Il primo passo.8, Santiago/Leggerezza

 

Al mattino presto

Cosa accade a Santiago?

Potrei non scrivere. Ora che ho tutto il tempo per scrivere. Scrivere come camminare con le mani in tasca, due pile addosso e il cielo che è clemente solo al mattino. Potrei non…

Sto in camera (individual) fino alle nove. E’ una soddisfazione. La condensa sui vetri non va via nemmeno passandoci il dito. Magliette, scarpe e calzini si sono ben guardati dall’asciugarsi. Ma la notte è stata senza sogni. E’ stata invisibile. Leggerezza. Mi spingo nell’infinito corridoio del Seminario, saluto la ragazza del mattino. Le chiedo la strada per Lisbona senza aver l’intenzione di incamminarmi. C’è un italiano (pochi anni meno di me) che parla a voce alta al telefono: ‘Sono arrivato undici giorni prima del previsto. Ho camminato come un ossesso. Ora vado a Sud’. Per passare il tempo, immagino. Cosa disse il targhi ad Antoine? Il pilota d’aereo gli aveva appena spiegato che aveva impiegato due ore a percorrere un cammino che lui faceva in due mesi. Il targhi lo guardò incuriosito: ‘E cosa fai del tempo che ti rimane?’.

C’è sempre una finestra

Colazione all’Esquina. Avevo visto il bar ieri sera e mi era parso ‘intrigante’. Lo è. Ma solo dopo aver vinto la svogliatezza dell’oste. Che ha appena aperto e già ha voglia di chiudere. Per fortuna c’è Sancho, ragazzino abituato a questo bar. Si siede al tavolo e comincia a compulsare il suo cellulare. Si scambiano battute con l’oste. Che mi scalda una pasta vecchia di ieri. Lo fa con attenzione.

Un ricordo per sempre, immagino

 

I giapponesi serissimi

 

E lui è davvero felice…

 

E lei vuole sapere…

E poi faccio quello che devo fare: praza do Obradoiro, zaini saltellanti, zaini mollati sulle pietre, zaini sui quali sdraiarsi, gente felice che si abbraccia, festival di selfies, giapponesi serissimi, latini danzanti, ragazzi che si baciano, altri che si immusoniscono. Sono belli, dai. E’ che non sorprendono. Perché ho sempre bisogno di essere sorpreso? Ci sono i venditori, gli artigiani degli orecchini, i rom, i ladruncoli, i poliziotti, i mendicanti poveri inginocchiati verso il nulla (non vedo nessuno che allunga un soldo, forse non è un buon modo di chiedere, questo). Caminantes che entrano al Parador o allo splendido Seminario Major. Io entro al bar di due ragazze cicce ancora addobbate a strega. C’è un vecchio che sorride ogni volta che lo chiamano ‘comandante’. Birra al mattino e tapas e empanada gallega. Giorno di cibo.

Il santo in processione

 

Fagotto

Poi, coda per entrare in chiesa. Cattedrale. Gli architetti spagnoli riescono ad appesantire le facciate. Costruiscono cattedrali che devono aver ispirato Walt Disney. Negli interni danno il meglio. Me ne sto a naso in su. A guardare angeli e volte e archi e ori e ghirigori barocchi e gioco di pietre. Seguo la processione, come se fossi un fotografo. Nessuno protesta, sono così sfacciato che le guardie pensano che abbia un permesso. Vescovo, musici, portatori, incensieri, diaconi girano attorno all’altare con il busto di San Giacomo. Suonano i corni, i fagotti e gli oboe (ho fatto esperienza questa estate). E io dietro. Ecco, cosa aspettano: le piroette degli uomini in velluto rosso che alzano al cielo il turibolo gigante. Se ne va verso le nuvole, vuole attraversare il soffitto, appare come un sasso immenso che viola le leggi della gravità. Credo di aver fermato il respiro. Sapevo che doveva accadere, lo ricordo alla fine della messa, adesso è prima, ma io sono già stato qui. Da ragazzo-ragazzo. Questo è un magnifico gioco di forza e leggerezza. Ancora la leggerezza. E’ che mi attira (mi distraggo dalla meraviglia) la foresta di cellulari alzati. Il mondo attraverso un display, i pixel (credo) che guardano per te. Nessuno (esagero) vede con gli occhi. C’è una mediazione tecnologica, per strappare un ricordo di cento secondi da mostrare a casa dopo una cena di ritorno. E’ la prova…

Il modo di vedere

 

Portarsi a casa il sacro

 

Il botafumeiro sospeso

Provo a filmare anche io. E poi guardo il ragazzo che aspetta. Aspetta che il botafumeiro accenni alla quiete dopo dieci oscillazioni da brivido. Deve afferrarlo con due mani. Ne asseconda il movimento, ma ha uno scarto-piroetta su se stesso, e lo blocca con una mossa di lotta libera e di danza. Per un istante sono stati solo loro due, abbracciati come due divinità e indifferenti alla folla di caminantes con cellulari in mano. Un uomo toglie il fuoco, altri legano le corde a una colonna e se ne vanno lasciando dietro a loro il profumo dell’incenso e del velluto…

Poi un elenco (sbrigativo) di pellegrini raggruppati per nazionalità: cubani, equadoreñi, spagnoli, francesi, cileni…

Mi piace scambiare un ‘segno di pace’ con la gente attorno a me. Mi piace dare la mano e sorridere a uno sconosciuto. Piccolo momento di trascurabile felicità, direbbe Francesco.

Gli uomini del Medioevo contemporaneo

 

Vescovo, prete serio, ragazzo dai lunghi capelli

 

Confessore

 

Anche io ho acceso una candela. Anzi due. Senza un pensiero

E poi mi siedo. Fino a quando un uomo con una blusa da ‘protezione civile’ non mi invita a uscire. C’è un’altra messa. E mi dice: ‘Niente foto’. Niente foto.

Questa foto mi piace (perché si muove, perché è immobile)

 

E lei?

E fuori, benché sia sazio, ho un solo obiettivo: Divina….ieri sera mi ha detto che solo al mattino la cucina è aperta. Divina prepara i suoi piatti in un loculo di mezzo metro per un metro, ha solo due pentole e una teglia, ha un ottimo vino e sta in rua San Pedro. Entrano solo uomini. Del quartiere. Non chiedono, si siedono e lei comincia a portare i piatti. Io chiedo (strano per me chiedere) cosa è il callos…voglio una sopa e il callos è perfetta: trippa, grassi, cavolo, pasta…callos gallego… un’altra piccola felicità, fotografo la zuppiera, ma mi vergogno a mettere qui la foto…entra un ragazzo caminante, vede la macchina fotografica. ‘Fotografo?’. Rispondo: ‘No, a volte ho venduto delle foto’. Di dove sei?, chiedo io.  ‘Brasiliano’. E tu? ‘Italiano’. Tutto qui. Aveva un buon sorriso. Volevo chiedergli del Brasile. Lo incontro nuovamente all’ostello. Si chiama Emerson. Ed ha davvero un bel sorriso.

A proposito: l’osteria di Divina si chiama Rodeiro e sta in rua de San Pedro, 5.

Divina y su esposo. Vino y comidas

Non ho voglia di pensare a cosa fare domani.

Il tempo si mette a pioggia insistente. Per la prima volta guardo anche io le previsioni del tempo. La pioggia si infittisce. Nessun negozio dove comprare pantaloni da pioggia. Giorno festivo.

E se a Matera?

Però scopro un negozio di fotografie. Vendono foto (a prezzi alti, per me, ma giusti) di fotografi locali. Ottime stampe, ben curate, un bel posto, si chiama cuartopexigo, quartiere del mercato (bello, molto bello) e la ragazza ha l’aria buona e timida. Il loro sito non funziona, ma c’è della delicatezza e dell’ingegno, qui. Leggerezza. ‘Facciamo residenze’, dice lei. Io compro una foto a un euro e mezzo. Una cartolina, insomma. Immagino a chi spedirla. E sogno una residenza…

E penso che mi piacerebbe avere un negozietto simile a Matera. Poi scaccio il pensiero e vado a rintanarmi sotto le coperte.

Le magliette sono ancora bagnate. I calzini anche. Le scarpe le ho asciugate camminando. Almeno un paio. Piove da ogni lato.

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.