‘La mia testa irrequieta e matta’. Elegia per Umberto Terracini

 

Umberto Terracini

 

Ho chiesto ad amici. Non ho scelto ragazzi, ho domandato a quasi coetanei. Dovrebbero ricordarlo, mi sono detto.

No, non è così. Nessuno di loro sapeva chi fosse Umberto Terracini. E allora ho guardato la foto che Marco ha poggiato sulla scalinata di ingresso della Sinagoga di Firenze. Una foto storta, messa su con il nastro adesivo (i dettagli sono importanti in questa storia). Umberto è un uomo dall’aria seria, gli occhiali, l’aria di un professore serio, ma amato dai suoi studenti. La foto deve essere stata scattata a un comizio. Immagino il suo abito di un’eleganza dimessa, ma attenta. Io so chi è Umberto Terracini e penso, deve essere la  mia età, che uomini così…

Marco

Marco Gobetti, torinese, attore di strada (è bravissimo sui palcoscenici, ma io l’ho conosciuto in strada, agli angoli delle piazze, a leggere la Costituzione Italiana e tutte le pagine di Cesare Pavese, a vendere acciughe), racconta la storia di Umberto Terracini, una ‘lezione recitata’, un monologo, un attraversare il ‘900, grande secolo, bellissimo e disperato.

Non so come gli sia venuto in mente di raccontare questa storia. Marco sorprende

E’ bello il giardino della Sinagoga di Firenze. C’è la musica klezmer, il buon cibo, il vino. E ci sono le parole di Marco. Gli guardo le mani, la camicia celeste fuori da pantaloni, i sandali francescani. Guardo i vecchi e i ragazzi che lo ascoltano.

E penso: Marco è inattuale. Legge la Costituzione quando vogliono smantellarla. Quando già l’hanno smantellata. Si ostina a raccontarci di Umberto Terracini, un comunista (che dava un senso a questa parola), convinto che bisogna difendere la libertà individuale e fare parte attiva in una storia collettiva e comune. Ai tempi degli a-social e dell’individualismo, è necessario un coraggio strano per raccontare questa storia. Umberto Terracini è scomodo e grande. Lo diceva anche lui: ‘la ‘mia testa sempre un po’ irrequieta e matta’. Come quella di Marco.

Guardate i libri che Marco ha poggiato su una sedia: ‘La coerenza della ragione’, una copertina grigia, seriosa, severa. Antica. E io riesco a vederla allegra. Certo, nessun editore oggi accetterebbe una copertina così. C’è orgoglio nel mostrare questo libro. Come c’è orgoglio a rileggere la storia della Repubblica della Val d’Ossola (quanti la conoscono?) scritta da Giorgio Bocca, lire quattrocento per Il Saggiatore.

I libri

Terracini è comunista, antifascista, ebreo. Vorrei canticchiare Francesco Guccini: ‘io negro, ebreo, comunista, io frocio…’. Nasce a Genova, ma, dopo la morte del padre, vive la sua infanzia a Torino.

Frammenti della sua storia come fotografie. Il rabbino che interrompe una cerimonia, nelle strade attorno alla Sinagoga vi è una manifestazione operaia, gli uomini e le donne che stanno irrompendo nel nuovo secolo: ‘Andate a casa – ammonisce il rabbino – Gli operai sono miscredenti, non credono nemmeno al loro Dio, figuriamoci al nostro’. Umberto aveva otto anni e ricordava solo il timore della nonna quando si parlava di operai.

Le vittime ebraiche del nazismo e del fascismo alle spalle di Marco

Già, gli operai. Umberto è appena un ragazzino, è incuriosito, ne vede le case, abbaini stretti e privi di luce sopra i tetti delle case borghesi. Immagina come può la loro vita, si forma la sua consapevolezza: ‘E chi dunque ha fatto, e come, e perché, e quando, e dove, questo mobilio, questi tessuti, questi arnesi da cucina, e i trams coi binari sui quali corrono, e i fanali delle strade col gas che vi brucia luminoso, e la carta dei quaderni coi pennini che vi scrivono sopra, e il vetro, e la locomotiva coi vagoni del treno che ogni estate ci porta fino ad Asti […]. Adesso in un unico contesto, quasi all’improvviso, mi si propongono il problema e la soluzione: le fabbriche, gli operai, una realtà che travalica le mura domestiche, le aule delle scuole, le cupole moresche del Tempio, le strade consuete del quartiere. Un altro mondo.

Un altro mondo. Che diventerà la sua vita.

Sono anni tumultuosi. Terracini è socialista, ma la prima guerra mondiale spezza alleanze, frantuma i sogni, è un massacro troppo grande, ha travolto la storia. Ma la Rivoluzione ha vinto in Russia. Può vincere anche in Italia? Terracini ha 26 anni ed è fra i fondatori, nel 1921, del Partito Comunista. Va a Mosca e annuncia la ribellione anche dell’Italia. Un’altra immagine: Lenin alza gli occhi verso quell’italiano, lo soppesa e lo guarda freddamente: ‘Non se ne parla nemmeno, ragazzo’.

Sono gli anni del fascismo, della sconfitta, del settarismo comunista, dei carceri. Quanti errori, quante tragedie. Terracini è arrestato nel 1926. Sacrificherà la sua gioventù. Rimarrà in prigione e al confino per quasi venti anni. E sarà solo: si oppone all’espulsione dal partito dei compagni vicini a Trotsky. E, allora, viene cacciato anche lui. Sono tempi senza alcuna speranza. Umberto è ‘un reprobo’. Immaginate: Pietro Secchia, uno dei ‘duri’ del partito, è in cella con lui, ma non rivolgerà mai la parola a Terracini. Nessuno può avvicinarlo. Ogni gesto dei compagni è un oltraggio senza pietà: ‘un mancato saluto, uno sguardo senza simpatia’ sono una ferita nel petto di chi sta in carcere. Terracini si oppone anche allo sciagurato patto fra la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin. Per il partito, è peggio di un nemico.

La sinagoga di Firenze

Negli anni del confino, vi sarà solo l’amicizia con Camilla Ravera e Sandro Pertini ad attenuare l’isolamento del prigioniero.

1943, cade il fascismo. Un’altra immagine: in agosto, a bordo di un peschereccio, assieme agli anarchici, Terracini e la Ravera lasciano Ventotene. Sono ancora al bando, nessuno li aspetta al molo di Formia. Sono i pescatori offrire uva e fichi d’india. Dopo venti anni di prigionia, nessuno dei compagni offre aiuto a quell’uomo e a quella donna. Vanno a Torino.

Ma al Nord ci sono ancora i nazisti, i fascisti. Terracini fugge in Svizzera. Va in Val d’Ossola, è un compagno socialista, Ettore Tibaldi, ad accoglierlo nella insurrezione di quella vallata che sfidò l’esercito tedesco cercando un impossibile, piccola libertà. I partigiani devono ancora fuggire: Franco Fortini ricorda Terracini e Tibaldi seduti a tavola nell’ultimo giorno, mentre tutti stanno pensando a organizzare la fuga: Ettore mangia cinque patate lesse e Terracini gli parla sottovoce.

Terracini scrive a Togliatti. E questa volta il capo dei comunisti italiani si accorge della ingiustizia. Nel gennaio del 1945, Terracini è riammesso nel partito. Una nuova fotografia: quest’uomo di cinquant’anni entra nella stanza del segretario del Pci, Togliatti è seduto alla sua scrivania, deve sbrigare delle carte, lo guarda e gli dice: ‘Ciao, siediti, sono subito da te’. Come se niente fosse.

Terracini è presidente della Assemblea Costituente. Ne dirige i lavori. E’ l’Italia migliore che risorge. Ancora un’immagine e le sue parole che Marco scandisce con attenzione: ‘La Costituzione è il patto solenne, di amicizia e fraternità, del popolo italiano’.

Immagino la sua vita nel dopoguerra, una battaglia ogni giorno, la difesa di quella Costituzione che ama. Non ha il coraggio di rompere nuovamente con il partito quando i carri armati sovietici spazzano via la libertà dell’Ungheria, si schiera sempre con Israele contro le posizioni filo-arabe delle sinistre, ma non esita a criticare Stalin, a condannare l’invasione della Cecoslovacchia, a battersi perché siano trovati i colpevoli della morte dell’anarchico Pinelli, vorrebbe che si trattasse per la liberazione di Aldo Moro. ‘In direzione ostinata e contraria’.

Davvero, un uomo ‘irrequieto e matto’. Si può non essere d’accordo con lui, ma il principio fondante delle libertà individuali e dell’impegno collettivo è un valore immenso.

Guardo ancora le mani di Marco Gobetti. Sottolineano le parole che dice, le indica sui fogli, il suo corpo è composto, non è una semplice lezione. E’ uno stile. Un essere ‘fuori del tempo’ che fa parte di questo tempo. E’ un bisogno di bellezza, di libertà, di incontro.

Adesso dovreste andare a ritrovare Umberto Terracini. E’ attorno a voi.

(la lezione attorno a Umberto Terracini, letta da Marco Gobetti, è stata scritta dallo storico Leonardo Casalino)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Egli è stato veramente un gran presidente. Un presidente nato perfetto!», lo salutò nel discorso di commiato il decano dell’Assemblea, Vittorio Emanuele Orlando.

L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione [affermò Terracini nel suo intervento conclusivo] come un solenne patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa lo affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore

Partecipare, dunque, non vuol dire solo votare ogni quattro o cinque anni, ma potere svolgere, tutti i giorni, una presenza attiva nella vita della democrazia. Lo storico Aldo Agosti ha scritto che la Costituzione fu sentita da Terracini, più che da qualunque altro dirigente comunista, come «una propria creatura» ed infatti si batté sempre con coerenza, nei decenni successivi, per vederla attuata e rispettata.

 

«Nessuno è uscito simile a come era entrato»

 

A reggermi in così aspra prova è stata allora la convinzione che fuori dall’impegno collettivo non c’è via ad alcuna conquista e che perciò, pur ritenendomi nel vero politicamente parlando, da solo non avrei potuto realizzare nulla.

Alzò il capo e riconosciutomi disse: «Ciao! Siediti. Sono subito da te». E riportò gli occhi sulle carte che stava esaminando. Come ci fossimo visti la sera prima.

 

 

 

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