Il primo passo, Finesterre-Lires/Avrei dovuto fermarmi con Juan…

Prepara la sua colazione senza dire una parola. Incarta tre panini, si fa il tè, si mette a leggere un libro. Io sussurro: ‘Buen dia’. Silenzio. Mi rincantuccio.

Aspetto che il cielo dia un segno di luce. Schiarisce che sono quasi le nove.

Juan, lo scultore del mattino

Ma Juan, muratore e scultore, è già al lavoro. All’incrocio dei cammini. Passa il suo tempo decorando il muro attorno alla casa che sta nel crinale dei due mari. Scolpisce conchiglie, nanetti, biancaneve, rane giganti.

‘Quattordici anni in Svizzera. Poi a Barcellona. Ero capo-cantiere. In pensione. Sono tornato a casa’.

Ho scoperto che l’inventore del biliardino, del futbolín, è un uomo di Finisterre. Doveva essere uno simpatico. Ne racconterò la storia (promessa?)

Le tombe attorno alle chiesa

Le pietre corrose. San Martiño de Duio, i cimiteri circondano le chiese, come ultima supplica, almeno il paradiso, come speranza, come illusione. Le tombe appartengono agli uomini, se devo giudicare dai titoli di proprietà. A Josè Barreto y su esposa, a Domingo Castre y su esposa.  Su esposa non ha nome. Il sole esita a sorgere, il passo di un inglese (maglietta e pantaloncini) mi sorpassa alla velocità della luce. Si gira con un dubbio: ‘Vado bene?’. ‘Sì, tutto dritto’, come se fossi un esperto. Rallento ancor di più.

 

 

El ingles rapido

Pini, eucalipti, gli oceani. Poi a Hermedesuxo mi sorpassano due giapponesi. Fingo di fermarmi a fotografare.

A San Salvador, Ester è convincente. Ha lasciato una scritta sull’asfalto: ‘Bar’. Il miglior caffè degli ultimi anni. Da segnalare ai mastini di TripAdvisor: ‘Cafè de la Razón’ . Sono il solo cliente. Ester mi regala due pasticcini e io gliene sono grato.

 

Desvio inevitable

 

Ester del bar La Razón

 

Ecco, il mio passo

 

Aspettando il 31 di ottobre

I cavoli crescono come trampolieri.

In salita mi raggiunge Darina. Donna dei boschi. Il sole cerca di sorgere fra gli eucalipti, il paesaggio sbianca. Darina ha voglia di chiacchierare, si adegua al mio passo, lo zaino pesa in salita. ‘Perché cammini?’. La prima domanda è facile, insomma. E soffio qualcosa in inglese: ‘Non c’è una ragione’. Cosa rispose un tizio? ‘Non avevo niente altro di meglio da fare’. Ma mi sembra un po’ offensivo verso chi lavora come gli operai di una falegnameria o i contadini chini sui loro campi di mais. Lascio scivolare la domanda. Le dico che non so bene dove abito, ma anche questa mi appare una sciocchezza. Mi fermo a fotografare un bivio e lei ne approfitta per scrollarmi di dosso.

C’è chi lavora
Sì, c’è chi lavora, è stato appena raccolto il mais

 

Mais gallego

 

La Datura ha segnato quindici anni della mia vita

 

Ho preso un’arancia

Un casolare di Buxan offre cibo, tè e nocciolini per i pellegrini. Musica latinoamericana, bandiere svizzera, aria hippy. Prendo un’arancia, ma non mi fermo. Non mi sento un pellegrino.

 

Horreos y fotografo

 

Horreos y cavoli (come si dice: cavoli in spagnolo? Essenziali por la sopa gallega)

 

Quelli là davanti sono l’ingles y Darina

 

Il sole ci prova con il bosco di eucalipti

Sono bellissimi gli hórreos, i granai che, in questi giorni, accolgono il mais appena raccolto. Poggiano su zampe di pietra. Per sfuggire all’umidità e ai roditori. Hanno pareti fessurate per far passare il vento. Un vecchio mi fa entrare nella sua fattoria per vedere da vicino un hórreo colmo di pannocchie e la porta spalancata. Una ragazza di Canosa lava un cane rassegnato, le intravedo un tatuaggio sul fondo schiena. A Suarriba, il cammino punta verso l’oceano. Ne avverto il vento, le vacche fremono nel campo. E’ terra viva, questa. Vedo Darina mille chilometri avanti a me. Mi sorpassano a passo di danza un gruppetto di ragazzi dai muscoli forti. La strada si allunga, il mio respiro si affanna. Tutti mi dicono: ‘Buen camino, animo’. Confesso: mi piacerebbe trovare una parola alla Bolaño. Non la trovo.

Il fiume arriva all’oceano. O l’oceano entra nella terra?

 

Ecco, Lires. Come hanno ragione. 

Un torrente si trasforma in fiume e punta verso l’oceano. Ci sono le case di Lires. Un uomo si alza a fatica e mi fa un cenno: pension? Dico che ho già riservato. ‘Tutti vanno lassù’. E volta la schiena, con occhi che sfidano quasi le lacrime: vorrei dirgli, no, no, io mi fermo qui. Non lo faccio, fatelo voi: casa bianca quasi all’ingresso del paese, c’è scritto ‘Casa divina’. E lui si chiama Elias.

Hostal As Aires, è quello ‘lassù’. Sta per Aria? Non ha un’aria bella, palazzina nuova, condominio. Ma la ragazza è gentile, la cucina è molto buona, lei parla italiano, io rispondo in spagnolo. Mi dice: ‘Sono stata in Svizzera’. Gente che migra, i gallegos. Poi tornano.

Dichiarazione di amore

Mi ritrovo in camera con l’inglese e la slovacca. E due donne che si abbracciano. Vado in spiaggia, dove uno gnomo ha dichiarato il suo amore a Lirios (Giglio?) e le sue parole sono sulla sabbia. La marea le sfiora, gabbiani le becchettano. Io cerco Philia e guardo le conchiglie. Il vento mi grattugia gli occhi, il collo si congela, cerco di dormire fra gli scogli. Rinuncio. Devo rifarmi il letto, cercare la piccola torcia, mi intimidisco con la doccia (non la faccio), bevo una Estrella, vedo che tutti hanno messo le scarpe fuori dalla porta e hanno tirato fuori i sacchi a pelo. Non mi va di smontare il mio zaino per distendere il mio. Userò le coperte. Devo scrivere questa storia, sussurrare per Matera (non ci riuscirò), mandare le foto ad Anna Maria, ricordarmi di Julio. La connessione non ce la fa.

Ho voglia di un’altra birra.

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