono scenografia superba. Io mi sistemo in un angolo e mi appoggio alle grandi mani di legno che pregano un crocifisso, sento il calore delle candele e il soffio d’aria di una finestra della sagrestia. Sono a ridosso dei musicisti, le file degli strumenti si sono mischiate e questa volta sono a un passo da Tamara. Ora capisco quando cercava di farmi capire: ‘Con il tempo, impari che si suona con tutto il corpo. Non solo con le mani e con la testa. E non basta nemmeno il cuore da solo. Suoni con la pancia, con le gambe, con i piedi. Con tutto te stesso. Con la faccia, soprattutto’. Ed è così: vorrei avere di fronte a me ogni istante del suo suonare, la sua faccia, i suoi occhi, la sua fronte (vedo le pieghe della pelle che seguono l’onda della musica: Tamara è la musica, ne è la rappresentazione fisica), perfino i suoi orecchi e le sue lentiggini cambiano espressione a ogni nota. La guarderei per ore, vorrei una pellicola in muto, per capire la musica dal suo viso.

‘Capite benissimo perché sono stato sedotto da questi ragazzi’, dice Paolo. ‘Hanno cambiato la mia vita’. Confessione dal pulpito: ‘Fino a quattro anni la musica non faceva parte della mia vita’. Come a dire: adesso non posso vivere senza.

Ancora una volta penso al vecchio Cardenal, poeta del Nicaragua. Lo penso quando Paolo ricorda come i regimi dittatoriali sono nemici dei poeti e dei cantastorie. E penso a questi ragazzi che arrivano dai paesi più ambigui e cattivi dell’Europa. Gli ex-comunisti (Putin, Orbán, i vecchi capi dei paesi dell’ex-Jugoslavia) che danno lezioni di ‘democrazia’ e organizzano spie e alzano fili spinati: dovrebbero essere qui, nella chiesa di San Floriano, ad ascoltare i loro figli e nipoti e, chinando la testa, a cercare di comprendere cosa è la meraviglia della convivenza. In Nicaragua, la rivoluzione (che era dei poeti) sta uccidendo la poesia. E i poeti, assieme ai muchachos, provano, ancora una volta, a ribellarsi. Mi scuoto, Rossini mi riporta in Val di Zoldo, ancora l’Inno alla Gioia, ancora la danza delle streghe nelle praterie del monte Calvo, ancora il rintocco della campana, ancora l’alba. E poi l’Orchestra ‘dimezzata’ dona due regali: ‘Il signore delle cime’ (e la gente di Zoldo sta cantando a bocca chiusa, lo si vede dagli occhi) e Filippo si mette davanti all’altare (più alto di lui) e la sua tromba intona Il Silenzio. I santi dei quadri, San Floriano in prima persona, i caduti delle guerre, le crode delle montagne (rischiando qualcosa) si affollano per applaudire. E’ qui che il maestro si china verso una donna e dice: ‘La musica arriva sempre là dove si nasconde ancora il bambino che è in noi’.

Le nuvole si abbassano a diventare nebbia. Stiamo a naso in su a cercare un orizzonte celeste, il confine fra le vette e le stelle.

Nell’aria, anche se nessuno lo vuole dire, c’è il magone di chi già sa che questa storia sta arrivando alla fine. Ci sono anche strisce di nervosismo e stanchezza. Basta scacciarle con un gesto della mano. Vorrei leggere l’anima dei ragazzi che si abbuffano di pizza. Gli adulti (che disgrazia esserlo) hanno il privilegio (il privilegio?) delle tagliatelle con i finferli e le marmellate di mirtilli sul formaggio. Io penso che mio padre non avrebbe mai messo la marmellata sul formaggio.

28/Possano i viaggiatori..

Asiago, giorno ventotto

Non ho mai sopportato i saluti, gli addii. Una volta sentii un amico che mi consigliava: ‘Rimani’. So che me ne andai, che stolto. Vito mi ha raccontato la storia giusta per i miei alibi quando mi disse di Franco. Stava per lasciare la sua terra e ‘fantasticava che se la gente non si fosse accorta subito della sua partenza, in qualche modo lui sarebbe rimasto ancora in paese’. Era quasi felice di non aver potuto salutare nessuno. Tanto meno i ragazzi. Come diceva Paolo? ‘Ho il magone al pensiero che questo viaggio è finito’. Va anche più oltre: ‘Non si incontreranno mai più’. Qui, persino io, mi ribello: non ti sei accorto di amori, amicizie, patti, complicità, abbracci che nemmeno il tempo riuscirà a scalfire? E poi loro, maledizione (questa è invidia purissima), hanno la musica. E la musica è capace di colmare distanze. Fanno parte di un miracolo, sanno come ritrovarsi.

Non ho voglia di scrivere dell’ultimo giorno. Sono di pessimo umore. Mi conosco: quando sono così devo solo sparire, un tempo sarei andato a camminare, la sola cosa che so fare oggi è rinchiudermi in qualche stanza fino a quando non mi costringo a leggere qualche pagina di un libro banale o aiutare le lacrime con una canzone semplice e strappa-anima fino a quando non me resta più nemmeno una. Non c’è nemmeno Piero a portata di passi. Di solito, mi arrendo a un passo dalla vetta, vado via quando tutto funziona bene, non scrivo mai l’ultima pagina. Ora ci provo.

Stamattina il monte Civetta, sornione e ironico, ha regalato il sole. I concerti, da queste parti, in queste stagioni, si devono fare all’alba (I suoni delle Dolomiti insegnano): è allora che i cieli sono azzurri e il sole si diverte con le rocce. A sera, è tempo di piovaschi, lampi e tuoni. Una divisione del giorno fra le forze della natura. Tenetene conto nei prossimi anni, suonate quando il sole sorge. Ma, questa mattina, non c’è da suonare e la colazione è stata abbondante, i prati verdissimi e già asciutti, e allora si può tornare bambini (già, sono bambini, a volte lo dimentico) e saltare sul un telo elastico facendo volare i capelli e ridendo come antilopi felici. Posso saltare anche io? No, io faccio le foto.

Poi anche l’ultimo viaggio è chilometri e chilometri. Ma questa volta c’è da afferrare ogni minuto che scorre. E qui i ragazzi serbi, sloveni e croati occupano la coda del pullman ed è tempo di folk balcanico. Nenad cerca di dirigere un coro, ma poi scuote la testa: ‘Abbiamo una musica popolare bellissima e questi cantano delle schifezze’, ma poi se la gode anche lui. L’autista, sloveno, da una mano e mette su canzoni e canzoni della Serbia. Ma perché hanno spezzato la Jugoslavia? Non distinguerei un croato da un serbo e da uno sloveno. Parlano la stessa lingua, amano le stesse musiche, gli stessi cibi, si innamorano uno dell’altro: perché questo non basta?

Il ragazzo più serio, primo violino impeccabile, ascolta, in cuffie, Elvis Presley.

Scaliamo l’altopiano di Asiago. Diciotto tornanti, l’autista è impassibile come un marinaio fra gli scogli, guida con tocchi di mano, sale con delicatezza di un elefante danzerino. Spuntano bandiere del Veneto. Cavolo, veniamo dalla Slovenia e il confine nemmeno era segnato e le bandiere europee erano in prima fila, e qui sventolano fra i campi i Leoni di San Marco (belli, per carità). Nessuno ha cancellato la scritta: ‘Fuori l’Itaglia da casa nostra’. Sta su un tornante, per essere ben vista da chi rallenta. Sono certo: hanno lasciato quella ‘g’ apposta. Chissà se vogliono avere fra i piedi un’Orchestra europea?

Dario ci prova a dirmi di tempi quaternari e terziari. Un-due-tre e che sia valzer. Il folk balcanico è invece in quattro tempi. Non senti? Un-due-tre-quattro e muove la mano a squadra. No, non sento e mi viene da piangere. Mi accadde anche quando mi dissero che il reggae era a levare e una ragazza, a Satriano, mi sussurrò: ‘Ma come balli male’. Deve essere una giornata messa male, questa.

I ragazzi rompono tabù e si mettono a fare il verso a Paolo: ‘Più andavo verso oriente e più mi sentivo a casa’. Arrochiscono la voce nell’imitazione. Niente male, niente male.

Occupiamo la scuola elementare Monte Ortigara. Corridoi lunghissimi. Bell’ingresso a colori, panini alla mortadella. Le prove si disperdono fra i banchi, suonano camminando, i ragazzi. Roman legge in piedi il suo Coehlo, Sasha si addormenta in equilibrio su una panca, Guglielmo e Simone copiano le foto stesi per terra come lucertole. I percussionisti cosa possono fare? Percuotono gli infissi, i banchi, le cattedre. In astinenza da pringles, i polacchi vanno in cerca di un supermercato. I più snob se ne vanno nei caffè del centro di Asiago a ordinare cappuccini, nascondendo una sigaretta clandestina appena vedono avvicinarsi la macchina fotografica.

 

Piove alle otto, dicono le previsioni. Maledetti smartphone, lasciate spazio all’imprevisto qualche volta. Il cielo è azzurro-montagna. Il sacrario è un arco di marmo bianco sul verde delle praterie. Ci sono gli alpini, ci sono le lettere di chi è stato mandato a morire, c’è il viale degli alberi. Vorrei vedere quei soldati vivi, nei loro anni da giovani. Sono davvero stanco di commemorazioni. Il miglior modo di ricordare chi è stato ucciso dai generali è togliersi la guerra dalla testa. Agli europei di occidente, per settanta anni, i nostri anni, è riuscito. Il palco è ai piedi del viale che conduce al grande monumento ai morti ammazzati. Sedie blu-elettrico, magliette Montura, sentieri che partono per l’altopiano. I ragazzi arrivano quasi di corsa, hanno voglia di suonare. Ancora una volta, ancora una volta. Il sole arrossa il sacrario. Marca annusa l’aria: ‘Odore di pioggia’. Le nuvolaglie ci stanno accerchiando bofonchiando i loro tuoni. Facciamo finta di niente. Proviamo il canto: pam, pam, pam. E’ stato messo via din,din, din, non si sente. ‘Dovete cantare come i rintocchi di una bell’. ‘Deciso, not weak’. L’odore di pioggia è sempre più intenso.

‘Guardatevi fra di voi, ascoltatevi. Dividere con il pubblico il privilegio di essere sul palcoscenico a suonare. Enjoy the concert’.

Siparietto al bar: ‘Per fortuna che c’è il ministro degli interni, lui ci mette la faccia, speriamo che non riescano a fermarlo’. L’uomo lo chiama con il suo nome, il ministro, io non ho questa confidenza. La gente attorno, tre persone, annuiscono. Mi tengo la mia cupezza. Perché non mi alzo e non dico quel che penso? Avvisarli, a esempio che sta per suonare un’Orchestra europea. Potrei raccontare di questi ragazzi. Affidiamo a uno di loro il ministero degli interni? Dai, smettila…chissà se i tifosi del ministero degli interni sono fra il pubblico (che applaude con passione e sono in mille) quando Paolo dice dell’Europa e parla di ‘sessantasei meravigliosi migranti’ arrivati fino a qui con i loro strumenti. E se fossero arrivati con i gommoni, come li avremmo accolti?

‘Questo altopiano ha una sua musica’. Vorremmo regalarvi la prima serata senza pioggia, si augura Paolo. Il primo temporale passa di lato e scantona con gentilezza. Il secondo è un fronte compatto che arriva dalla vetta delle montagne e discende per il piano inclinato dell’altopiano. Ma anche lui rallenta, è sorpreso dalla musica, è indeciso, ma dietro a lui, altre tempeste spingono chi è davanti e si è incantato di fronte alla musica. Passa Bach, passa Čajkovskij, passa Sibelius e sfioriamo Kalinnikov. Lì l’Orchestra guarda verso le stelle: che non ci sono, divorate dalle nuvole. Che peccato, mi sarebbe piaciuto ascoltare qui l’Inno alla Gioia. Che peccato, i ragazzi avevano preparato Il Signore delle Cime e Bepi era fra gli spettatori. Ma gli alberi diventano rossi di riflettori: è il segnale, si alza un’altra volta  il naso verso il cielo e una goccia colpisce gli occhi. Francesca, veloce come un furetto, afferra il telo rosso per proteggere l’arpa, Nenad arriva in soccorso, il palco è sgomberato in un minuto allegro e apprensivo. I contrabbassi volano come se fossero falchi sorpresi dalla pioggia, i violini si rincantucciano, gli ottoni vorrebbero scintillare, le coperte ricoprono i timpani e la grancassa. Però, niente male come finale. Spettacolare l’uscita dell’Orchestra. La gente applaude, applaude, applaude alla fuga. Paolo rimane immobile, alla fine è solo sul palco, nell’agitarsi di chi salva i microfoni e i cavi, ragazzoni inespressivi e tosti avvezzi alla velocità. E’ allora che il più piccolo si fa avanti. Vestito di nero, capelli biondi, l’aria spavalda, quasi sbruffonesca, certamente divertita. Paolo lo guarda con stupore. Lui si volta. Una donna sale sul palco con un ombrello. E Filippo e i suoi dodici anni e la sua tromba regalano al mondo, alla pioggia e alla gente di Asiago ‘Il Silenzio’. Vedo un militare con stellette sulle spalle toccarsi gli occhi. Non so se siano i tuoni ad applaudire, non me ne volete, ma un finale migliore non potevate nemmeno immaginarlo.

Ho un pensiero improvviso per Francesca, la violinista, che ha dovuto lasciarci a Camerino. Gli applausi sono anche per lei.

Avevo immaginato un andare glorioso per montagne. Non è così: la mia è una fuga senza coraggio. Guardo Tamara che, con i suoi sorrisi, smonta con calma il leggio. Le lancio un ultimo sguardo. Non vedo Nenad, che vorrei vedere dirigere il suo coro. Sono felice di averti offerto l’ultimo tè. Non saluto nessuno dei ragazzi.

Incrocio solo Dario. Che mi chiede mentre corre: ‘Dove andrai?’

Vado solo in cerca di parole che ho ascoltato molti anni fa, parole che dimentico sempre e che ritrovo nascoste nel palmo della mano: ‘Possano i viaggiatori trovare la felicità ovunque vadano e senza sforzo realizzare ciò che si sono prefissi. E arrivati a riva possano ritrovarsi con gioia’.

 

 

 

 

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2 pensieri riguardo “L’Orchestra/La musica lascia segni sulla pelle

  • 27 agosto 2018 in 21:58
    Permalink

    Quanta emozione. .grazie a tutti per la passione trasmessa ai nostri ragazzi .. w la musica

    Risposta
    • 2 settembre 2018 in 22:35
      Permalink

      Grazie, Adriana. Nostalgia.

      Risposta

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