Lasciare…

L’uomo ha i suoi anni. Testa nuda. Cioè: senza capelli. Forse rasata. Barba rossiccia, un po’ stinta. Non c’è niente di peggio di una barba rossa che invecchia. Brillano due piercing selvaggi sulla parte destra del labbro. Fra la barba e l’angolo della bocca. Ha la testa, il collo, le orecchie, la nuca tatuate. Leggo la scritta: ‘Mendez…’, incisa con il carattere della Coca-Cola sul cranio.

L’uomo aspetta qualcuno e indossa un pastrano hippy. Ecco, lei arriva e lui ha un sorriso come un’ onda marina: ‘Gnoccolona’. Abbraccio. E grande risata. Lui è più basso di lei.

Ragazza con la valigia rossa, in piedi, gambe incrociate, china su un cellulare, braccio desto appoggiato alle aste del trolley. Non ha distrazioni. Controluce. Una buona foto.

La piccola ferita sul tuo labbro. Una macchiolina rossa che si nota per via di un puntino bianco al centro. Sul confine della bocca.

Biliardino free

Ho lasciato dietro a me…

I Dialoghi sull’arte di partire, un incontro inventato con Ryszard Kapuściński, cominciavano così (ed è una delle cose migliori che abbia scritto, il libretto, anche se questo incipit avrebbe bisogno di Julio):

Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze. Non sta cominciando un viaggio. Camuffa sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha pur sognato e desiderato questa partenza e, ora, come è possibile che non voglia più andare? E’ qualcosa di inspiegabile. Nasconde, dietro il sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine. Nella sua testa stanno passando, come un cavallo al galoppo, mille, sagge ragioni che suggeriscono di non partire. E’ necessario, credetemi, trovare coraggio. La partenza è un momento di fine e di inizio. Ed occorre coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel ‘momento di fare spazio al proprio sogno-bisogno’. Ci vuole coraggio per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. ‘Fa salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa’, dice il poeta rumeno Paul Celan. Non sempre è facile. Non tutti vi riescono. E io provo una malinconica comprensione (ma al contempo briciole di invidia) per chi non ce la fa.

In realtà, da vanitoso, provo comprensione per il dolore fisico che avverto fra le costole. Mi sento bene lo zaino sulle spalle, ma so che, alla fine, peserà tredici chili: troppi. Posto 14 A, vagone 9. Due operai in viaggio verso un altro mondo. Tutti e tre i miei vicini di poltroncina diteggiano sul cellulare.

TrenoNord per Bergamo. Una mareggiata di ragazzi. Treno multietnico. Il controllore napoletano, stanco da morire, fronteggia il ragazzo nero: ‘Ti faccio un favore, dovrei farti il verbale, piantala di protestare, sette euro e dieci’. La donna di fronte a me: ‘Devono lavarsi su questo vagone. Ho il mal di testa dalla puzza’. Credo che siano le mie scarpe e il mio sudore. Fa caldo.

 

Nessuno scambia libri

Ho lasciato dietro:

Il sax. Non accadeva dall’inverno, dalle settimane del Nicaragua. Da allora ha sempre dormito con me. E’ stato felice di trovare un musicista ragazzo che, in estate, lo ha suonato, ingrassato, ripulito, amato. Adesso è solo. E so che non si dà pace. Non ha pazienza un sax. Nemmeno io. Mi manca. Molto.

La macchina fotografica. Solo una, la nuova, mi ha seguito. Un solo obiettivo. Non credo che sia mai accaduto. Nemmeno in deserto. Forse nel cammino a piedi in Lucania. Non potete venire con me, ho spiegato a chi rimaneva a casa. Ho perfino messo in vendita una macchina (compratela, ho bisogno di soldi). Ho dimenticato anche le card, spero di avere con me il caricabatterie. So che vedrò con gli occhi ciò che non fotograferò. E ne soffrirò. Alla fine mi libero anche del libro (e si intitolava: ‘Camminare’) e dell’hard-disk (trasformo l’obbligo di scattare poco in costrizione). Tre etti in meno, credo.

Off. Lascio sulle spalle di A. il gioco di Off. Azzardo programmi da Mille e Una notte e poi li abbandono nel vuoto del web le parole. Che non diventano gesto, movimento, notte, bar, bicchiere di vino. Lascio le promesse che faccio ogni minuto. Non chiedo più nemmeno scusa.

Il gioco del mondo. Questo gioco doveva finire un anno e più fa. Va ancora avanti. Non ho letto Rayuela a 17 anni come Roberto. Per leggerlo lo sto copiando. Quasi parola per parola. Ho lasciato un’intera pagina da copiare. Alcune parole me le sono portate dietro. Sono alle ventiseiesima puntata. Roberto scalpita, sarebbe toccato a lui, Caronte dei libri, guidarmi nella speranza di questa estate. No, Julio è rimasto, anzi è scomparso, come se mi avesse salutato quando ha visto che non rimanevo in Centroamerica. Ha scosso la testa e, con la punta delle scarpe, ha spostato il sassolino appena un po’ più in là. Non mi aspetta.

Uganda ’93. Adesso lo scatolone bianco guarda un letto vuoto, gli fanno compagnia i diosperi che si affacciano dalla finestra, comincia a fare freddo e lui rabbrividisce un po’. Non che sperasse di cavarsela questo inverno, ma insomma appariva incuriosito dall’interesse che qualche parola aveva risvegliato. Adesso è di nuovo letargo. Dimenticherò la promessa di liberare la casa. Rinvio a primavera. Un’altra promessa che se ne va con il veliero che salpa. E lei rimane sul molo. Ne ha visti partire molti.

Cohen. Leonard, non ho scritto un solo rigo su di te. Ho promesso di andare a Hydra, per vedere. Ma poi non c’è fra le storie da fare il prossimo anno. Il prossimo anno? Ho sempre con me il libro di Marianne. Siete morti entrambi. Ma io voglio scrivere di te. Non c’è mai il tempo. Lo voglio per davvero? Com’è che dicevi: ‘La mia fama di donnaiolo? E io penso alle diecimila notti nelle quali ho dormito da solo’.

Emily Dickinson. Già nemmeno te, ho dietro. Sei rimasta fra i libri che ho sistemato fuori dallo zaino. Loro sono il mio peso di ogni giorno in questi mesi. Più di dieci chili. Libri non finiti, libri letti con incertezza, un rigo al giorno, perché arrivino alla fine della mia vita. Assieme a me. Mi sono portato solo un frammento, copiato a mano. A caso: ‘E se dicessi – non aspetterò/E se spalancassi i cancelli di carne/Li oltrepassassi per evadere – verso di te’.

Nadia Terranova. L’ultimo libro. Appena cominciato. Nella libreria della piazza, dietro al caffè. Una sedia e il libro che mi aspetta. Lei parla di un’assenza, di una casa da smontare, di speranze ‘inutilizzate’. Nemmeno te ho portato dietro. Ti ho lasciato, dopo nemmeno trenta pagine. Mi aspetterai? Tornerò.

 

Paesaggio…

Che tentazione scrivere: ‘se non dovessi tornare/sappiate che non sono mai partito’.

 

Lascio i contadini che ogni venerdì di fronte all’edicola vendono cavoli e formaggi. E ti spiegano la rarità degli zucchini.

Lascio le statue del prato inondato di sole.

Lascio il ragazzo-contadino che viene dalle campagne a sud e dice sempre: ‘Che altro?’ e guarda i vecchi che toccano tutte le pere: ‘Dai, amico…’.

I diosperi matureranno, spero che il cuoco calabrese capisca che deve raccoglierli.

Ivan seminerà il grano. Cinque semi nel pugno. Il movimento del braccio. Come un gesto di benedizione.

La panettiera del Corso aspetterà ancora. E’ tentata di fare la focaccia con le melanzane anche in inverno pur di vedermi in fila davanti a lei.

E G. nel suo studiolo sulle colline, i bambini che giocano e la donna delle pulizie che la saluta ogni sera. Un rigo dopo l’altro, un pastore dopo l’altro.

Paolo ha aggiunto una parola (deve essere un avverbio) a quanto ho lasciato scritto sulla lavagna: ‘tutto quello che non ho ‘ancora’ fatto’. Mi rendo conto che c’era lo spazio. Inconsapevole.

 

Nessuno suona il pianoforte (eppure un aeroporto mi appare più adatto di una stazione. Meno pianisti vanno in aereo?)

All’aeroporto di Bergamo c’è un biliardino free (e anche il pubblico), lo scambio libri (vuoto), il piano, ma solo un ragazzo ha sfiorato i suoi tasti.

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