Il primo passo.4, Muxia-Dumbria/Valgono i rimpianti? Cammino controcorrente (se ci fosse una corrente)

Il mio lacciolino

Quanto tempo…cinque anni al polso. Dai giorni degli incontri di Cortona. Una storia latinoamericana. Perduta. Un uomo grande e grosso me lo legò e adesso è rimasto in fronte all’oceano. Lo lascio fra i biglietti che salutano l’albergue. E’ ancora notte. Cosa accade quando un lacciolino si rompe?

I ragazzi lasciano storie (mi ricorda la rana di Stefano, è ancora sulla madia di casa)

Accade che aiuto un inglese ad accendere una cucina elettronica. E mi sorprendo di me stesso.

Accade che c’è un bar aperto alle sette e trenta del mattino (ora solare). E la donna mi mette tre dolcetti con il caffè.

Accade (ma questo accade ogni giorno) che i gabbiani volano in gruppo alla ricerca del cibo, ridendo di quello snob di Livingstone.

Il volo dei gabbiani

Accade che c’è una panchina di fronte all’oceano.

La panchina e l’oceano. E io so chi è seduto lì sopra

Accade che i segni sono per chi va verso l’oceano, non per chi cammina in marcia contraria. E così mi smarrisco di continuo. La prima e la seconda volta mi salva la divinità degli automobilisti. Le macchine sono roba rara da queste parti, ma appaiono ai quadrivi incerti, io alzo il dito e loro si fermano, tirano giù il finestrino e mi rimettono per la strada giusta. Almeno per un po’.

Adios

 

Adios, Muxia

Così lascio l’oceano, lo sento sbuffare dietro a me, annaspo sulla prima salita di eucalipti. Mi perdo nel primo paese. Chiedo soccorso a GoogleMaps, ma lui conosce solo la sua strada. Wikiloc vorrebbe darmi una mano. Sbando nel vuoto del paese di Chorente. Non so come raggiungo il monastero dalla pietra grigia di San Roque de Moraima. Sole improvviso, grandine violenta, pioggia gelata, sole che scotta. Apro e chiudo l’ombrello verde. Sono in una nuvola di umidità. Non mi va ti tirar fuori la mantella.

San Xiao de Moraima

 

San Xiao di Moraima

 

Gli anni di Russel

 

Una viandante, finalmente

Altro monastero. San Xiao di Moraima. Questa volta è il prete a mettermi sulla strada giusta. Ma a Os Muiños arriva la grandine e non trovo i pilastri della conchiglia. Mi rassegno all’asfalto.

Momento complicato

 

Un minuto dopo

 

Perché non sono rimasto? Non ho nemmeno fotografo Martino

Piove, piove. Ma poi un raggio illumina il crocifisso aereo di San Martin de Ozón. E un ragazzo e una donna parlano in italiano. Lei ha la mia età e dice subito: ‘Sono sua madre’. Martino vive qui. ‘Da quattro anni e un mese’. Caffè? Caffè. E dentro ci sono i braccialetti degli artigiani, i ragazzi in bicicletta che fanno colazione (lui è in giro da sempre: ogni tanto si ferma, è nato in un paese delle valli di Cuneo), trecciolini è bella da star male, io mangio due biscotti. ‘Sono partito da Milano – racconta brevemente Martino – Zaino di sola andata. A Finisterre mi hanno detto di questo posto’. ‘Semplice’, aggiunge. Perché non mi fermo? Perché? Ci sono letti con le lenzuola, posso tornare indietro e vedere i paesi che ho perduto, parlare con il ciclista-musicista di Cuneo, guardare le ragazze e, forse, alla fine raccontare la storia di Martino. Vado via in fretta e furia, non lascio il mio bigliettino, non chiedo il telefono di nessuno, nemmeno il nome del ragazzo in bicicletta conosco. Fuggo.

 

Antonio a Quintans

E il cielo si vendica, e la strada si vendica, mi imbroglia di continuo. Quintáns, tre case, una donna che sorride. Il bar Plaza. Hamburgher. Due ragazzine in cammino. Antonio che si avvicina: ‘Italiano? Ho una sorella che vive a Trieste’. Sbava un po’ dalla bocca. ‘C’è molto da vedere in Italia’. Fine della conversazione.

Il sole gioca a rimpiattino o ad acchiappami-se-puoi

 

L’edera e l’ombra

 

C’è sempre un nanetto che ti saluta

Solo. Pioggia. Grandine. Sole. Vento immenso. Freddo. Mi smarrisco nel bosco. La macchina fotografica si blocca. Eucalipti e pini. Grixa e il suo cimitero. E poi Senande. Resisto al primo bar, sbaglio strada, un tizio mi viene dietro e mi dice: ‘Per di là’. Un altro bar. Mi arrendo. C’è il vecchio proprietario: guarda fuori dalla finestra e beve latte e so che non si è mai mosso da questo bar. Un gitano sedentario. E se avessi avuto un bar? Il figlio è dietro il bancone. La madre sa che il tempo sta per finire. Tortilla casera. Ho mangiato troppo. Josè sa che mi perderò e allora disegna per me la più bella mappa che abbia mai avuto. Ci fa anche un alberetto. Mi spiega i bivi, i ponti, le deviazioni. Senza di lui…

Josè mi racconta la strada

A Trasfure è un altro automobilista (appaiono come folletti nel deserto, appaiono per me) che mi spinge, sotto la pioggia, nel cammino del bosco. E trovo un fungo, cavolo, un porcino bellissimo, lucente, bagnato di pioggia. Io che non vedrei un fungo nemmeno se fosse rosso fuoco. Lo prendo, mi pento, lo avvolgo in una felce, adesso ho in mano l”ombrello e il fungo. E la strada sale, sale, e lo zaino si è appesantito di botto. Dolore alle spalle. Che ci faccio con il fungo? Mi arresteranno? Troverò chi lo cucina? Lo regalo al primo che incontro? Se solo incontrassi qualcuno.

Transfure…e le nuvole nere

Mi perdo di nuovo, cazzo. Proprio non vi piacciono chi va in direzione contraria. Ma alla fine a Dumbria sono arrivato. Brutto paese. O almeno a me pare così. Lunghissimo. Altri passi, altri metri. Troppi, sotto l’acqua di ghiaccio. Con il fungo in mano. Alla pensione Argentino non hanno voglia di aprirmi, una donna mi dice è chiuso. C’è un uomo corpulento che mangia. Mi ricorda la Lucania. Gli metto il fungo sul tavolo. Lui lo guarda con gratitudine. ‘Ci sono questi nel bosco?’. Spero davvero che lo mangi stasera.

Vado in cerca dell’albergue. Il solo luogo in cui trovo qualcuno, una donna, è il cimitero. Che sorride: ‘Il cimitero è un buon albergue’. Mi spiega. E l’albergue è un aeronave, un palazzo di cubi colorati, e luci che si accendono. Non mi scrolla di dosso una tristezza improvvisa. Nessuno che ti aspetta, salone yoga con pavimento riscaldato, due irlandesi con l’aria da irlandesi, arriva una bella ragazza (vegana, scoprirò, e musicista) in cammino con il padre. Hanno trovato la neve. Scelgo un letto, c’è solo un danese nella mia stanza. Ma fa esercizi di stretching, mentre io cerco di ritrovare un po’ di caldo sotto il letto. Mi sento un marziano. Non vado in cerca di un bar, ho mangiato troppo, guardo gli altri mangiare e non sono rapido quando la francese offre riso e pomodori. L’irlandese è più rapido di me. Vorrei così tanto un tè caldo. O un rum. Non chiedo.

Per chilometri ho pensato che avrei potuto fermarmi da Martino. Magari prendo un bus e torno indietro. Che stolto.

L’irlandese nella sala dal pavimento riscaldato

L’irlandese ha occhi arrossati, sta disteso su un tappetino yoga nella stanza del caldo. Mette una musica e io mi alzo, lo raggiungo, sto con lui, seduto accanto a lui: Pavarotti canta ‘Te voglio bene assai…’. Io gli dico: l’ha cantata con Mercedes Sosa. La troviamo su YouTube. E allora anche i miei occhi, credo…

Lavo le mutande e le metto ad asciugare sul pavimento riscaldato.

Sta diventando un diario.

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