Quando comincia un andare?

Quando comincia un andare?

Ancora un andare?

Chiudo la porta della casa dove non abito. Una doppia mandata. Si può aprire con un soffio. Cosa ho dimenticato? Questa notte il diospero ha arrossato ancor di più le foglie. Una giornata magnifica. Le viti sono un arlecchino, si raccolgono ancora le olive, le ombre e il sole giocano con i muri.

 

 

Nikos sostiene che c’è solo una casa ‘per ogni vita’. Ida crede che ‘molte sono quelle che possiamo abitare, una quella che si accende quando sentiamo quella parola, casa’. Cerco di capire, di non pensare, chiudo la porta, saluto il diospero piantato trent’anni fa (perché per colpa di un poeta non potevo piantare un melograno), saluto i capperi, mi inchino di fronte al corbezzolo. Penso a come è cambiato il mondo di questa campagna. Ho fatto in tempo a passare serate con contadini, oggi ci sono cancelli. Forse io non sono cambiato. La casa non è cambiata. Una casa pesante. Non si passa indenni dai falsi movimenti.

 

Il muro di casa

 

‘La mia casa sta in mezzo a due mari e a due terre. La mia casa è qui, adesso’. Il Mac, il sax, la macchina fotografica fanno casa? Il sax è rimasto in una casa in cui non abito.

C’è una mongolfiera nel cielo del Chianti.

Sfioro di continuo le tasche: dov’è il passaporto? il portafogli? Oddio, ecco ho dimenticato i soldi. Non trovo il bancomat. Senza soldi. Negli ultimi tre giorni ho lasciato indietro (su banconi, su sedie, per terra, in sale d’aspetto, in bar) le macchine fotografiche, i caricabatterie (dove sono?), il sax, la giacca (almeno due volte), la copia appena stampata del libro attorno al Nicaragua, adesso anche il bancomat decide di nascondersi. Sta accadendo qualcosa.

Mangiamo panino al lampredotto e compriamo una bottiglia dell’acqua calda dai cinesi. San Frediano, è bello, il quartiere.

Nello zaino quattro chili di croccantini per gatti pigri e due bottiglie di aceto biologico di mele. Un tempo mi chiedevano parmigiano e prosciutto.

Fotografo con il cellulare, non l’ho mai fatto prima.

 

 

Treno per Roma

Poi tutto diventano automatico: tirarsi dietro lo zaino, il passaggio sull’Arno, l’orizzonte di Ponte Vecchio, i gradini della stazione, dove ho il biglietto? Il treno, con una ragazza cinese che ride di continuo guardando un cellulare.

A Roma, il treno per fiumicino (14 euro) già partito, quello dopo.

Quanti aerei…

Un uomo, con valigia grigia nel carrello, che passa in rassegna tutti i cestini dei rifiuti dell’aeroporto. Finge di essere un viaggiatore? Fanno dormire negli aeroporti?

Ho il passaporto, ho il biglietto (che non serve più). Il mio zaino pesa poco più di venti chili (con i croccantini e l’aceto. E i libri). Non ricordo il volto di nessuno. Un passeggero mi saluta: ‘Sergio…’. Scuoto la testa. Un altro ha in mano il mio libro attorno alla Dancalia e vorrei dirgli: ‘No, sono quello’. Non lo dico.

Disneyland, tentazioni

Ci costringono a passare per una Disneyland di merci per raggiungere un imbarco. Tentazioni. Penso: mi piacciono gli aeroporti. Ora ci sono i pianoforti, e qualcuno suona sempre Beethoven. E poi dovremmo trasferire qui il ministero degli interni: ti riconcili con il mondo, sikh con turbanti, adolescenti felici, cinesi che si salutano, famiglie arabe con figli innumerevoli, africani dai ventri prominenti, ragazze pallidissime, turisti vestiti da turisti, gli uomini di affari li riconosci al volo, ragazzo in pantaloncini corti e l’aria hippy, giovane coppia in evidente viaggio di nozze (sprizzano luccichii). Società e popoli.

E poi:

Tre uomini in kilt (anzi c’è un andirivieni di uomini in kilt e scarponi, calzini lunghi, ma se hai tatuaggio da far vedere, abbassano i calzini per far vedere il polpaccio bianco e peloso). Alla fine gli uomini in kilt sono almeno trenta e vanno a Tirana: tifosi di una squadra scozzese? Alcuni indossano corna di pelouche. Deve essere comodo il kilt.

Due suore africane, tre suore africane, quattro suore africane, una pattuglia di suore africane. Cariche di bagagli.

Un uomo immenso di pancia con lunghi capelli e pieno di rughe. L’aria svedese.

Un tatuato con fisico da tatuato. Sono sempre grandi e grossi i tatuati e hanno scalpi scolpiti.

C’è scritto ‘I nostri divani sono comodi, non sdraiatevi’. E tutti ci sdraiamo rassicurati.

Peccato che un panino ‘camogli’ (no, non lo chiamano così) costi sei euro e un‘acqua minerale un euro ottanta. L’aeroporto è un mondo a parte. Ma è un mondo vasto. No, non credo che Marc Augé oggi lo chiamerebbe ‘non-luogo’.

Una volta, i teatranti delle Ariette misero uno striscione al loro paese: ‘Se ti senti strano, è perché sei strano’. Mi sento strano.

Devo rassicurarmi di avere il passaporto. Ancora?!?

C’è un volo per Santiago del Chile. Ecco, lì….

 

(Nikos e Ida appaiono nelle pagine di Nadia Terranova, ‘Addio fantasmi’, letto in treno, arrivo sempre in anticipo di ore ai treni e agli aerei. Così leggo senza far finta di avere altro da fare)

(Gli uomini in kilt si sono seduti accanto a me, li guardo con curiosità)

 

In aereo scelgo Casablanca e mi commuovo sempre quando Rick, con un cenno della testa, acconsente: suona la Marsigliese. Mi commuovo ancor di più quando dice: ‘Play it again, Sam’. No matter what/ the future brings/As time goes by. E se Ingrid non fosse partita?

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.