Ho lasciato…

Sono passati solo cinque giorni. Non ho controllato quanti passi ho fatto in questi pochi giorni. Mi mancano i venti chilometri quotidiani. So che mi hanno raggiunto i pensieri che erano scomparsi fra un passo e l’altro. C’erano sempre, lo so bene, ma stavano rimpiattati, lasciavano spazio. Chi ha detto: ‘Beato chi ha occupa poco spazio per vivere’? Qua, loro, si stanno prendendo la loro sterile vendetta.

Potrei camminare per sempre? Fino alla fine? Un po’ di salute (già, questa barcolla), un po’ di soldi (già, questi non ci sono), aver cura dei piedi (come si fa?), togliere peso (bisogna essere bravi). Oppure: ognuno ha il peso che si porta dietro, come dice Flavio. Lui scrive: ‘Vorrei dire che bisogna accettare il peso che si porta. È in effetti il peso esatto delle nostre paure meno le nostre sicurezze’. E chiede: ‘Pesa lo spirito?’

Il mio Mac pesa quasi due chili (con la batteria), lo zaino è più di un chilo, il sacco a pelo 894 grammi. Non posso, non voglio rinunciare al Mac, è casa. Si rinuncia alla casa? Solo ai nomadi, riesce. Cosa ti porteresti dietro se sai che non tornerai?

Ancora una volta io so cosa ho lasciato. E non mi sono voltato indietro (mentira, mentira: ho sempre lanciato un ultimo sguardo e ho sentito le lacrime scendere una dopo l’altra). Ho lasciato e ho sentito ogni volta il cuore spezzarsi. Non ne posso più di abbandoni.

 

Ho lasciato Divina. E il suo cocido gallego. L’osteria di rua San Pedro. A sera non fa cucina, ma mesce in una tazza vino di Barrantes e prepara carne fritta da mettere in un panino. E poi quando vai a pagare ti bofonchia dietro: un euro….non vuole rivelare la sua generosità, farà questo mestiere da decenni e sono certo che ama i suoi clienti (non ci vanno i caminantes, solo qualcuno…)…andate da Divina e Julio, mi ricorda amici africani che non vogliono mostrare il loro affetto, ma poi compiono gesti…andate da Divina e Julio, rua san Pedro 5 e abbracciateli per me. Si divincoleranno. E grugniranno.

Julio e Divina

Ho lasciato San Martin de Ozón. Valeva pena, non ho nemmeno notato l’horreos più grande di Galizia. Ho letto dopo che era lì. C’era Michele, c’era il ragazzo di Cuneo, c’erano ragazze dagli orecchini nel naso e le treccine. C’era una colazione. Però, giorni dopo, ho letto verbali di associazioni e cooperative: ce l’avevano con Michele, erano duri e quasi rabbiosi. No, il mondo di chi vive lungo il cammino non è, come sempre, un paradiso. Non so, io ho passato mezz’ora a San Martin de Ozón e mi piacerebbe rimanervi un po’. Me ne sono andato, sono quasi fuggito. Era troppo bello, credo che sia per questo.

Colazione a San Martin de Ozón

Ho lasciato il silenzio. Quando Santiago ha spento il motore del suo gommone, quasi alla fine dell’estuario, là dove le acque del fiume Ulla si confondono con l’oceano, e mi ha detto: Mira el silencio. Le lacrime erano confuse: erano mie, c’era il freddo del mare aperto, c’era il vento e il mio pianto come un bicchiere troppo pieno.

La casa sul fiume

Ho lasciato Don Pepe. Che a Padrón applaude i pellegrini e poi li ospita nel suo bar. Dice che lo rendono allegro. Il suo locale è sommerso dai cimeli che i caminantes gli lasciano. Al mattino mi ha preparato il caffè e offerto torta di mele. Mi ha abbracciato come se fossi suo fratello. Due volte. E io mi sono dimenticato di pagare. Gli ho mandato una busta con due foto e cinque euro. Spero che gli arrivi a busta e che si chieda stupito: ma chi diavolo…?

Don Pepe

Ho lasciato i ragazzi della Barca de Pedra. Non lo sanno, ma mi hanno salvato la vita, quella sera. Ero stanco, non volevo andare all’albergue municipale, avevo bisogno di un sorriso, non volevo malinconie, ne avevo già abbastanza per me. Gli albergues erano quasi tutti chiusi a Padrón, sono passato davanti al loro (hanno aperto prima dell’estate), appariva cerrado ma lei mi ha visto, mi ha salutato e lui è venuto ad aprirmi la porta, hanno acceso il riscaldamento per me. C’è persino la vasca. Al mattino non sono andato via tanto presto, ma non li ho visti, non ho lasciato nemmeno un segno del mio amore per loro.

Qui attraccò la barca di San Giacomo

Ho lasciato la ragazza tedesca con il bebè. Con la bebè, per dire la verità. Com’erano belle. Lei camminava da Porto, trecento chilometri più a Sud. Con una bambina che appena gattonava. Aveva un carretto da cross e lo spingeva. Lei era una fata dei boschi del Nord Europa. Giovanissima, occhi celesti, capelli biondi, piccola. L’ho sentita giocare con la bambina, hanno dormito con tranquillità, la ragazzina si è divertita con la pulsera di Greta stretta al mio polso. Le ho riviste a Santiago. Sorridevano, erano con altre ragazze. Non mi sono avvicinato.

Se tendono i panni, non pioverà

Ho lasciato la cameriera di Os Castaños. Nel giorno di pioggia urticante, l’osteria è stata un miraggio. Sono entrato e mi sono scosso come un cane bagnato, ho conquistato la stufa e ho pensato: ora mi cacciano. Era domenica e c’era gente elegante. Una cameriera, giovane, con tette di generosità, si è avvicinata con un sorriso degno del miglior cliente della giornata. Sopa e pollo. Felicità. Ho lasciato un nikel di mancia e me ne sono andato. E avrei voluto dirle: ‘Vieni…’

Il sentiero dopo Os Castaños

Ho lasciato il bar Laya. Luis non mi ha detto niente, mi sono messo a mangiare il mio panino nel suo bar, aperto alla domenica. Solo uomini, io avrei voluto prendere caffè e whisky. Sono stato bene nel bar Laya a San Roque do Monte. Mi ha dato il coraggio di affrontare la giornata di pioggia.

Luis al bar Laya

Ho lasciato Emilio. Hospitalero a Vilanova. Solitario, dorme all’albergue, si è separato e allora preferisce stare con i pellegrini, ha voglia di chiacchierare, mi ha raccontato di una donna di Barcellona, fa un bel caldo nel dormitorio. Anche lui non c’era quando al mattino me ne sono andato.

L’albergue de Vilanova. Ero io solo ospite.

Ho lasciato il chocolate con i churros. Oh sì, caffè Derby, dal 1929, a Santiago. Arredo di un altro secolo e camerieri di antica cortesia e astuzia. Un momento di trascurabile felicità quando prendi con due dita il churro zuccherato e lo appoggi nel velo solido della cioccolata. Poi chiudi gli occhi, mordi e guardi fuori la gente che passa e ti pensi con clemenza…

Arrivare

Ho lasciato il cocido gallego. Era stata la giovane cameriera di Os Castaños a spiegarmi cosa è il cocido gallego. Monumento al maiale bollito, credo che sia la prima volta che fotografo un piatto. E’ accaduto da Divina. Sulla lavagnetta c’era scritto ‘cocido gallego’ e lei: ‘Piatto unico’. Una meraviglia, un capolavoro…

Cocido gallego da Divina

Ho lasciato il volo del botafumeiro. Ero certo che volasse verso la cupola della cattedrale di Santiago ogni giorno, alla messa del mezzogiorno. E invece no: solo alcuni giorni speciali dell’anno. E io sono arrivato a Santiago per il primo novembre. Un caso. E era uno dei giorni speciale, per me, ho pensato dopo, mi sono infilato nella processione, il vescovo non ha avuto niente da ridire, gli uomini della sicurezza non mi hanno degnato di un sguardo e io ho visto volare il botafumeiro…

mentre vola il botafumeiro

Ho lasciato Sonia. Hospitalera di Finisterre. Sonia è stata davvero, assieme a Damian, la prima persona che ho incontrato in questo andare. Hanno aperto le loro porte e hanno avuto gentilezze. Sono stati i segni beneauguranti, chissà se hanno capito quanto importanti siano stati per me. Ho visto Sonia per dieci minuti e ne ho un ricordo attento. Mi ha dato la prima mappa per non perdermi. Mi vedeva perso.

Là dove comincia l’Europa

Ho lasciato la ragazza del negozio di foto. Come vorrei avere un negozio che vende piccole foto. Ho scritto ad amici a Matera: facciamolo anche noi. Non voglio scrivere: ‘ma non lo faremo’. Vorrei eliminare il ‘virgola ma’. So che non ci riuscirò. C’era della dolcezza nella ragazza che vendeva le foto e a sera fa la cameriera e non si è arrabbiata quando le ho detto che mi ero sbagliato: non potevo comprare una foto a quel prezzo. Ha capito, perché lei sa. Avrei voluto rimanere lì, mettermi a vendere le foto.

La ragazza delle foto. E se a Matera?

Ho lasciato il ritmo. Camminare è un ritmo, un rituale, un’abitudine, una storia normale. Regala una cadenza. Mi hanno sempre spiegato che non ho ritmo, perdo la musica, non capisco gli accenti, mi smarrisco nella poesia, AnnaMaria mi ha colpito al ventre quando mi ha detto: ‘Senza ritmo non hai possibilità con la poesia’. Temo che abbia ragione. Camminare ha provato a darmi un ritmo. A volte ci prova il sax. Che fra poco compirà un anno. Almeno ci dormo assieme e, a volte, solo a volte, il ‘re’ non sfugge.

Ho lasciato

Ho lasciato tutto questo.

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