Rituale etiopico.1/Il contadino di Sereti

La parete di cicca e il fiore

Sull’altopiano più grande d’Africa, leggo una guida all’Islanda. Leggo la storia del sindaco anarchico e punk di Reykjavik. A naso mi sembra un po’ più simpatico del nostro vice-premier. Ci vuole poco, in fondo.

Insomma, ho pensieri distratti mentre i campi di teff e grano sono uno scintillio infinito. Mi ero dimenticato di quanto è bello questo paesaggio celeste.

I cavallini oromo, l’africa quotidiana sempre in cammino, i ragazzini dietro alle vacche e alle capre. Il volo dei falchi in cerca di prede, il traffico dei tuc-tuc, gli shamma bianchi della domenica a coprire le spalle, i funerali, i matrimoni. Sono giorni di nozze, questi. Fra una settimana, comincia il digiuno del Natale e allora sarà astinenza, non si potrà fare festa. Il canto perenne dei preti ortodossi, i minareti a spillo delle moschee wahabite. Le donne velate di nero, le donne oromo con il tallero di Maria Teresa trasformato in pendaglio e le vesti dai colori dei fiori.

La moglie di Menghistu (che mi perdoni, non ne ho imparato il nome)

Non cambia niente? Menghistu, contadino oromo, cristiano, in terre in cui i popoli si mischiano, ha otto figli. Negli anni li ho conosciuti tutti. Lungo la strada dell’altopiano, primo giorno del viaggio, mi fermo sempre alla sua casa, al suo villaggio familiare. Non cambia niente. Il cerchio delle merde di vacche impastate a mano. So che un cumulo di merda dovrebbe valere circa mille birr. Energia. Mi chiedo sempre se non giochino con il bianco intruso. Le geometrie delle merde sono sempre uguali. Eleganti. Questo villaggio si chiama Sereti. Avevo scritto che il contadino si chiamava Managesha, a volte si inventa oppure non avevo capito. Le incertezze del giornalista. O, forse, traduzioni per domande sceme del bianco di passaggio. Menghistu, oggi, dovrebbe avere sessantacinque anni. Destino di coetanei. Mi riconosce sempre, lascio una buona mancia, intuisco uno strano e impossibile affetto.

Non cambia niente? Mancano quattro dei figli di Menghistu. Sono rimasti i più piccoli. Gli altri sono andati ad Addis. In cerca di un futuro che non sarà la campagna. Workenesh dovrebbe avere diciotto anni. L’ultima volta aveva le mani sporche di merda, la salutai stringendole il braccio. I bianchi sono così. Inutili, credo. Impacciati, in questo caso.

La teiera

Alle pareti della grande stanza comunitaria (qui dorme tutta la famiglia), ci sono ancora i lucenti manifesti di Gesù e della Madonna dall’espressione seria e solare. Hanno la pelle rosata. Stanno accanto a un grande poster dell’Arsenal. Un piccolo uccello beve ancora dalle lacrime del santo eremita vestito solo con i suoi capelli. Non ne ricordo il nome, non chiedo, non fingo di sapere, non cerco. La mia pigrizia è avvolgente.

Menghistu deve aver rifatto le pareti di cicca, impasto di fango, legna, paglia e sterco: mi appaiono lucenti, solide. Non ci sono mobili, gli abiti e gli oggetti della casa sono appesi a chiodi. Non ha comprato il divano come si augurava un paio di anni fa.

Menghistu

Sareti è stato fondato in un luogo benedetto. Anche se qui fa freddo nei tempi dell’inverno. La scuola è vicina, al paese c’è un posto di salute. Menghistu coltiva fave, grano e orzo. Hanno (ma non mi dice il numero) cavalli (c’è una bella sella dai colori vivaci sistemata su un palo), zebù (servono per arare), asini, galline e capre. La gran parte di quello che producono è per la vita della famiglia. Solo un quinto dei loro raccolti viene venduto ai mercanti che vengono dalla città. Menghistu ha l’aria soddisfatta. In un rientro della cucina, c’è un vitello che scalpita al buio.

Questo è un rituale. Un danza immobile. Una ripetizione bella. Come ascoltare sempre la stessa canzone. Con un piacere leggero, volante. Il volo di una farfalla.

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