Il primo passo.9, Santiago-Pradón/Non è accaduto nulla

Camminare?

E se non accade nulla?

Cosa vuol dire: nulla?

Abbandono un paio di chili nel deposito bagagli del Seminario Minor (due euro, per la chiave. Dove l’ho messa?), ho smarrito la mia sciarpetta prediletta, ma i calzini si sono asciutti. Sarà per questo che avverto, dopo dieci chilometri, un’altra vescica formarsi. Faccio finta di nulla e so che mi guarderete male. Con ragione.

Il pizzaiolo uruguagio

Le uscite dalla città sono stancanti. Parco Alameda e poi tutto a dritta. Uso male wikiloc e googlemaps. Per fortuna ho un cartina e c’è Giulia. Che mi racconta, alla rovescia, l’uscita da Santiago. Giulia mi verrà dietro, sempre un po’ avanti a me, solo che mi toglie ogni sorpresa: mi preavverte di una ferrovia, di una viadotto, di un labirinto di stradelli, di un cammino sterrato, di un asfalto che riprende, di un bosco. Così sono tranquillo, ma l’inaspettato? Continuo a perdermi. Perché non accade nulla. Se non che chiedo, domando. Contare sugli ‘altri’, ricordate l’insegnamento di Ryszard? Va bene per di qua? I caminantes sono quasi scomparsi. Ora solo uomini e donne solitari. Sul Cammino Portoghese quasi non si dice ‘buen camino’. Ce la caviamo con un sorriso e un buenas. Anche se nessuno di noi è spagnolo. Sono, come sempre, il solo ad andare verso Sud. Per chi incontro, il cammino sta per finire. Lo si vede dall’ardore dei loro passi.

Via dalla periferia di Santiago, ma non senza amare un pizzaiolo uruguaiano che mi ha preparato una pizza alla pancetta succulenta e libidinosa. E poi dice: ‘Niente a che vedere con quella italiana’. Insomma, dall’Uruguay a Santiago per fare la pizza. Mi piacerebbe che conoscesse Paoluccio. C’è una storia, qui. Ma vado via.

Doppio mojones

Ora so che i pilastri si chiamano mojones. Perdonatemi, questa volta sono partito senza alcuna preparazione (accade sempre, tranquilli). Hanno un’aria meno orgogliosa di quelli sistemati sui cammini per Finisterre. Sono più rari. Io devo seguire le frecce blu. Disegnate in maniera affrettata. I segnavia aiutano chi va a Santiago, non chi muove passi verso Sud. ‘Ti piacerà il Portogallo’, mi dice una donna. Non ci arriverò, questa volta non ci arriverò.

Il primo bosco

Un militare di Lecce si chiede: ‘Dicono che si torna cambiati dal cammino. Volevo vedere. Ho mollato la ragazza, lei non aveva tempo e io volevo vedere. Ecco, forse sì, forse sono cambiato. Come è il tramonto a Finisterre?’.

Una ragazza di Tarragona: ‘Il cammino è la diversità. Non si cambia, accade che per settimane hai addosso uno zaino, cammini, sei in un altro universo. E non vorresti più scendere. E’ così differente dalla tua vita normale’.

Il militare: ‘Devo capire cosa fare con la ragazza. E’ davvero bello il tramonto a Finisterre? Prendo il bus’. Spero che non sia cielo di piombo, amico mio.

La protesta di Casalonga

Passo sotto immensi viadotti, attraverso boschi inaspettati, sfioro la Nazionale, scavalco la ferrovia, mi perdo a O Milladoiro. Un paesano e una brasiliana timida mi rimettono sulla giusta via.

A Casalonga sono furibondi contro la Toysal, società di smaltimento rifiuti: ‘Non vogliamo la loro merda’. Il cammino è il palcoscenico della protesta di fantocci, lenzuoli, manifesti, volantini. E’ così bello qui. Attraverso il rio Tinto, ‘su un ponte medioevale’, mi fa notare Giulia. Salgo fino a Rua do Francos, ristorante stellato e gente già in fibrillazione per la festa di San Martino. Questa volta è un uomo vestito di nero che mi accompagna fino all’imbocco della mia strada. Un cane e un maiale colossale mi guardano con occhi supplichevoli. All’improvviso, dopo una curva, appare un gruppo di venti camminanti, una pattuglia militare, vanno come podisti, picchettando i bastoni da nordic-walk, così fanno un orchestra di percussioni. Scendo fino alla Nazionale, sfuggo ai camion e ai bar (già, oggi non mi fermo nemmeno ai bar).

Fratelli, immagino

Il cammino diventa un andare fra stradelli che attraversano paesi di campagna. E’ bello, molto bello. Case di granito, campi di cavoli, pergolati di vite, fonti, lavatoi, chiese, cimiteri addobbati a festa per i morti, orti e questa viuzza, larga un metro e mezzo che passa davanti alle porte delle case. Giulia mi suggerisce i nomi: Areal, Angueira de Suso, Rueiro, Cambelas, Anteportas e Vilar. Seguo le frecce blu. Mi incanto davanti alla chiesa più piccola di Escrivitude. Scarto ancora un bar anche se Giulia mi avverte: ‘Occhio, non ce ne sono più’.

Trovo occhiali smarriti. Ben più grave della mia sciarpetta. Spero che avrai occhi di riserva, amico mio. Se qualcuno incontra un ragazzo miope disperato e, allo stesso tempo, legge queste righe…

 

Caminantes improvvisi

 

Ci sono sempre finestre da aprire (o da chiudere)

 

Gli occhiali smarriti

E alla fine, Iria Flavia, sobborgo antico di Pradón. Grande chiesa, cimitero fiorito, una donna in nero seduta su una tomba, altri che camminano fra fiori e pietre. Mi piace il nome: Iria Flavia.

Il cammino sotto il pergolato

 

La chiesa di Escravitude

 

La chiesa più grande

 

Il dia delle zucche non vuole finire

 

Se tendono i panni…

 

I cimiteri fioriti

Periferia di Pradón. Non è un grande ingresso. Traffico pesante, alberghi troppo grandi, immensi ristoranti.

Vado in cerca di un albergue. Attraverso tutta la città, da cima a fondo, con venticinque chilometri nei piedi. Non mi vogliono al Camino do Sar: ‘Ci sono i chicos’. Che sarebbe una gita parrocchiale e il prete non afferra l’occasione di una buona azione. E gli altri albergue, uno dopo l’altro, nonostante le promesse dei cartelli di pubblicità, sono cerrados. Un ragazzo con l’aria del caminante, mi consiglia di andare all’albergue comunale. Mi rassegno. Ma poi, buona stella, quasi sbatto contro un cartello sistemato per terra all’angolo di una strada: albergue de Barca de Pedra. Sembra chiuso, ma da dietro una serranda una ragazza mi saluta e un ragazzo viene ad aprirmi. ‘Abbiamo cominciato questa estate, non chiuderemo certo ora’. E’ un bel posto, davvero bello. Persino la vasca, vere lenzuola, salotto lindo e loro due sono belle persone. Accendono il riscaldamento per me. Ho una stanza tutta per me e un cielo di tetti. Disperdo il mio zaino sul pavimento.

Pepe

E qualcosa alla fine accade. Accade che c’è Micha, se ho ben capito il nome. Una ragazza tedesca, nemmeno trent’anni, bionda e angelica. Ma non è lei Micha. Micha, invece, gattona sul pavimento di legno, ha le guance cicce, i capelli biondi, due denti e vuole toccarmi la barba. C’è odore di pannolini in camera. La ragazza cammina (è partita da Porto, fanno trecento chilometri) con un carretto-carrozzina da cross con dentro la figlia che ha imparato a gattonare sul cammino. E se vi dicessi che trovo tutto questo normale? Né fantastico, né incredibile, ma normale. Il pensiero fuggevole è a chi non fa uscire fuori una ragazzina perché ‘ci sono i pericoli’ o fa freddo o fa caldo o non si sa mai. Pensiero ingiusto, al solito. La normalità andrebbe raccontata, ma questa volta voglio solo godermi questo incontro. Non chiedo e la ragazza non mi racconta. Ma ci intendiamo. Mi piace il suo sorriso. Non la rivedrò mai più. Le foto che non faccio. Micha gioca con il braccialetto turkana di Greta. E ti regala la sensazione di una possibilità.

Gli amici di Pepe

E poi c’è Pepe. Che nel 1998 aprì un bar nella piazza della chiesa di Santiago. Padrón è storia importante nella leggenda di Giacomo: qui approdò la barca di pietra che, dalla Palestina, riportò in Galizia l’apostolo che aveva avuto il coraggio di predicare in queste terre. In chiesa, alle spalle dell’altare, c’è la pietra dove la barca venne ormeggiata. E, fuori dalla chiesa, c’è Pepe. Che applaude i pellegrini. Tu rispondi all’applauso e lui ti invita a entrare nel suo bar: E vieni sepolto dai cimeli (magliette, fazzoletti, bandierine, fotografie, cappelli, calzini, sciarpe, biglietti…) di chi è passato prima di te. ‘Fino al 2010 non passava nessuno e la gente di qui non amava i pellegrini. Erano sporchi e maleducati. Poi l’anno jacobeo, e sono arrivati a migliaia. Sono diventati l’economia della regione. E io mi diverto: i pellegrini sono allegri, sorridono, si aiutano l’un con l’altro. E mi danno una mano a tirare avanti il bar e a passare il tempo. In estate li aspetto alla cinque del mattino: prometto la colazione…’. Mi piace Pepe, che mi fa bere un’ottima birra, mi dice di andare a prendere il prosciutto e il pane e di farmi un panino qui. Arrivano altri caminantes, facciamo quasi festa e Pepe, don Pepe, è il direttore d’orchestra della baldoria.

All’albergue de la Barca de Pedra, il riscaldamento funziona. I ragazzi sono generosi, ci sono i vestiti di Micha appesi ovunque e so che loro sono già a letto. Già, non è accaduto niente oggi.

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