Il gioco del mondo.27/Ero partito dalla fine

La casa sul fiume

Ecco, la normalità, sto scendendo dalla giostra. Fine delle lenzuola di carta velina, dei materassi di plastica, dei sorrisi lungo l’andare, dei ‘buen camino’ come mantra, degli abergues, dei rituali, fine del sole, della pioggia, delle vesciche, delle foglie bagnate, delle foto non fatte e dei luoghi dove non mi sono fermato.

 

Julio non si è fatto vedere. Sono mesi oramai che non lo sento, che non si avvicina, non so se mi aspetta, se è andato via per sempre, se….ha lasciato un indizio. Uno solo fragile, camuffato, quasi invisibile. Nemmeno Enrico se ne è accorto, camminava con il suo desiderio di arrivare, di sconfiggere draghi e io gli andavo dietro, pagina dopo pagina, con l’invidia nel petto, perché già sapevo il finale. Io ero partito dalla fine. Là dove comincia l’Europa. Così restano ancora nell’aria dell’anima quelle piccole cose, un passerotto che fu di Lesbia, alcuni blues che occupano nel ricordo il minuscolo posto dei profumi. Già, rimangono nell’aria. In realtà, non rimane niente, se non qualcosa di impagabile che è ‘quello che rimane’, che mi suona nelle orecchie appena mi siedo un momento.

 

Devo dirvi dell’indizio. Sta a pagina 161 del libro di Enrico. Il caminante (si leggono libri di cammino, in cammino, anche se pesanti almeno due etti) si sazia con del formaggio Rocamadour. Eccoti, Julio, sei qui, ti intrufoli. Anzi, ecco il figlio della Maga, ecco che ci provi a farti ricordare nel tuo modo che confonde Julio. Ricordi la ragazzina che usava le acca come altri la penicillina? Ricordi? Ti sfido nella confusione, perché sono confuso. E’ tutto così semplice qui: un passo, un passo, un passo. Potrei anche contarli, ma mi rifiuto perché sono snob. Poi si mangia un panino, si beve un caffè, si avvertono le gambe bagnate, si sorride, si piange, si arriva, si prepara il letto, si strappa la cartavelina delle lenzuola, si sistema il cuscino, si tirano fuori i pantaloni neri di lana e ci si addormenta. Non vuoi sapere nulla di quanto accadrà domani, basta che ti indichino da dove si comincia. Ti sembrano un po’ tristi questi caminantes che mangiano da scatolette in punta di forchetta e si rincantucciano solo fra di loro. Ci si risveglia che fuori è buio e forse c’è un’osteria dove scaldarsi con una sopa. Tutto facile. Non poteva rinunciare, senza tradirla, alla passiva attesa. Ecco, questa è l’attesa. Non mi aspetto nulla. Mi aspetto tutto. Il coraggio di scendere dalla Torre di Babele. E il desiderio di essere grato. A mia figlia, a molte donne, alle città che mi hanno ospitato, ‘se dovessi ricominciare, ricomincerei’. Forse mi fermerei qualche giorno in più. Forse vedrei nascere il basilico e preparerei la salsa. Adesso metto delle frasi a caso, che mi hanno lasciato soprapensiero: un tradimento ammantato di lavoro soddisfacente, di gioie quotidiane, di coscienza tranquilla, di dovere compiuto; i figli sono generalmente l’alibi delle madri per non fare niente che valga la pena di fare a questo mondo. Ho come la sensazione che la falsa azione era quasi sempre più spettacolare. Per cosa vivi, mi chiede la caminante?  Try again, please. Un’altra domanda, por favor. Lui pareva nato per essere spettatore di prima fila. Il guaio che ho anche la pretesa di essere uno spettatore attivo e lì le cose si complicano. Adesso ho solo le parole di Julio. Se non piovesse così forte, così da ogni lato, se non ci fosse cosi vento, se non avessi tre maglioni uno sull’altro, per stanchezza…o per lenta ritirata come quando si comincia ad andare sempre più di rado a trovare un amico, a leggere sempre meno un poeta, a frequentare sempre meno un caffè, dosando il nulla per non ferirsi. No, non è così, non sarà così. Porterò addosso il peso delle parole anche se non ne trovo più il significato. Porterò addosso il peso della malinconia, ma Philia ha aperto un varco. Vorrei farlo diventare ferita e poi cicatrizzarlo. Sono come uno che sta in teatro con occhi bendati. Però mi sveglio di colpo quando l’attrice, seduta e scarmigliata, dice che  il vero amante ama senza sperare niente se non l’amore accettando ciecamente che il giorno si faccia più turchino e la notte più dolce e il tram meno scomodo. Fu allora che le donne cominciavano con l’adorarlo, ma era un istante, un bell’istante, poi qualcosa faceva loro sospettare il vuoto, si tiravano indietro e lui ne facilitava la fuga, apriva la porta perché andassero a giocare altrove. Rimanevano le carte sparse sul tavolo. Eppure chiunque in questa piazza, in questa osteria, in questo ufficio postale potrebbe dirti che ti vede diverso, un vedere meglio ciò che stava attorno. E cosa me ne faccio? E io come mi vedo nello specchio che riflette un altro specchio? Compro cioccolata, polvere di peperone, la fotografia di un sassofono, un cameriere cortese mi porta chocolate con churros e Divina mi offre un grandioso cocido gallego e a notte mi farà pagare solo un euro per un panino a la ternera e una taza de vino. Perché si beve il vino in taza? ‘Por la dureza’. Mangio il grasso, anni fa non lo avrei mai fatto. Bevo vino e avverto come il passato ti avvolga.

Non appare nessuno, solo il freddo, sotto le coperte marroni, sotto le coperte con le pulci, quel momento di dolcezza in cui stendi le gambe sotto le coperte. Il gusto del mattino in un angolo della bocca. Per questo condusse Pola nel medesimo albergo. C’era posto per macchie nuove.

 

Non è vero, non ti ho portato nel medesimo albergo. Potete dire molte cose di me, ma non che infrango il senso del sacro. Ho abbracciato il santo, ho atteso il segno della pace, ho guardato le volte della chiesa e il paralume con la frangia rossa. Esco ancora nella pioggia, la ragazza fa la cameriera e al mattino tiene aperto il negozio. Non si arrabbia quando cambio idea su una foto, su un prezzo, su una carta di credito. Sento un dolore sotto il piede, frugo nel calzino appoggiandolo su una panchina bagnata. Commosso del proprio corpo, alle sorprese, agli incanti e alle delusioni della cerimonia, questo lo strappava agli automatismi, gli regalava del tempo pieno, anche se denunciava oscuramente la propria solitudine, illusione e delusione di passare da una bocca. Divenne, come sempre, una storia di sesso. Nella solitudine, in un getto di sangue, in un pensiero assente. Però aveva una sua bellezza: carezzare un fianco più stretto, incitare una risposta; la bocca bacia più profondamente e prima o dopo il mondo è andato in pezzi…labbro per labbro, buio per buio. Lei gli morse la bocca senza forza, ma voleva fargli sentire i denti sani. Gli passò la lingua sul naso con il sesso accordato sulla palpitazione della tenda E lui fu felice, una lingua da labrador. Lo sapeva in quel momento, lo sa ora. Lingua più piccola e acuta. Saliva più parca, labbra che si aprivano perché lui le toccasse, entrasse e percorresse ogni incavo tiepido. Alla fine glielo disse: ti amo perché non sei mia. E pensò che era bugia, che era la verità, che niente aveva da dare. Sai come si chiama questa pioggia galega che non si vede? Cala-bobo: insomma ‘Bagna-Stupidi’, non la senti caderti addosso, ma, alla fine di rua San Pedro, ti ritrovi fradicio. Non vado oltre il tuo corpo. Avverto…vorrei scrivere una parola, non la scrivo, è la prima che ho pronunciato. E allora: lui vuole un amore passaporto, vuole il silenzio dal quale la musica è possibile. Mi sento al sicuro nella grande chiesa, osservo il movimento delle guardie, cosa penserà il sacerdote sull’altare? Il botafumeiro, oggi, è immobile. Scopro quanto la fortuna e il caso mi voluto bene: il magnifico sole di Finesterre, la gente del Seminario, il taxi da tre euro, l’hospitalero di San Martin, rua San Pedro, Divina y Julio, la churreria davanti al cruceiro, la stessa di Gabriela e Gino. Troppi talismani per non comporre un disegno. No, amico mio, i fili si uniscono per conto loro: se passi di lì….Poi lei: mi stai offrendo una mela e io ho lasciato i denti sul comodino. Cosa diceva quella canzone di Paul: did need me when i’ll be sixtyfour? And when I’be sixty six? Ricordi come mi chiamavano i tuoi amici. Erano invidiosi, verdad, maestra in ciencias sociales? Totale parziale, ti voglio bene. Mi incamminerò verso il cielo con ore di anticipo, mi conosco. La batteria sta finendo e piove ancora. Julio mi viene in soccorso e con un gesto della mano sfoglia il libro che non ho davanti a me: tu dirai la scelgono perché la amano, io invece credo che avvenga tutto all’aicsvor. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie, tu non scegli la pioggia che ti inzupperà le ossa all’uscita di un concerto. Tu non scegli la pioggia che ti inzupperà, tutto accade alla…Già, allora vado fuori, dove piove di traverso al mondo e invece del Mac mi porto dietro la pesantezza di una Lettera22. Stavo scrivendo un racconto su una macchina da scrivere pesante quando mi sono perso e tutto il mondo è impazzito. Ma noi siamo quei pazzi che venite a cercare, no? Era dolce accarezzarsi le mani guardandoci e sorridendo

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