Il Gioco del Mondo.25/Finirà mai questo viaggio, Julio?

 

Bolaño scalpita, ho mesi e mesi di ritardo, lui sembra aspettare con pazienza (era paziente Bolaño? Sapeva di non avere tempo, ma ora ha tutto il tempo del mondo). E’ lì seduto sul mio letto e io mi rendo conto che sono mesi che non incontro Julio. Mi areno sempre, incastro fra scogli senza onde. Rimango su un piede solo, fra una casella e l’altra del Gioco del Mondo e mi distraggo: ci sono gli africani, ci sono i ragazzini della musica, i chilometri, la birra alle tre del mattino con Marco, il fiore nella mano sinistra del santo, le sciamane nei boschi. C’è sempre altro. E Julio sta lì, sempre con me, come il sax, e, come il sax, aspetta. ‘E’ tutta la vita che stanno ad aspettare’, ma questa era un’altra storia. L’attesa, un tempo volevo scrivere e fotografare le attese. Aspettano anche loro. Una folla di persone sta aspettano, le attese che aspettano. Che cosa stiamo aspettando? Che sia troppo, madame. Mai avrei immaginato che un regalo così sarebbe stato profezia. E ora? Ora è troppo tardi? Uscendo dai portoni tarlati, dagli atri angusti, dal fuoco senza immagine che lambisce le pietre e spia nei vani delle porte sono certo che sia troppo tardi, e io non voglio che lei, ragazza a cui hanno cambiato il nome, si fermi ancora per durare alleata al tempo e al ricordo. La sceneggiatura prevede che io rimanga sulla spiaggia mentre i velieri salpano. Nessuno ti dice cosa accade dopo i titoli di coda, ma io lo so, io lo so, io ho sbirciato nel futuro e ho chiuso le pagine. Ho cercato di patteggiare con i gatti e le muffe, stamattina ho pulito merde di piccione, ho distrutto un nido e non ho offerto cioccolato alla terra. Siamo polvere, fra cinquant’anni io sarò polvere, me lo scrive Marina. E allora sarà cenere a fertilizzare la terra. ‘Siamo noi a rendere fertile la terra’.

Julio lo sapeva bene e scuote la testa, lui aveva coraggio, coraggio di fare l’amore con Carol a sessanta a passi anni. Immagino le sue gambe da fenicottero aggrovigliate alle sue. Come a Hydra, come a Buenos Aires, come sull’autostrada che allaccia Parigi e Marsiglia: non uscirne mai per trentacinque giorni, l’amore al tempo delle stazioni di servizio. Sapremo trovare l’altra faccia dell’abitudine? No, è una risposta semplice. Godersi gli ultimi giorni come se fossero i primi, distendersi in una amaca di parole, intrecciarle, finire il libro senza di lei. Guardo i velieri oramai sulla linea dove il mare si congiunge al cielo. Ma io non volevo rimanere qui. Volevo trovare una ragione, ma questo, all’uomo che ora non sa immaginarsi, gli capita, soprattutto, fra le cosce delle donne.Vorrei abbracciarvi, baciarvi, dormire con voi. Vorrei sentirvi accanto e invece questa spiaggia di meraviglie è senza uomini e donne, nemmeno voci di bambini. Non mi bastano i granchi, ne le stelle di mare. Non sono adatto ai finali. Non mi viene in mente niente, mi stanco preso, quasi subito, non ho passione per i tempi lunghi. Ora che le navi solo scomparse e gli occhi non hanno più nemmeno una lacrima, io mi siedo e non ho voglia, non ho desideri. Me lo chiedono in tanti: hai desideri? No, non credo. Ne ho di indicibili ed esecrabili. In fondo lui, ora lo guardo mentre sto morendo, fa della sua libertà un uso che sbigottisce gli altri e che finisce sempre con piccole catastrofi illusorie. Sono ancora vivo. Ma non sopporto i luoghi senza una voce, senza un arrabattio, un disordine o una perdita, una sorpresa e un istante, solo un istante, poi altri istanti. E ancora altri. C’è la stanchezza di aver perduto tempo nei caffè leggendo giornali che sono sempre il medesimo giornale, c’è come un nodo di birra che stringe leggermente all’altezza dello stomaco

 

Non ricordo quando ho letto da pagina 561 a 571. Deve essere accaduto sul mare di Duino. Quando un immediato futuro esisteva perché altri, felicemente, lo disegnavano per me. E io mi ci sono dedicato con tutto me stesso. E’ la dimensione migliore, la più adatta. Avete deciso e, una volta tanto, ero anche contento della decisione. Poi Julio è rimasto lì, non l’ho più visto, Milton ci ha provato a far riapparire Rayuela e ho avuto un sussulto. Poi dovevo copiare ieri durante il via del 210mila quattrocento chilometri. Non l’ho fatto, me ne sono dimenticato. Ma qua, al bar Lux, la giusta desolazione e una splendida giornata di sole e dopo aver distrutto il nido, con le uova ancora calde, ho lasciato andare come sempre i polpastrelli davanti a un barista triste e pallido e uno che chiede di poter pagare un crodino e due spritz.

Non sapevo cosa avrei scritto.

Ho fatto i conti, qualcuno li ha fatti per me: Julio è vissuto venticinquemilatrecentosettantaduegiorni.

Roberto abbia pazienza. Tu sei vissuto meno.

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