Hallelujah, l’attesa. Viaggio in una Toscana sconosciuta

 

Non sono stato il solo a pensare che i bianco e neri di Marco Paoli e le parole della poeta Alba Donati fossero un’attesa. Ho sfogliato, con lentezza, questo Hallelujah di fotografia e versi, di immagini e poesie, e, senza volerlo, senza desiderarlo, ho pensato a un mondo in attesa. Ho pensato che statue, sale abbandonate, sottotetti, parchi, prigioni di manicomi, chiese in rovina, graffi sui muri, cimiteri solitari, stessero semplicemente aspettando. Come sempre, come è inevitabile. Mi è venuto in soccorso Mimmo Jodice, fotografo della perfezione del paesaggio, citato, proprio all’ultima pagina del libro, dalla storica dell’arte Marcella Cangioli: ‘Siamo sempre in attesa, in verità, di qualcosa di buono o di cattivo, non so, ma certo vivere non è altro che attesa’. Con un sorriso, ho anche pensato a qualcosa di molto più leggero: che questi luoghi, abbandonati, corrosi, usati dal tempo e dalla natura, queste statue trasformate da muschi e licheni fossero semplicemente in attesa di un uomo con macchina fotografica, treppiede e pazienza. Le statue, le cisterne, le mura, le colonne volevano continuare a esistere. Oltre i secoli. Oltre la loro vita. E hanno affidato speranze all’infinito della fotografia.

Il convento domenicano di San Marco nel pieno centro di Firenze. Vi hanno vissuto il Beato Angelico, Savonarola e il sindaco Giorgio La Pira. I domenicani ne hanno deciso la chiusura.

Marco Paoli, strano fotografo, i suoi obiettivi vedono cose che altri non riescono a vedere, ha girato il mondo (questo lo si scrive sempre nelle microbiografie). Io l’ho incontrato fra gli alberi dell’Etiopia. E ho visto quel paese con altri occhi. Siamo entrambi toscani. Abbiamo due terre in comune: quell’altopiano africano e questa Toscana fuori dalla leggenda. Già, Marco ha dedicato due anni del suo mestiere e delle sue emozioni a scansare la Toscana del Mito, ha disatteso i suggerimenti di chi non riesce a staccare lo sguardo dalle meraviglie bellissime e abusate di questa regione. Ha cercato altrove, nemmeno troppo lontano dai monumenti più celebri, ha scelto guide d’eccezione, due ragazze, Marcella e Carlotta, esploratrici di luoghi nascosti, ha indagato per suo conto e ha avuto fortuna. Ha passato il suo tempo in una Toscana che aspettava solo che qualcuno entrasse, con gentilezza, nel sottotetto della Basilica di San Marco a Firenze; che dormisse nelle celle nude del carcere di Pianosa; che camminasse con il cuore in mano negli stanzoni del manicomio di Volterra o in quello di Maggiano, vicino a Lucca; che scendesse nel buio delle miniere di rame di Montecatini Val di Cecina; che uscisse all’aperto e si sdraiasse nei boschi de Casentino o, con l’anima colma di memoria civile, rimanesse in piedi sugli argini del padule di Fucecchio per poi, finalmente, fermarsi su una spiaggia dalla quale si scorge la piramide dell’irraggiungibile isola di Montecristo. E’ un periplo toscano, questo andare con la macchina fotografica.

Marco Paoli, nella sua e nella mia Toscana, ha viaggiato in profondità. Non so perché abbia chiamato Hallelujah il suo percorso fotografico per questa terra. Lui spiega così: ‘Un equilibrio fra sacro e profano’ e, allora, si arrochisce ancor più la voce di Leonard Cohen, con quella sua aria gentile e perduta, quell’eterno cercare sui confini e senti le parole di una canzone che fa scattare applausi. Ecco, ascoltate l’inno di questo poeta canadese mentre leggete (sì, vanno lette) le immagini di Marco.

Il porto del vecchio carcere di Pianosa nell’arcipelago toscano. Venne chiuso nel 1998. E’ stato carcere di massima sicurezza, negli anni ’30, vi fu rinchiuso Sandro Pertini

Che ha avuto fortuna. E la fortuna è stata la nebbia. Era inverno, forse ai margini della primavera. E’ rara la nebbia sulla collina di San Casciano in Val di Pesa, appena fuori Firenze. Là ho vissuto alcuni anni. Marco sta cominciando il suo viaggio nei luoghi invisibili, deve ancora fare il primo scatto, scegliere la prima inquadratura. E il parco della villa Le Corti è la sua prima meta: un giardino nascosto dietro il candore opaco di nuvole atterrate sulla Terra. Una sorta di sipario impalpabile. Si intravede un cancello, forse due grandi siepi, la cima di alberi spogli: ‘la nebbia avvolgeva l’orizzonte, disegnando infinite possibilità’. Ecco, parole-guide: infinite possibilità. E Marco le ha esplorate con lo stupore di chi ancora è capace di emozionarsi. E’ un fotografo che cammina su un filo.

Il romitorio ipogeo di Pienza. Luogo di preghiera di eremiti sconosciuti. Per anni è stata discarica e pollaio. I nuovi proprietari ne hanno riportato alla luce l’antica bellezza.

Conosco le passioni di Marco. L’acqua, a esempio. Ecco le terme del Corallo di Livorno, il primo edificio interamente in cemento della Toscana costruito ai primi del ‘900. Un luogo struggente, dimenticato, glorioso. Si veniva a passare le acque qui, fino a quando un incendio, nel 1968, non mise fine ai balli che si danzavano nelle sue sale. E ancora: l’acqua immobile e malinconica del padule di Fucecchio o l’acqua irrequieta e selvatica dell’orrido di Botri. E poi gli alberi: il sole invernale che filtra attraverso i reticoli verticali innalzati dai faggi di Camaldoli o i pini che, placidamente, guardano il mare di Castiglione della Pescaia.  E i cimiteri: quello dei Pinti, nel centro di Firenze, dove sono sepolti tremila e ottocento ‘fratelli’ della Misericordia fiorentina. Lì vi è una carrozza funebre che aspetta dal 1898 di compiere un nuovo viaggio.

Il Cisternone di Livorno, monumentale serbatoio dell’acquedotto ottocentesco della città. Progettato da Pasquale Poccianti è ancor in funzione.

 

Non ci sono uomini nelle foto di questo libro. Non ci sono donne. Solo le statue, colonizzate dai rampicanti, hanno fattezze umane, ma rimangono pietra anche se, parola di Alba Donati, vorrebbero farsi un selfie o mettere un like sotto il loro basamento. Anche loro in attesa. In realtà, Marco racconta un pre-mondo. Lo scrive lo scrittore Michael Cunningham dopo che Marco gli ha fatto vedere le sue foto. Sono tracce, ombre, sogni: ‘sono i presagi di un mondo ancora più strano e favoloso di quello in cui in effetti viviamo’. Ma io sono solo un lettore, un giornalista a cui, per casualità di coincidenze e affinità di terre, è stato chiesto di scrivere del libro di un amico. E allora ho voglia di far riapparire le ombre di questi uomini e donne che hanno popolato questi luoghi. Alba Donati mi aiuta all’isola-carcere di Pianosa, mi indica un uomo invisibile che passeggia ancora sulla banchina del vecchio approdo penitenziario. Lo ascolto mentre si presenta: ‘Sono del quarantadue e mi chiamo Antonio, nacqui la notte del sabato santo’. Condanna al 41bis. Non ti chiedo cosa hai fatto. La foto racconta della prigionia e del sole marino. ‘E’ il momento della poesia’, annota Alba e di farsi accompagnare, a sorpresa, da Allen Ginsberg: ‘Ho visto le migliori menti della mia generazione’. Chissà come è venuta in mente, ad Alba, questa poesia.

Un altro uomo perduto. Marco mi ha detto che è conosciuto come NOF4. Non so nulla di questa sigla, non cerco su Wikipedia, ho il sospetto che sia la sigla del suo nome. Che è Oreste Fernando Nannetti. Era un pazzo, rinchiuso nel padiglione Ferri del manicomio di Volterra, il peggiore, riservato ai criminali. Con la fibbia della cintura graffiò i muri della sua prigione, fece un’opera d’arte lunga centottanta metri, NOF4 disegnò un affresco immenso, lo popolò di ‘scale, croci, motorette, apostrofi, virgolette, linee, rigacci’. Pensò: ‘l’universo è saturo del mio cercare’. Fernando ‘cercò di riprendersi da solo la sua dignità’, ne è certo Marco. Se andate a Volterra cercate questa disperata e splendente solitudine.

Le vecchie Terme Corallo, celebre luogo di benessere e feste del ‘900. E’ uno dei capolavori liberty, interamente costruito, per la prima volta, in cemento.

Marco non la conosceva. Io, sì. Perché Vitozza è uno dei miei luoghi della magia. Paese smarrito, paese rupestre, nei boschi dei calanchi e dei tufi del Sud della Toscana. Vitozza è un villaggio di grotte, una lontanissima storia etrusca. Arrivata, nascosta in queste selve, fino alla fine del ‘700. Eccola, allora, questa donna che qui ha vissuto e che, ora, rimane invisibile all’obiettivo del fotografo: è Agostina, la Riccia, vedova di Bartolomeo Brunetti. Donna solitaria, scontrosa, contadina, pastora di capre. L’ultima fra i trogloditi di questa Toscana infrattata nei boschi. I censori dei Lorena, allora padroni della Toscana, la scovarono ancora qui alla fine del ‘700. Oggi si nasconde con facilità dietro le rocce e sorveglia, un po’ compiaciuta dell’attenzione per la sua casa, i movimenti del fotografo.

I matti di Maggiano spintonano un po’. Loro ci vorrebbero essere nelle foto di Marco. Mario Tobino fatica a tenerli in disparte. Ci sono nove sedie nella vecchia sala a piastrelle esagonali della televisione del vecchio manicomio. Sono rimasti in pochi, il fotografo è arrivato proprio quando stavano per trasmettere un programma al quale loro tenevano. Poi si sono divertiti lo stesso a guardare il suo fotografare. Alla fine dello scatto, Tobino presenta a Marco i matti. Uno per uno. Alba Donati osserva questa piccola cerimonia e scrive: ‘un dottore scrittore, qualcuno li amava/uno, una a una, a uno’. Vi sono storie che cercano memoria e futuro dietro a queste foto.

L’Orrido di Botri, il canyon dell’Appennino Toscano, in provincia di Lucca. Uno dei luoghi ‘selvaggi’ della regione.

 

Evandro aveva tredici anni. Quinto, diciannove. Posso immaginarli. Un ragazzino e un giovane. Con i vestiti pesanti dei contadini di Fucecchio. Con gli abiti degli operai delle tabaccherie. Con lo sguardo della gente di palude. Un mondo di acqua e terra. Così diverso dal resto della Toscana. Una terra umida. Evandro e Quinto, nomi contadini, sono davvero ombre dietro ai pioppi, vorrebbero aiutare il fotografo, consigliarlo, guidarlo in giro su una barchetta, ma furono uccisi dai nazisti. A loro è mancata la vita. Questo è il paesaggio nel quale erano vissuti.

Anche Marco, alla fine, non resiste alla tentazione di lasciare un segno sui muri. O meglio: chiede a un amico dal nome che incuriosisce, Frenopersciacalli, pittore e tatuatore, di seguirlo negli innumerevoli padiglioni sventrati dell’ex-sanatorio Banti, sulle prime colline del monte Morello, la montagna fuori porta dei fiorentini. E’ un edificio sterminato, labirintico, costruito nel 1934 per ospitarvi i malati di tubercolosi. Pochi decenni di vita, prima di un abbandono irrimediabile. Nessuno sa cosa fare di questa costruzione razionalista, dalle grandi vetrate, dalla luce sfolgorante, dai panorami vastissimi su Firenze. Marco ha chiesto a Frenopersciacalli di venire con pennelli, tinte, colori e aggiungere il suo segno sui graffiti che già popolano le mura sgretolate del sanatorio Banti. Un fotografo e un pittore. Un dialogo in un luogo abbandonato. Colmo della vita dei fantasmi.

Ho una sensazione alla fine di queste parole. La ritrovo in un verso di Alba Donati: ‘Tu vieni anche se i tempi non lo consentono’. Ecco, io capisco così l’Hallelujah di Marco Paoli: è una resurrezione. I luoghi di una Toscana invisibile risorgono, almeno per il tempo di un scatto, per il rumore di un passo, per una mano che sfiora un muro. E gli uomini e le donne che hanno vissuto questi edifici, questi boschi, queste pietre, questi alberi, ora, hanno una ragione di felicità.

(questo articoli è apparso su ‘Luoghi dell’Infinito’)

 

 

 

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2 pensieri riguardo “Hallelujah, l’attesa. Viaggio in una Toscana sconosciuta

  • 19 ottobre 2018 in 4:47
    Permalink

    Sono sotto schock positivo. Incantata. Fin oggi non ho ne visitato ne visto la Toscana. Sono tanto felice di aver letto questo testo e di aver visto queste foto. Cosi i miei primi sguardi e pensieri sulla Toscana sono puri senza influssi turistici e superficiali.
    Grazie

    Risposta
    • 19 ottobre 2018 in 7:46
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      Sì, una strana Toscana….potrei mandarti il pdf del libro…buoni giorni

      Risposta

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