Il gioco del mondo.26/Ci giro attorno, stancamente. Però alla fine trovo l’allegria

 

Ci giro attorno, come sempre. Ma adesso i passi sono più lenti del solito. Cerco alibi per non scrivere, per fermarmi, per lasciare che il tempo cozzi contro lo specchio e scivoli via. Ho con me il libro di Julio, magari si deciderà a riapparire, a farsi monaco, a raccontarmi una piccola storia, a dividere un piatto di pane. E io mi deciderò a leggere. Ma so che Roberto non andrà oltre le prime pagine, terribilmente smarrito e scandalizzato, maledicendo il prezzo del libro. In realtà ce l’ha con me: non ho ancora finito, sono in ritardo di un anno, e ho anche rimesso i calzini, la maglietta sotto la camicia, la coperta. Cosa è accaduto in questi due giorni? Ho lasciato Moni nel caldo di una piazza e mi sono ritrovato nel deserto delle pietre. Dove siete tutti? ho gridato nella via sferzata dai graffi della tramontana. Lo so, tutto questo è accuratamente antinarrativo, ma non antiromanzesco, è la fantasia al servizio di nessuno. Ho atteso il tempo necessario, lievemente, guardando i corpi ondeggiare e pensando che la sola storia che si poteva toccare erano quella che poggiava sul palcoscenico le melanzane mischiate con i peperoni e le cipolle (mancano i pinoli), per il resto non esistono messaggi, esistono messaggeri, così come l’amore è colui che ama.

Quanti mesi sono che sono in bilico su una gamba sola? Incerto se arrendermi o proseguire nell’impresa di cercare di raggiungere il sassolino. Ieri sera, a esempio, ho solo cercato il sonno dopo aver mangiato le ultime due uova. Ho pensato che sono d’accordo con una narrativa che  agisca come catalizzatore di nozioni confuse e malamente intese e che incida innanzitutto su colui che la scrive. Ma non ho scritto, il vento mi ha tenuto a casa e solo a notte fonda ho raggiunto gli uomini che bevevano vino in un birrificio. Volevo dirvi: venite con me? Vorrei fare complice un compagno di viaggio. Ho frugato nel frigo: c’era ancora la milza di D., il suo pane non è ancora duro e ho pensato allo scambio di letti con S.. Loro cercano una parola il meno estetica possibile, ma non mi hanno detto di Julio. Del resto io non gliel’ho chiesto. Mi sono solo domandato: perché queste unghie, questo ombelico? E, sono andato nel sole più potente, a godermi il caldo dell’autunno, la vitamina D e l’attore che senza guardarmi diceva: è un povero pazzo, un povero sognatore. Io rispondevo ai suoi occhi, li giravo verso il sole e pensavo: no, non sono questo, ma, per Dio, potrei esserlo. Permettere a questa storia di raggiungere un santo sotto la pioggia…

E’ il corpo che sta mutando, cambiando, ingrandendo. Una ciste sebacea si gonfia impercettibilmente sulla mia schiena e io leggo gli amici che, impietosi, scrivono della loro morte futura. Intanto Celia defeca e so che questo non avrei mai il coraggio di scriverlo se non lo avessi trovato sulle tue pagine. Ho i miei tabù. Oramai il divorzio fra me e il mio corpo (e la sua falsità), la sua invenzione consolatrice è compiuto e al tempo stesso questo guardarmi andare via mi avvicina al mio corpo, me lo mette come dolore. Ho dato un’occhiata a ciò che metterò in borsa, la vedo piena di polvere d’oro. Una storia da vecchi. Mi fermo e fisso il paralume di una lampada, mi fermo ancora e resto a pensare a tutte le foglie che non vedrò, io il collezionista di foglie secche. Ho messo in scatole di cartone tutte le mie collezioni, ho lasciato al freddo (ma loro ci stanno bene) i poveri pipistrelli di romanzi. E poi non sapevo come andare avanti, se non prendendo impegni su impegni salvo poi disdirli tutti senza dirlo, ecco il guaio consiste in questo: dirlo. E allora lo dico. Qualcosa è pur accaduto, ma lo difendo con la leggerezza del sangue. So di andare incontro al disastro, all’inferno, come si sta all’inferno? Come quel musicista di cui vedo la carne reclinare sulla cintura. Non posso muovermi, ma appena fuori da questo luogo sotterraneo, lui, lui stesso, così sulle stelle, ha la brama di mettersi a correre, entrare in una casa, in quel negozio, saltare su u treno, divorare, sapere il tedesco, conoscere Aurangabad. Do per scontato che tutti noi sappiano chi questo tipo. O è una città, come suggerisce Wiki. Invece io non lo so, parla di archetipi e io ho in mente solo una grande donna nel cui grasso potrei cullarmi. Esco nella notte, la luna gioca con le pietre e dovrebbe dare speranza, cammino verso casa con addosso la malinconia per una vita troppo corta per tante biblioteche. Sono fuggito dalle danze, so che vorresti che lui vi lasciasse liberi, metti su la musica, mangio finalmente le melanzane e a casa guarda il tavolinetto vicino al cuscino. So che se leggo Joyce sto sacrificando automaticamente un altro libro e viceversa. Nemmeno questo convince Julio, ho cancellato la lavagna, nemmeno lui finisce la frase, deve essere un trucco, una tecnica (cazzo, non ho mai imparato una tecnica), c’è la sensazione di mancanza è più acuta in   Nemmeno i puntini di sospensione, nessuno indizio, finisce lì e basta, nessun trucco allora, con chi è arrivato fino a qui, cosa servirebbe. Da molto tempo mi sto aspettando inutilmente, da troppo tempo (per fortuna? per incapacità?) Dame Imagination non corre. In fondo questa è una storia cominciata in prima pagina, ma per cercare il finale bisogna sbiadire fino a pagina trentadue e cercare fra gli annunci dei dentifrici.

 

Sì, Julio non ne vuole sapere, deve essere impegnato in qualcuna delle sue storie e non ha più tempo per me e del resto io non giro il dito nella cicatrice delle pagine. Cerco di tenere in vita la fiammella. Con le poche forze che ho ancora. Ho un intero paragrafo da copiare, mentre queste righe sorgono in una treno che corre in riva al mare. Sì, Julio non ne vuole sapere, deve essere impegnato in qualcuna delle sue storie e non ha più tempo. Al sole di Acciaroli, spiaggia grande, era il terreno ideale per ridisegnare il gioco del mondo, ma non l’ho fatto: però ho letto fra il capitolo 79 e il capitolo 85, quelli che Julio, con un’alzata di spalle, dice: potete anche saltarli. Poi di nuovo silenzio, alla fine, ultimo tuffo, fra Rimini e Ferrara, in posizione scomoda, su quel treno affamato. E silenzioso. 

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