Uganda 93. Questo è un appello

 

Sul terzo scaffale di una piccola libreria, di fronte al letto, c’è una scatola su cui sta scritto: Uganda ’93.

Non ricordo come quella libreria sia arrivata a casa. Forse la comprai in un negozio di bricolage. Forse fu un regalo e allora sto facendo un torto a qualcuno a non ricordarlo. Negli anni si è riempita di scatoloni bianchi. Li compravo da un grossista di carta in via San Gallo, un bel negozio che sapeva di carta. Dentro quelle scatole c’è una parte dei miei ‘lavori’. Le storie scritte in trent’anni di strano giornalismo. Non credo di aver mai riaperto quello scatolone che ogni mattina mi fissa indifferente: con ostinazione, mi ricorda che nel 1993 sono stato in Uganda. Ricordo quel viaggio. Con Mario. Cercando storie di re e di profughi, di cooperazioni e medici. Vedemmo le Murchison Fall e morire un bambino, visitammo Rose che aveva l’Aids e vidi un drappello di Karimojong correre verso il nulla con le loro tuniche rosse e il kalashnikov penzolante. Davide mi aveva regalato il biglietto d’aero per Kampala. Gratitudine. Storie antiche. Fotografammo anche biciclette e vendemmo le foto a una rivista di ciclismo. Ora Mario ha rivenduto ancora alcune foto a un editore di scolastica e ho rivisto quelle foto. Io non so dove sono le mie foto, erano diapositive, perdute in qualche sottostiva, immagino. Non sono dentro lo scatolone, ne sono certo. Non so cosa ci sia dentro quello scatolone. Posso immaginarlo: fogli su fogli, quaderni di appunti, qualche taccuino, ritagli di articoli, qualche libretto piccolo e, forse, un sasso, una piuma, un pezzetto di legno. Il passato, insomma. Forse anche un po’ marcito.

Cosa devo fare di Uganda ’93?

E di tutti gli altri scatoloni?

 

La libreria occhieggiante

 

Va bene, ogni volta che passo di qua, da San Casciano, intendo, cerco di buttare qualcosa. Ho in bella vista un libretto di una giapponese che dice come liberarsi degli oggetti, ma intanto il suo libro ingombra. Ho fatto altri scatoloni. Di riviste, di libretti, di portauovo, di ippopotami, di ‘oggetti trovati per terra’. Ho scritto sopra cosa c’è dentro, ma spesso non corrisponde. Ieri sera è riapparso un diario del 1988. Mi sono bloccato a mezz’aria, è un quadernetto, un diario con disegni di Altan, stavo lì, sospeso, lui nella mano destra. Luce di polvere attorno. Stavo lì, tossicchiando. Mi sono letto una pagina. Un addio. Mi sono persino seduto. Ho richiuso, e l’ho cacciato sotto altre riviste, destinate a sparire, l’ho ripreso e messo in un angolo. Poi ho trovato una gran bel fumetto e ho guardato chi ne aveva scritto la bella post-fazione: beh, l’avevo scritta io…e nemmeno lo immaginavo. Scrivevo di Dieter Lumpen. Chi è Dieter Lumpen? Ho controllato sul web e ho scoperto che quel fumetto vale 75 euro. Oh, cazzo!. Com’era accaduto che ne scrivessi? Come è stato possibile? Mi hanno pagato per scriverla?

Allora lo dico subito (per le buone regole avrei dovuto scriverlo subito): questo è un appello…un appello…quegli scatoloni vogliono uno spazio loro. Lontano da qui. Da un’altra parte. A Matera (sono disposti a viaggiare) o a Firenze. O magari anche da altri parti. Uno sgabuzzino, una parte di garage, un salotto, un corridoio, una cucina, un’amaca, un ascensore, un soppalco, una cabina sulla spiaggia, un rimessaggio di canoe. Insomma, uno spazio per stare lì. E basta. Ingombranti, inutili, un giorno bruceranno o marciranno. Ma ora desiderano questo. E non possono pagare per questo. Cercano un’ospitalità a dono. Per un numero indefinito di anni, di secoli, di millenni. Ansia di lasciare tracce. Ma chi ha spazio oggi? Forse feisbuc dà una mano. Altrimenti chiedo al bar. Mi vergogno un po’.

Prima di andare a letto devo scostare la carta

E allora devo dirvi delle chiavi.

Non ne potevo più di spostare carte nella casa in cui non voglio abitare (ma è vero questo?). O copio Hrabal. E ho pensato: vado alla Casa del Popolo. Sto un po’ lì. C’è il wi-fi, che qui non c’è più. Ricordate: le chiavi di casa erano rimaste nella giacca nella stazione della città sconosciuta. Carla aveva ritrovato la giacca, adesso lei è là e le chiavi sono lontane. Ma io ne distribuisco copie ai gerani, ai gatti, ai vicini, alle venditrici di stoffe, ai vicini, ai postini e sono tranquillo. Lo dico anche a tutti: così qualcuno apre sempre le porte di casa. I ladri lo sanno, vengono una volta, poi sorridono un po’ sorpresi e se ne vanno. Il geranio mi ha soccorso: ‘ecco le chiavi’. Il problema è che non gliele restituisco e le porto dentro casa. E quando esco di casa per andare alla Casa del Popolo il gesto non è nemmeno distratto. Chiudo la porta (una vecchia porta, un po’ marcita in fondo, si apre con una cartolina, mi sono sempre detto) e faccio un passo. Già, le chiavi sono là dentro. Là dentro c’è il gas acceso, il computer che cerca di perdere le foto, il sassofono si sente prigioniero, i libri cominciano a danzare e Guccini continua a cantare. Bene. Sono chiuso fuori. Vi sarà capitato. Panico leggero. Solo un po’.

Cerco di aprire con le unghie le porte, ma non ho l’abilità di un ladro. La porta dice: ‘Cazzi tuoi. Così impari’. Mi sono sempre state antipatiche le porte, le fotografo perché le voglio aperte. Come diceva un poema? ‘Togliete le serrature della porte, togliete anche le porte dai cardini…’. Ecco, questo abbiamo fatto, dentro casa ci sono anche i jukebox all’idrogeno. Sono loro ad aver dato il suggerimento giusto.

 

Ho con me: il telefono e le chiavi della macchina. E’ molto. Posso chiamare Eugenio. C’è sempre un Eugenio per i distratti. Eugenio ha cura del mio resede (si chiama così), sa salire sul tetto per rimettere a posto le tegole, pota la siepe, rappezza il tubo dell’acqua schiantato dal gelo. Eugenio parla molto, ma sa far lavorare le mani. E conosce i suoi fratelli. Mi dice: ‘Un fabbro lo conosco’. Un ragazzo, insomma, uno in pensione. Giuliano, ecco.

Giuliano sta nell’ultima fila di case del paese nuovo. Eugenio, per telefono, mi guida sotto passerelle, strade che si chiamano Pertini, Falcone, Montale (viva il mio comune), case tutte in file. Né belle, né brutte. Fra cento anni saranno paese. Il vicino non sa dove sta Giuliano, non ci si conosce nel nuovo paese: ‘Provi lì’. Provo lì. E una donna buffa e simpatica mi guarda con un sorriso venato di diffidenza che scompare subito: ‘Non c’è, è fuori, con il motorino. Lo chiamo’. E Giuliano risponde, ubbidisce, arriva in due minuti. Il gatto riconosce il rumore del motorino. Ed con Giuliano è subito intesa di occhi e parole. Trapano, cinquanta metri di prolunga, cacciavite, martello. Che altro? Vamos, vamos.

 

Eccoci davanti alla porta. Chiacchiera Giuliano. Dice che è meccanico, fabbro, idraulico. Guarda la porta. ‘Togliamo i cardini’. Geniale, penso ammirato. Ha forza con il cacciavite, alcune vite mordono a vuoto il legno marcio, altro hanno bisogno di martellate e svitol. Lui commenta ogni passaggio: ‘Così, e te sei dura. Proviamo. Dammi una sedia per salire’. Va bene un vaso? ‘Va bene’. Sta in equilibrio a mezz’aria, come un vecchio gallo sul trespolo e pigia sulla croce della vite. ‘Una volta i ladri hanno smontato una porta blindata. Ci vogliono le chiavi bulgare per fare quello’. Bulgare? ‘Facevo il contadino, da ragazzo, con Eugenio, poi trentotto anni di officina’. Salta l’ultimo cardine, Giuliano solleva la porta, lei si inclina di lato. Fatto, aperta.

Altra vasellina (ora potrei comprarne un po’ senza imbarazzi, guardando dritto negli occhi il ragazzo dietro il bancone). La vasellina aiuta a riavvitare le viti a croce. Una unzione anche alla serratura. Perdonami, Allen, so che dovremmo toglierla, ma ancora non sono pronto. Ecco, mi sfioro le chiavi (l’unica chiave, per la verità) in tasca. La restituisco al geranio.

Quanto? Ero pronto a qualsiasi somma per chi mi ha salvato la vita di questa mattina.

Rientro in casa. Sassofono, computer e gas fanno finta di nulla.

Uganda 93 mi guarda con rassegnata comprensione. Deciso qualcosa?

I cachi sono maturi e ci sono ancore le foglie verdissime. L’oleandro respira, Eugenio ha tagliato il pratino, le piante grasse stanno rinascendo dopo il gelo dello scorso inverno.

Ecco, vi sarete dimenticati che questo è un appello. Un appello serio. E, perfino, urgente. Gli scatoloni cercano un luogo in cui stare lontani da me.

 

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