Frammenti di un vecchio libro.1/’Vicino e lontano allo stesso tempo’

Cominciava così (più o meno) il libro ‘Dancalia’. 

Alla fine erano trecento e passa pagine. Una giovane editor, Giulia, ebbe la saggezza e la bravura di tirar via la metà di quelle pagine. Lo riscrisse, insomma. E io imparai da lei. Molto. Mi fece domande imbarazzanti e giuste. Il libri uscì ed era migliore di quello che avevo scritto io. Se ne vendono copie ancora oggi (compratelo, mi raccomando, è edito da ‘Terre di Mezzo’, si chiama ‘Dancalia, camminando sul fondo di un mare scomparso’). 

E io, anni dopo, mentre risalgo da una Dancalia diversa, rileggo le mie parole antiche. Aveva ragione Giulia. Bisognava ‘lavorarci’ sopra, ma poi c’è l’affetto e allora adesso, fino a quando sono in terre africane, metto frammenti di quelle trecento pagine. Che a me, perdonatemi, piacciono. Ne conosco i retroscena. Credo che siano passati quasi dieci anni.

La notte di Dessiè

Cominciava così:

Solo dopo la partenza ho aperto il quadernetto. Un’abitudine. Un rito. Ha i quadretti piccoli, la spirale su un fianco, una mela viola in copertina. Da sempre viaggio con questi taccuini. Lì sopra prendo gli appunti. Il diario è un’altra cosa. Come da copione, il diario doveva essere aperto solo a sera ed avere una copertina rigida e nera. Lì dovevano finire i pensieri pesanti. Quelli destinati a rimanere. I fotografi quando devono raffigurare, in uno scatto, l’idea del viaggio compongono un’immagine retorica di questi taccuini. Non hanno molta fantasia. Mi avevano regalato un moleskine e avevo deciso di usarlo nel nuovo viaggio. I due taccuini, così diversi, stanno assieme. Un gesto laico. Ora sono pigiati nella tasca di destra dei pantaloni verdi. Sul taccuino scrivo con grafia minuscola e illeggibile. E le pagine non finiscono mai. Scrivo poco. Greta aveva aggiunto un incantesimo. Lei, ogni volta che parto, anche adesso che ha più di vent’anni, mi regala un disegno sulla prima pagina del mio quadernetto. Così lo trasforma in amuleto, in un talismano. A volte è successo che ci dimenticassimo questo rito e il viaggio ha avuto, come un pungiglione, una punta di apprensione. Lasciavo allora una pagina bianca che, al ritorno, lei avrebbe riempito. In questo viaggio ho confuso le scritture e, alla fine, non mi ci sono più orizzontato dentro. Moleskine e blocchetto con le mele viola sono diventati tutt’uno.

Di solito apro il quadernetto da cronaca solo dopo che l’aereo che mi sta portando via dall’Italia si è deciso ad atterrare. Vi è come il bisogno di un’altra aria in questo gesto quasi scaramantico. Ma questa volta ho atteso un paio di giorni in più. Forse perché non mi sento in viaggio quando arrivo ad Addis Abeba. E’una città dove sono a casa. Non avevo ancora letto le parole di Greta. Adesso, mentre la strada scende inesorabilmente verso il Rift, sono lì, in bella vista e non posso più ignorarle. Sono rimasto a lungo con quella pagina aperta in mano. Nessun pensiero per la testa, i miei occhi guardano fuori dal finestrino. I contadini stanno facendo volare il teff, ma la mia mente è in un luogo dove non riesco a seguirla.

Non so cosa sto facendo: vorrei dire che questa è una storia personale. Che non c’entra nulla con l’ostinazione di voler raccontare un semplice viaggio in Dancalia. Ma non è così. Almeno non credo. Molti mesi dopo, riapro il quadernetto e le parole di Greta sono ancora lì. ‘Mio padre…vicino e lontano allo stesso tempo…un vagabondo potenziale….’. La mia testa se ne va nuovamente. Oltre la linea dell’altopiano. Un ragazzo dagli abiti laceri, allora, fermò il suo gesto, le stoppie del teff furono prese da un refolo di vento, lui si alzò a guardare passare quelle auto troppo grandi.

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