Il primo passo.7, Negreira-Santiago/Pensieri caminantes

Ponte Maceiro

Ore due e undici della notte. La luce di un’insegna è intermittente e fa un effetto Blade Runner. Ma ci sono lettini che si accendono di cellulari. Cosa stanno guardando sui loro display? Sono inquieti anche i caminantes? Rotolii nei letti.

La notte è già finita. Le spalle protestano: dormi. Macché, non le ascolto. Sono qui, a occhi aperti, a guardare il gioco delle luminosità. Penso che sarà una lunga notte.

Mi piacciono le finestre

Ore tre e quindici. Suona una sveglia. La ragazza (sono solo in due, in una camerata con quattordici maschi mollicci di sudore) fa manovre imbarazzanti per cercare di spegnerla.

Ore cinque e venticinque. L’altra ragazza è in piedi, vestita, zaino pronto, gesto del caminante: afferra il bastone come Mosè e se ne va nel buio della stanza. E come farà a vedere il sentiero?

E’ che la sera prima un ragazzo sul mezzo ubriaco ha cercato di infilarsi nel suo lettino, assomigliava a un grosso serpente scivoloso. O a un anguilla sgusciante. Lei si è rintanata nel sacco a pelo. Nemmeno il naso aveva all’aria. Lui è rimasto un bel po’ lì. Sussurrando, come avrei dovuto fare io per le emozioni di Matera. Poi se ne è andato nel suo letto e ha cominciato a russare come fanno di solito i Pentax (citazione che comprendiamo in cinque, come l’altra su Matera). Lei deve aver deciso la fuga nel mattino che è ancora notte. Lui, a giorno fatto, ha recuperato le sue ciabatte sotto il lettino di lei. Con la faccia dei giorni scuri.

Ore sei e quarantacinque. Non si sveglia nessuno e io non ho il coraggio di fare la prima mossa.

Nebbia e campi esausti, ma in attesa

Poi, inevitabile, si tira su un inglese biblista (a cui ho girato alla larga) e quasi grida: ‘Light on’ e non aspetta risposte. Accende. E’ il segnale. Io guardo i miei abiti bagnati (di cotone, Enrico, non mi guardare con compassione: è l’ultima cosa di cui ho bisogno), le mie scarpe (entrambe, maledizione) bagnate, le indosso facendo finta di niente. Me ne vado dall’albergue senza far colazione, saluto solo Michel (‘A la prochaine…’. Ci sarà una prossima?) e girato l’angolo trovo un bar deserto. Caffè americano e toast prosciutto e formaggio. Una sciccheria.

Vado verso Santiago. E naturalmente c’è un uomo con i baffi e l’aria simpatica che subito mi rimette per strada.

Ma si portano dietro bombolette spray?

 

La piccola gioia di una fonte. Beati i costruttori di fonti

 

Beati i costruttori di ponti

Penso ai miei compagni di stanotte: per la prima volta erano un bel po’ (Negreira è l’approdo per chi prosegue dopo Santiago verso Finisterre). Un saccente biblista inglese che cercava di convincere tutti della nostra missione sulla terra; Michel, il marinaio che vuole vedere da terra quel capo che ha doppiato più volte dalla parte dell’oceano; un giapponese fighissimo e bello che guardava con disgusto il francese più o meno ubriaco e russante. E poi i silenziosi: ragazzi con l’aria hippy, un po’ di barba randagia, capelli lunghi, l’aria da malinconia o disinteresse che mangiano da scatolette di patè, succhiano yogurt e spellano banane (la banane vanno molto fra i camminanti: forse perché fanno mille chilometri prima di arrivare in Galizia). Fa tristezza chi mangia su un tavolino da una scatoletta.

Nebbia

Penso ai miei incubi: a un certo punto ho visto (ho visto) i miei compagni di camerata alzarsi e venire a prendersela con me armati di bastoni da caminantes. Ho visto (ho visto) le loro facce arrossate. Ho visto le loro mani minacciose, le loro grida senza sonoro. Ho visto i gestori dell’albergue sorridere come nazisti. Sono andato in bagno portandomi dietro ogni mio bene. Il Mac è casa, anche al cesso. Sono tornato dopo un po’, dormivano tutti. Ho visto (ho visto) la mia ombra stagliarsi nella luce del corridoio. Lontano da me. L’ho salutata con affetto. Ma ho anche pianto un po’.

E’ bellissimo il ponte di pietra di Maceiro. Mi fermo un po’, mi bagno ancor di più di pantaloni, ma ho voglia di sedere su una panca di pietra di lato alla chiesa. Penso a chi ti racconta delle sue storie di sesso lungo il cammino. Ne ho ascoltate molte. Testosterone, dicono. Devo andare a controllare su wikpedia. Deve essere anche una storia di stagioni e di tratti di questo cammino. Qua, di sesso, non se ne avverte nemmeno la sensazione. O forse ho altre storie per la testa (se solo ne avessi una). E’ stato scritto abbastanza sul sesso durante il cammino. Queste strada ha ritrovato la sua anima medioevale nella contemporaneità (e nella facilità di trovare da dormire ogni sera: provate a camminare in Italia senza seguire itinerari e ne riparliamo). Chissà come voteranno i caminantes alle prossime europee? Insomma, vado per pensieri scollegati. Nessuno parla della ‘cacca’ durante il camino: a Ponte Maceiro, a esempio, come si fa? Il paese è lindo come un borgo svizzero, non ci si può nascondere e non c’è un bar. E io mi sento un po’ nei guai. Di questo non parla mai nessuno. Nemmeno le più pignole delle guide, parlano dei tabù. Eppure gli attori si toccano il culo e si incoraggiano gridandosi: merda.

 

Per fortuna ci sono le civette. Ma io vado dall’altra parte, non me ne volere

Il cielo si alza. Il mondo sbianca. Ecco le canzoni che mi sono venute in mente in questi giorni: ‘Cielo grigio su, foglie gialle giù ….’. ‘Con questa faccia da straniero…’. ‘Se ne erano andati in silenzio perfetto, lasciando solo due corpi nel letto…’. Già: ‘E ho chiuso la porta sul loro sorriso…’. C’è una ragione?

 

Devo ricordarmi di taggare questa fattoria (già se sapessi come si fa). In ogni caso le mele erano buone…

Avverto perfino il mio corpo, credo che non mi accadesse dalla frattura della vertebra dorsale: puntaspilli nelle due dita con vesciche; carta vetrata sull’esterno della coscia sinistra; qualcuno sta cercando accendere un fiammifero là dove comincia il taglio delle chiappe…cammino ingobbito, ora arrivano i caminantes in senso contrario, quelli che si sono svegliati presto a Santiago e hanno l’aria di corazzieri…

Salgo per paesi dall’aria bella (come sarebbe vivere qui?): a Burgueirso, a Reino, Carbello? Asfalto, deviazione nei boschi, scopro, con gioia, che tre chilometri e mezzo di ‘fuerte subida’ sono per chi viene da Santiago. Non ce l’avrei fatta. Invece questi zampettano come stambecchi. Io mi fermo su una panchina e la mia lentezza è premiata  da tre porcini immensi. Li guarda con stupore felice. Danzerei attorno a loro. Non ne vedo mai uno nei boschi d’Italia. E qua sono già al quarto. Sono bellissimi. Che faccio? Mangio jamon serrano e pane vecchio di due giorni e sto seduto accanto a loro. Passano a frotte i camminanti, buen camino, d’accordo, ma i funghi sono qui: dai, sviate lo sguardo…li lascio e penso che se fossi stato davvero saggio come un turkana o un migrante avrei acceso un fuoco e me le sarei mangiati. Adios, hongos appena incontrati e già lasciati.

 

Boschi improvvisi dietro l’asfalto

 

L’uomo dei cavoli

Salto perfino i bar. Il bar Pancho (che meritava) e il bar Cruceiro (insomma…). Mi fermo a fotografare un uomo che raccoglie foglie di cavolo e già pregusta la sopa della sera. Salgo anche io, non credete. E, infatti, ansimo e mi ingobbisco. Sul valico non posso resistere alla Casa de Xantar.

Il giorno delle zucche

C’è un cameriere che assomiglia a Clark Kent. Ha un braccio tatuato e l’aria di chi è lì perché non c’è altra possibilità. Grugnisce ai caminantes che lasciano fango sul pavimento. Ma con me si mette a parlare di calcio. Ronaldo, la Juve, il Real. Non gli dico del mio amore per Messi. Lui ce l’ha con il presidente del Real: ‘Doveva comprare una estrella..’. Comprare una stella…mi saluta con il pollice verso l’alto.

Mi vengono in mente amici che non vedo da trent’anni: Teo e Giorgio, a esempio. Con Giorgio litigai di brutto. Ci saranno ancora? Fb può aiutarmi? Perché mi sono venuti in mente mentre cammino in piano in una umidità leggera e perenne. Stradelli di asfalto, scricchiolio di piedi, bosco di eucalipti. E poi accade sempre, esci dal bosco, c’è la casetta delle fate, agro de eiro, ci sono sassolini colorati che formano un cuore e ci sono…le guglie della cattedrale. Cazzo, Santiago…

Laggiù, le guglie

 

Segnavia, il penultimo…o il secondo (dipende sempre dai punti di vista)

Non c’è ragioni di orgoglio: ho camminato solo sei giorni, l’ho presa larga, ma insomma mi viene da ridere, da fare un video (che imbecille), da dare un’occhiata al pilastro dei chilometri. Ottantotto e passa…ecco, capisco senza capire…comincia a piovere. Un ragazzino mi dice: ‘Ancora un po’’. A dire: mica sei arrivato…

Ecco, vorrei che Matera avesse un ‘ingresso’ così…

Già, ancora un po’. Bisogna scendere e risalire. C’è ancora l’elfo che chiede un soldo ai caminantes. Per mangiare, per camminare. Un tempo, mi aveva detto Enrico, aveva un asino e chiedeva denaro per le carote. Io guardo la sua tendina da ciclista nel bosco, i maglioni ad asciugare all’umidità (no, non ha abiti tecnici), l’altarino per le suppliche. E penso alle sue notti, all’inverno che arriva, alle ore del buio. Fabio, non vuoi fare l’eremita?…Penso: è uno sbandato. Penso: e se…. Penso al coraggio e alla vigliaccheria.

La mia panchina

Non penso più niente. Santiago mi accoglie con un piccolo parco di alberi bellissimi. Panchine di pietra accanto a una fonte. Mi siedo e sto qui un po’. Mi decido a guardare dov’è il mio ostello: ancora due chilometri e mezzo. Taxi? Si accettano scommesse…

Qualcuno con cui parlare. So anche il suo nome: don Ramon Maria del Valle-Incián (scusate se è poco, un bel tipo)

Mi fermo al mirador, ho il naso fra le guglie della cattedrale (ma non verrò a vederti stanotte), mi siedo su una panchina accanto a un tipo bronzeo con occhiali chiarissimi (mi faccio un selfie, deve essere un’abitudine, oramai) e mi incammino.

C’è Damian all’ostello e la ragazza del turno della mattina.

La mia stanza è laggiù

È che mi lasciavo trascinare in giro dalla tristezza quella che ti frega e ti prende le gambe/Che ti punta i piedi in quella direzione opposta così lontana dal presente/Ma noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano/E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore fino in fondo, le vite che sfrecciano’

E ascolto Claudio Lolli…

 

 

 

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