Il primo passo.11, Vilanova de Arousa-Armenteira/Walking in the rain

Fin dal mattino. Un ponte per l’isola…

La pioggia, di oggi. La pioggia.

Non un diluvio. Non la tempesta che sta devastando l’Italia. Pioggia insaziabile, inevitabile, dall’aria perenne. Pioggia attorno a te. Pioggia come abitudine. Le scarpe reggono fin quando possono. Una donna con l’ombrello rosso me lo dice di primo mattino mentre camminiamo assieme sui sentieri dell’oceano: ‘Malo dia por caminar’. Lascio ancora una volta la bellezza  dell’oceano. Lo guardo alle mie spalle. Grida di berte. Giro per una pineta, comincio a perdermi. Dovrò salire fino alle colline. Dislivello. Freddo e pioggia. L’ombrello verde del Costa Rica fa il suo dovere. A volte si mette a vela, una volta sbanda e si incurva, altre volte non riesce a proteggere con l’acqua che arriva da ogni lato. Ma è una grande ombrello: viene da Los Chiles, terra di altre acque e altre umidità.

Adios, Vilanova

 

E se…

 

La piccola tenda del ragazzo che chiedeva un soldo per camminare

 

Il solo ospite della palestra-albergue

Per fortuna che a San Roque do Monte un asino di pietra mette di buonumore e un uomo mi vuole rimandare a Santiago. ‘Chico, por allá…’. Gracias por el chico, voy al revés. Per fortuna a San Roque c’è Luis che apre il bar alla domenica. Bar Laya, solo uomini, bofonchiano un buen dia quando entro già bagnato e infreddolito. Luis non se la prende se mangio il mio panino. E c’è Josè che si beve Ballantines  e caffè al mattino. Dovrei seguirne l’esempio. Sarà un giorno come sempre, immagino e spero: pioggia e ore di clemenza per i caminantes. Niente affatto, nessuna pietà per chi vagabonda. Dove sarà finito il ragazzo che supplicava un euro davanti al supermercato? Aveva cane e zaino. E diceva: ‘Por el camino…’. Eccolo, tenda minuscola ai confini della pineta, zaino all’acqua. Il cane sarà con lui nel sacco a pelo. Coraggio e vigliaccheria.

Il burro di San Roque

 

Il bar di Luis

Non ci sono più i pilastri dei cammini principali di Santiago. Non ci sono conchiglie, né zampe d’oca (non è così: qualcuna c’è). Ci si affida a frecce blu che giocano a rimpiattino con le svolte, le deviazioni e i bruschi cambi di direzione, le giravolte a U. Paesaggio rurale, bello, dall’aria solida, nessuno in giro, grandi vigne, vino albariño. Apro e chiudo l’ombrello.

Segni (nella direzione opposta alla mia)

 

Segni (nella direzione opposta alla mia)

 

Segni (nella direzione opposta alla mia)

 

Segni

Rotonde che ingannano al crocicchio di Ribadumia, difficile capire dove si deve andare, pochi caminantes in senso opposto. Anche loro un po’ spaesati. E ben pochi sanno rimettermi in strada. Non ci sono le sfilate di caminantes delle rotte di Santiago. Arrivo al rio Umia, qui non posso sbagliarmi, bisogna costeggiarlo a lungo. Sponda destra, sponda sinistra. Ponti. Bello, molto bello. Penso di essere a metà strada. Dai, che ce la faccio anche oggi. Comincia a piovere. Piove dovunque. Acqua di fianco, di sotto, di lato, da destra, da sinistra. La vedo arrivare, come un sipario grigio. Si fa annunciare la vento e cancella l’orizzonte. Ma ci sono due aironi grigi che si alzano in volo, decollo complicato, su, tira su quelle zampe, ce la puoi fare: Werner Herzog promise di seguire un airone grigio ovunque fin dove fosse volato. Nell’inverno del 1974 si incamminò da Monaco a Parigi perché solo così Lotte non sarebbe morta. Non morì, lo aspettò. Werner venne aiutato da un airone grigio. Io guardo i due grandi uccelli cabrare verso occidente, scomparire dietro la fila degli eucalipti. I chilometri del lungofiume sono una gara di podismo che sciaguatta nelle pozzanghere. Non le evito più, ci salto dentro. Sto solo attento a non scivolare. Manuel e Carmen, armati di ombrello, mi guardano stupiti. Lui, camionista in Italia: ‘Dove vai con questo tempo?’. Ora il sentiero prende le sponde di un piccolo torrente.

Rio Umia

 

Manuel y Carmen

 

Ruta de auga y de pedra

 

Segni…(e tu chi eri, senza faccia? Che ci fai qui?)

Appare il miraggio di Os Castaños, osteria lungo il fiume e su una rotonda autostradale. Me ne aveva parlato Giulia. E dentro c’è una ragazza che mi vede entrare, io penso che mi caccerà, sono in pessime condizioni e assomiglio a un cane che si scuote di dosso peli bagnati. E invece mi sorride come se fossi il cliente più importante della giornata. C’è anche una stufa. Ci assiepiamo in dieci, io sgomito fra donne che non si spostano e stendo giacche e pile. Vorrei togliermi anche i pantaloni. Non oso. Sopa e pollo. Sono felice. Penso a Francesco: ‘Bella di una sua bellezza acerba…’. E ancora: ‘Ma nel gioco avrei dovuto dirle: “Senti, senti io ti vorrei parlare…”, /poi prendendo la sua mano sopra al banco: “Non so come cominciare: /non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? /Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via”. Infelicità vicina, lo so, la sento arrivare. Altri clienti la chiamano. ‘Ma poi come accade spesso…’. No, vado via, lascio anche io un nikel di mancia e non mi volto indietro, non la saluto, non la vedo più. Ora c’è da salire per il ‘cammino di acqua e pietra’. Una paradiso, a leggere le guide. Fatelo con la pioggia e c’è il rischio di cambiare idea.

 

Il piccolo salto di pietre

 

Acqua dovunque

No, è un gran bel cammino. Mulini, ponticelli, pietre, muschi, castagni, pietre…solo che piove, piove, piove, piove. E il sentiero si arrampica, si arrampica, si arrampica. Le scarpe cedono. Acqua nei calzini. Bevo dalle gocce che mi scivolano sulle guance. Il cammino si impenna. I monasteri sono stati costruiti in alto e io voglio arrivare dalle monache cistercensi. Cerco i segni blu, scompaiono sotto il muschio, esito a ogni bivio, devo decidere io, che cavolo. Ricordi l’andare con le parole di ‘bretelle rosse’: ‘E ora che sentiero scegli?’. Io detesto scegliere. Ma qui c’è da andare, sta arrivando la notte, e piove. Vado verso destra, ci ripenso, torno indietro. Salgo dall’altra parte. Il cielo si ingrigisce, diventa scuro, la pioggia scavalca le foglie dei castagni, sento scricchiolare i ricci sotto i piedi, evito le lumache che sono felici di tanta acqua. Sono le cinque del pomeriggio: da quante ore sto camminando? E questo googlemaps che continua a dirmi: ancora un’ora e mezzo di cammino. Lo dicevi anche un’ora fa, maldido. Perdo i segni, vado a istinto, comincio a pensare: se arriva il buio, mi rifugio in un mulino abbandonato. Walden. Posso chiamare le monache: che mi salvino. Il telefono ha solo il sette per cento di carica. Salgo, salgo. E, alla fine, dopo una svolta di pietre, il bosco finisce in un campo di granoturco. C’è una casa, posso chiedere soccorso. I lampioni sono già accesi. Armenteira sono case sparse. Montagna. Ancora un chilometro. Ecco, la pietra grigia del monastero. E un venditore di chorizos sotto l’acqua. Irreale. Non c’è nessuno e lui non mi degna di uno sguardo. E io, nemmeno. Ancora pochi passi, la corte del monastero. Chiudo l’ombrello, mi prendo l’ultima acqua. Pesto l’ultima pozzanghera.

Il sentiero

Una suora dai capelli bianchi, piccola come una suora, antica come una suora (non me ne volere Tella), sta dietro a un banco di saponi colorati. Tepore, buon profumo. ‘Posso stare qui stanotte?’. ‘In principio, no. C’è un albergue’. Posso inginocchiarmi? Pregarti? Cosa vuol dire: In principio?’. Non dico niente, sorrido, mi informo sulle messe. Oggi è domenica e non ci saranno i canti. Lei cerca di spiegarmi dov’è l’albergue. Lascio il monastero, chiesa chiusa, la suora fra mezz’ora se ne andrà. Fuori non c’è nessuno. Deserto di pioggia. Googlemaps mi avverte: trecento metri, sette minuti. Mi appaiono un’eternità. E l’albergue, non appena vi arrivo, sembra chiuso. No, passa di sotto, avverte un cartello invisibile nel buio della pioggia. Dentro c’è un tedesco robusto e bagnato come me e due ragazzi portoghesi che dormono. Ecco, finisce qui. Davvero, questa volta non è successo nulla.

Non alzo più nemmeno la macchina fotografica

Trovo la forza di uscire nuovamente nella pioggia. Vado al bar. Per chiedere di un bus. Bevo vino di Barrantes in una tazza, vino che macchia le labbra e lascia vernice rossa su qualunque cosa sfiori. Mi piacerebbe baciare qualcuno e lasciare la traccia rossa del mio bacio. Mi piace, questo vino. Non mangio. Nessuno sa dirmi dei bus. Devo fidarmi del web. Ce ne sarà solo uno. Alle otto del mattino. Mi fido del web?

 

Finisce qui. Non avete bisogno di un gran finale. E poi non funzionerebbe. Ma questo lo ha già scritto un uomo del deserto, il più grande uomo bianco del deserto del ‘900, si chiamava Théodore Monod: ‘Lasciate perdere l’ombra blu delle palme’ o ‘il regno di fuoco delle sabbie’. Lasciate perdere, non sono arrivato da nessuna parte, ho solo messo un passo dopo l’altro. Niente di più. Non sono cambiato, non ho capito niente, perché niente c’è da capire. In undici giorni a piedi, poi. Solo che non mi va di scendere dalla giostra. E non faccio altro che piangere. Ma anche ridere. Come diceva quella scritta piccola piccola a Muxia? ‘I cammini non finiscono mai’. Appunto, cazzo. Potrei anche contarli i miei passi, magari lo farò. Ho solo scoperto, ancora una volta (e lo dimentichiamo spesso) che il mondo è molto migliore di quanto si legge o pensi in giro.

 

Adios muchachos, compañeros de mi vida.

 

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