Il primo passo, 10. Rio Ulla, Vilanova de Arousa/’Mira el silencio’

Già…vorrei dirvi a chi ho pensato

Faccio un paio di chilometri e un pensiero improvviso  mi immobilizza. Uno scarto della memoria. Ho abbracciato Pepe, don Pepe, per due volte. E’ il triplo di me e ho sentito le mie vertebre fremere. Però che altra piccola felicità…è che, dopo l’abbracci, non ho pagato la colazione (caffè americano e torta di mele)…non me la sento di tornare indietro. Mi sono fatto stampare il suo indirizzo, gli mando cinque euro. Per fortuna, qui anche i bar distribuiscono credenziali come se fossero coriandoli. Scusami, Pepe.

Raccolgo calzini e mutande, caricabatterie e denaro dispersi per ogni angolo della mia stanza. Scivolo sul pavimento bagnato. Me ne vado che i ragazzi dell’albergue non sono ancora apparsi e la piccolina dorme (ha dormito tutta la notte, un solo sobbalzo un’ora fa).

Don Pepe al mattino. Ha sempre quella posizione: gamba appoggiata su uno sgabello. E’ alto, Pepe.
Il lungofiume di Padrón

Poi passaggio al mercato di Padrón e cammino lungofiume, il Sar, dove i podisti sbuffano di prima mattina. Una sgambata. Tre chilometri fino a Pontecesures. Già, e la barca dove arriverà? Tre viandanti, tre idee diverse. Mi siedo davanti al club nautico e aspetto. Nemmeno un bar aperto. Arrivano dei ciclisti: mi prendono a cuore, Giulia è sempre qui e mi passa un bigliettino con un numero di telefono. E’ quello dei traghettatori. Ci parla il ciclista e poi mi spiega: ‘Bene, arrivano qui alle undici. Con la marea’. E mi indica un pontile. Se non ci fosse Giulia…

Non appena vedo un campo di calcio..
I ciclisti che mi hanno attenzione per me…

 

I ragazzi del canottaggio

 

La fabbrica del legno

Aspetto, scrivo su un muretto, ragazzi di una scuola di canottaggio mettono in fiume le loro barche. Scaldano muscoli, si divertono, si bagnano nel freddo e poi pagaiano come se corressero alle olimpiadi. La fabbrica che trasforma scarti di pino (segatura, insomma) in mobili sbuffa fumi biancastri. Chissà come mai le guide parlano dei cruceiros e non di questa fabbrica, a suo modo intrigante e impossibile da ignorare.

Trovo un centesimo sul muretto dove aspetto. Sarà quello che ho abbandonato a Finisterre?

Il gommone e i caminantes-navigantes

 

Lo sbarco dei navigantes che tornano a essere caminantes

Il gommone non si vede. Sono il solo sul pontile. Che mi sia sbagliato? Mezz’ora di ritardo. Beh, aspetto. E, naturalmente, appare un gommone carico di caminantes trasformati in navigantes. Una donna di Bolzano si accorge subito di me: ‘Toscano?’. Mi faccio i complimenti per il mio accento spagnolo.

Lei ci tiene a dirmi che il camino portugues, fra Lisbona e Porto, è orribile. Una buona ragione per andare a vedere.

Cruceiro con cormorano

 

La Torre de Oeste

 

Ponte dell’alta velocità

Io so solo che questo fiume, l’Ulla, è una meraviglia e non potrei avere pilota-guida migliore di Santiago. Non ricordo quasi nulla di quanto mi ha raccontato, ma l’elenco dei primati di questo fiume è impressionante. ‘Non esiste un altro luogo simile al mondo’. Sono d’accordo Santiago. Mi parla della rivalità delle scuole di canottaggio, della fabbrica di mobili, della ‘via sacra’ del fiume. Mi dice numeri: a un metro dall’acqua, sulle pietre che affiorano, ci sono tredici cruceiros, una magnifica ‘via crucis’ d’acqua. Mi dice che il corpo di Giacomo risalì questo fiume: i suoi compagni volevano seppellirlo dove aveva predicato. Ventitré monache cistercensi lo custodirono in un monastero a Vilanova. Per diciassette giorni. Il vento mi fa volar via il taccuino, mano in numero in ripostiglio della memoria. Fa freddo. La marea ha un dislivello di quattro metri, fra sei ore si può andare da sponda a sponda a piedi. Qui s mescolano le acque dolci del fiume con l’oceano: ‘Sono acque perfette per far crescere le cozze’. Le migliori del mondo. Los mejillónes de Carril (guardate le ricette sul web). Coltivati in duemila e settecento bateas, zattere di legno ancorati al fondo con massi immensi. ‘Solo il Canadà ne ha altrettanti’. Santiago mi spiega il tempo della crescita di ogni cozza. Un anno per diventare adulta e polposa. Mi dice: ‘Nessuna multinazionale potrà impossessarsi di questo ‘oro nero’. Ogni piattaforma appartiene a una famiglia e possono cederla solo a coltivatori che abbiano lavorato con loro per anni. Non vogliamo che ci sia chi speculi su questa fortuna, qui nessuno può venire e comprare un campo di cozze’.

Guarda il silenzio

All’improvviso Santiago spenge il motore, il gommone deriva verso destra. Lui, abile, si avvicina e dice con un sussurro: ‘Mira el silencio’. Mi volto. Queste parole: ‘Guarda il silenzio’…ecco, a volte c’è un momento…passa in un secondo, ma vale la pena. Piango per il freddo, per l’aria di mare. Più che piangere sono lacrime che escono da sole. Per il vento che non c’è. Un piccolo bicchiere troppo pieno.

Bateas di mejillónes

 

Bateas de mejillónes

 

Santiago

Ma c’è anche il ponte dell’alta velocità (ovviamente: la lunghezza delle arcate è la più lunga al mondo). C’è il torrione, la Torre do Oeste, costruzione superstite di un castello fatto costruire nel XII dal re Alfonso II di Léon per difendersi dai vichinghi. Dai vichinghi? Le loro navi sono ancorate a pochi passi dalla fortificazione, devono avere fatto pace con i galleghi. Bevono vino tinto assieme. C’è l’isola Cortegada con una complicata storia di passaggi di proprietà. Ovviamente vi cresce la più importate foresta di alloro al mondo. Ventisei specie di alloro diverse (non giuro sul numero). Isola degli allori.

I cani sulla spiaggia

Non voglio scendere. Ma domani questo gommone si fermerà. Non ci sono più caminantes. Sono stato l’ultimo. D’ora in poi dovrete telefonare per avvertire Santiago ed essere almeno in tre: numero telefonico (quello che mi ha dato Giulia) 633906490.

Aspetto Emilio sbucciando due mandarini. L’albergue apre alle due e lui è puntuale come un gallego. Hospitalero volontario. Sta qui da solo da quasi tre anni. L’albergue è un centro sportivo. Campo da pallacanestro. Sono solo, il solo ospite. Ieri sera ce ne sono stati due. Forse arriva un altro da Armenteira. Di questa stagione, si passano notizie los hospitaleros. E Giancarlo arriva davvero…

Ritrovo Ramon

Ecco, Giancarlo. Lavora a Parma, mi dice che viene qui quasi ogni anno. ‘In Italia non muovo un passo, vengo qua e cammino’. Oggi, a naso, deve aver già camminato per venticinque chilometri e ha intenzione di farne altri venti. Lunedì ha l’aereo di ritorno per l’Italia. ‘Qui devo camminare. Più che posso’. Mi racconta dell’orrenda via di uscita da Vigo. ‘La più brutta città del mondo’. Anzi no, la mia città le fa concorrenza. Non lo dico, non lo dico, giuro che non lo dico, non ho diritto a dirlo e non lo penso. Lo dice lui: ‘Sono di Potenza’. Mi sposto di lato. ‘Ed io – bugiardo – di Matera’. Ma lui è di Avigliana, non di Potenza. Ci scambiamo ‘un cinque’ sorpreso e allegro e ritardo di una buona mezz’ora il suo andare (ma le gambe di Giancarlo camminano anche da ferme). Finalmente tiro fuori il mio biglietto da visita e lui mi dà il suo telefono. Parliamo dei lucani dispersi nel mondo. Io – bugiardo – gli dico che i lucani tornano sempre. Lui mi risponde: ‘Fra i miei compagni di scuola, io sono quello che abita più vicino alla Lucania’. E mi fa un elenco: Milano, Bruxelles, Sofia, Dublino…Io ribatto: ‘Ma lo sai…’. Se ne va, con il suo zaino leggero. Avrei potuto mandare con lui i soldi della colazione di Pepe.

Descanso

Gioco con due buffi cani sulla spiaggia, scivolo sugli scogli, fracasso il filtro Uv dell’obiettivo (questa macchina non fa altro che cadermi di mano, e, per ora, se la cava sempre, il più vicino negozio di fotografia è a sessanta chilometri), visito il museo di Ramón Maria del Valle-Inclán (già, l’uomo dai buffi occhiali chiari  e la barba profetica – non lo ricorderete, ma se aveste visto solo una volta e chiacchierato con lui solo una volta – che mi aveva fatto compagnia su una panchina all’arrivo a Santiago. Che bello ritrovarlo qui: è casa sua), mi guardo una partita di pallacanestro (forse potrei giocare anche io, ero più bravo), vado a mangiare cozze e vongole. Me le porta in tavola un ragazzone nero dall’aria somala. Spagnolo purosangue.

Emilio mi dice che è separato. Ha una nuova compagna, ma lei sta a Barcellona. E che allora preferisce vivere qui. Nell’ostello. Ma ha casa a duecento metri. Fuma del buon tabacco. Stiamo svegli fino a mezzanotte. Fuori c’è il silenzio da guardare.

Ah, Giulia ha collaborato all’ultima edizione della guida ‘A Santiago lungo il cammino portoghese’ edita da Terre di Mezzo. Giulia ha scritto per me ‘Dancalia’. Io sono affezionato alla mia versione da trecento pagine, ma la sua da centocinquanta è migliore. Gracias, Giulia. 

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