Rituale etiopico.2/Metamorfosi del Basha Hotel

La corte del Basha Hotel

Il mio terrazzo sull’Awash è crollato. Si spezzato il tetto e la camera di Lady Hawk è franata nel dirupo. Gli ibis sono indifferenti, i marabu devono aver cambiato cieli di caccia. Questa notte  nemmeno uno è venuto ad accucciarsi sui rami dei grandi manghi. Nella piana, i contadini continuano a scavare canalette per drenare le acque. Si tagliano arbusti per venderli ai bordi delle strade. Le vacche tornano ai loro recinti mentre il sole tramonta, il minareto di legni intrecciati è testardo: è ancora in piedi e sfida con orgoglio suo fratello in muratura. Gli sussurra di continuo: ‘Guarda la mia bellezza’.

Il televisore e i fiori

Il Basha hotel è in rovina. Non ci sono più le ragazze, non c’è più l’uomo che uccideva e spellava le capre, anche Assefa è via, alla sua città dell’altopiano. La moglie è morta qualche mese fa e il lutto si celebra a casa, anche se casa è un’altra terra, una terra che non è più tua. Tornerai in afar, Assefa? I tuoi ragazzi dove sceglieranno di crescere? Cosa è rimasto per la mia nostalgia? Le zanzariere celesti, forse. No, la meraviglia del paesaggio, quella non si può cancellare. Come se fosse la prima volta, mi lascio portar via dallo stupore.

La sola cameriera

C’è solo una donna a lavorare. Ed è incinta. Mi guarda con desolazione quando le chiedo di montare le zanzariere. Lo fa di malavoglia. Per stanchezza. Guardo ancora verso la mia terrazza, come se solo pensarla potrebbe farla rinascere dalle sue macerie. C’è la corte per dormire, aperta sul dirupo. Sempre un solo cesso. Una sola doccia. Può bastare.

Tecnologia

Do una mano maldestra alla ragazza. Incrociamo i legni, alziamo come vele le zanzariere. Ecco, ora i letti sono a posto. La catinella con l’acqua, i fuochi in cucina sono spenti, non viene più nessuno al Basha Hotel. E’ un tempo magro. La sorella della moglie è una custode intristita. Una storia che finisce? Una storia che rinasce? Sospiro i vecchi Clash: ‘The future is unwritten’. Io mi ostino a compiere gli stessi gesti. Fotografo per la decima volta la cassetta dei preservativi, mi siedo ai bordi pericolanti della terrazza e guardo i manghi e le palme. Non allungo i miei occhi fino allo zuccherificio, macchia scura fumante sul crinale dell’orizzonte: non c’era dieci anni fa, non voglio vederlo.

 

La tavola dei viaggiatori

E’piovuto molto, l’Awash sembra provare seriamente a raggiungere il mare, scorre con decisione: ma la sua acqua sa che diventerà palude e allora rende fertili queste sponde. E’ generoso l’Awash. Le vacche si avvicinano al fiume. Non ci sono rumori. Una bambina zampetta nuda come una ballerina. Ualla, direbbero ad Asmara. Monella. Asayita è deserta. Eppure vi ho sempre visto gente a passeggio la sera, questa notte non c’è nessuno. Le luci sono spente, i negozi chiusi, i caffè sbarrati. Deve essere che domani è Mawled, anniversario di Maometto: forse si rimane a casa, la notte sarà di veglia in moschea, ma anche il minareto è silenzioso, arriva un bus e ombre di uomini invisibili si alzano di scatto e poi ciabattono con lentezza verso il grande veicolo. Ascolto il rumore dei nostri passi nella polvere.

 

Ci sono ancora i preservativi

Molti anni fa, scrivevo:

‘Può entrare solo una persona per volta al Basha Hotel. Bisogna scansare il piccolo gallo che zampetta nell’ingresso, inciampare in un letto, rendersi conto che sopra c’è un vecchio raggomitolato e poi rivedere un po’ di luce in una specie di saloon-veranda. C‘è un immenso frigorifero. Che funziona anche da bancone del bar. Geografia di sedie, tavolinetti bassi, panche e poltroncine dai legacci di plastica. Qui sta il televisore. Una soffusa musica dell’altopiano. Ancora un passo: un cortile di cemento, le tettoie di lamiera dei portici, le camere senza finestre, scale che slittano nel fango verso i cessi che altro non sono che una fetida buca e, infine, felicità pura, il terrazzo sospeso sull’Awash. Pensi di botto che qui vuoi vivere. Questo è il luogo nel quale ti vuoi fermare. Ordini una birra senza alcool, vedi le ragazze che cominciano a trascinare il tuo letto, tessuto con pelle di capra, fin sul terrazzo e non hai più pensieri. Non stacchi lo sguardo dal corso del fiume, dalle nuvole di polvere dei pastori che tornano verso le loro capanne a cupola, ascolti grida e chiacchiere che il deserto amplifica e stai in pace con te stesso. Vi è la delizia di una tregua mentale al Basha Hotel. In cucina c’è eccitazione. La cena diventa affare serio con tutti questi bianchi in giro. Appare una signora dall’aspetto autoritario. Si dirige verso il fuoco e lo alimenta con altra legna. Il gallo, per prudenza, si mette al sicuro sopra un tetto’.

Le zanzariere celesti

Questo andare è una carta carbone. Se ancora ne fabbricassero.  Cerco, desidero le stesse ore. Una cerimonia.

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