Rituale etiopico. 5/Il luogo dei piccoli alberi

Il bar dell’attesa

Le ragazze cambiano di continuo al caffè dell’attesa di Afdera. Nessuno ne scrive la storia. Carlo mi fa tornare in mente la parola ‘Ualla’, monella. Le ragazze del caffè hanno imparato l’arte disperata di saper giocare. Giocano con gli uomini, ne sono vittime e, allo stesso tempo cercando di prendersi rivincite che solo loro capiscono. Nascondono i soldi in una curva del reggiseno polveroso, hanno abiti lunghi fino al polpaccio, camicioni per difendersi dal caldo. Servono coca-cola e birre, sotto gli occhi del perenne manifesto del guerrigliero Zenawi.

Il tempo di una città del Far-east africano è quello dell’attesa. Si cammina fra le saline, cercando una ragione di questi passi, nessuno è a lavoro, notte di luna piena, gli uomini avranno caricato i camion nelle ore notturne, per sfuggire al caldo. Il campo dei turisti ora è protetto da un filo spinato, noi continuiamo a preferire una libertà solitaria.

Il tempo dell’attesa sono le strisce di pelle di capra delle panche dove sediamo mentre autisti e guide vanno a prendersi permessi e poliziotti di scorta. Dicono che ci sono ancora banditi lungo le piste della Dancalia. Hai il sospetto che vogliano solo più soldi. O che preferiscano il lungo asfalto della strada delle montagne. Noi amiamo la polvere della piana di Dodom.

Fac-simile di deserto prima di lasciare l’asfalto. Sabbia finissima che cerca di smerigliare la pelle. Orizzonte del vulcano Marahà. Vulcano-illusione: per gli afar (sempre che non raccontino una storia per ferenji) questa è ‘la montagna che si allontana’. E’ una fata morgana, ci attira in trappola, più ci avviciniamo, più si allontana.

Il cortile della scuola di Karswat

Ma il rituale etiopico, oggi, ha un protagonista. Non credevo di incontrarlo, negli ultimi tempi dirige i suoi affari senza scomodarsi troppo. Arriviamo a Karswat, ‘il luogo dei piccoli alberi’. Che altro non sono che tamerici da ammirare per la loro resilienza. Ho imparato ad avere abitudini: ho smesso di andare a cercare Ghlisa, il capo. Ma alla fine ci incrociamo sempre, sorridiamo entrambi a denti stretti (io più di lui: è qualcosa che deve costargli fatica), ci sbattiamo le spalle, devo alzarmi sulle punte dei piedi, per essere un afar, Ghlisa è alto. Deve essere una dote richiesta a un capo. Siamo invecchiati entrambi. Oggi entro in una capanna perché ho visto un ingombro di uomini e c’è un fuoristrada degli evangelici. Che ci fanno missionari protestanti in una terra musulmana? In realtà chi ha guidato questa macchina fino qua deve essersi dimenticato di cancellare la scritta sulle portiere. C’è Ghlisa al centro, come sempre, del cerchio degli uomini. Deve decidere chi salirà al vulcano con i turisti? Chi lavorerà oggi? Incontro del villaggio? Tutto ha un senso: è controluce, Ghlisa, è il solo con una bottiglia d’acqua ai piedi, ha una sua eleganza intimidatoria. Sta al cento del cerchio.

 

Ghlisa

Ghlisa ti dice le cose con gli occhi. Si alza in piedi. La polvere compie caleidoscopi di riflessi attorno a lui: a vederlo così, mi appare una divinità della lava. La futa avvolta attorno ai fianchi. Sì, sei invecchiato, vecchio capo. Anche io. Ghlisa conserva il suo tono accigliato. Ha ancora cura della sua fama di uomo brusco, duro, ostico. E’ stato abile a galleggiare nel cambiamento dei tempi. Un tempo Karswat era un accampamento disperso di burra, di capanne vanamente nascoste dalle testarde collinette delle tamerici. Un luogo senza colori, polveroso, ma reso prezioso da un grande uadi: qui le cammelle venivano  portate a partorire. Oggi è un sgangherato e rovente slum di baracche di lamiera. Davvero il metallo è migliore delle stuoie di foglie di palma? Le capanne mobili lasciano almeno passare una brezza, la lamiera ti inchioda addosso una polvere sudata. Qualcuno ha costruito parallelepipedi in muratura: una clinica senza infermieri, sventrata e abbandonata. I letti da ospedali messi all’aperto. E poi una scuola: a passare la mano sui banchi consumati dal vento, nessuno entra in aula da mesi e mesi. Una lavagna mi smentisce: almeno il primo giorno di scuola deve esserci stato due mesi fa.

La scuola di Karswat

E chi ha messo i vetri alle finestre non deve mai essere vissuto da queste parti. Tutto ha un’aria devastata. Ma a Karswat girano i soldi del turismo, del monopolio sulle salite al vulcano. Sono svegli gli afar di questo luogo fetido: hanno intuito di aver avuto la fortuna di essere lì, a un passo dalle pendici dell’Erta Ale. Da principio non capivano perché i bianchi volessero salire in cima a quella montagna di fuoco, poi hanno imparato una semplice lezione di economia: l’Erta Ale è un affare, un business, i bianchi pagano per salirci sopra, pagano per ingaggiare guide e affittare cammelli. E così la gente di Karswat ha cambiato qualche abitudine clanica, si è trovata la modernità occidentale davanti alla propria capanna, da intrusi da guardare con diffidenza e ostilità, i ferenji si sono trasformati in denaro contante. E con i soldi si può comprare il mondo.

Ghlisa

Ghlisa nasconde la barba imbiancata dietro la tinta dell’henné. Altro simbolo di autorità. Non fa un passo verso di me. Aspetta. Zuccotto islamico in testa. Mette le mani nelle tasche di un gilet. Diventa una statua, alza gli occhi, vuole che mi avvicini, lo faccio, ma cerco di obbligarlo anche io a fare un passo. E’ un gioco. Non ti farò vincere tutta la posta. Il tempo di una spalla contro la spalla. Fingiamo entrambi. Ma so che mi riconosce, crede che sia io a portare turisti qua e allora non può ignorarmi. E, in fondo, mi piace questo confronto che va avanti da più di dieci anni. C’è un nipote di Ghlisa che si presenta: è un altro segno, è per dirmi: tieni conto anche di lui. L’Africa della Dancalia non è poi molto diverso da quanto accade in Italia.

Me ne vado nella polvere di Karswat. Faccio il mio giro per la scuola (al solito in maestri sono rannicchiati nel loro sconforto rabbioso, ma sono bella gente, lo scorso anno ci trovai una ragazza gentile che ogni tanto mi lascia un segno su facebook) e per la clinica sfasciata. Almeno non ci sono lastricati di medicinali marciti.

La scuola di Karswat

E ora come faccio a spiegarvi che mi sento a mio agio a Karswat? Che mi prendo addosso con una gioia sottile questa schifezza di polvere che non riesce a essere deserto? Che guardo con ammirazione le tamerici che si ostinano a sopravvivere qui? Come fa a piacermi questo crocevia di afar indifferenti e sfrontati? Mi piace. Mi piace e basta. Mi entra nella pancia e gorgoglia di una piccola, misteriosa felicità.

 

Ci sono molte pagine che non appaiono sul libro ‘Dancalia’, le pagine tagliate con sapienza da Giulia (quanto lavoro…posso chiamarlo lavoro?). Deve essermi costata a fatica trovare la storia (chissà se vera? e dove l’ho letta o saputa?) della gente di Karswat (ma davvero duemila persone vivono qua attorno?) e allora per chi ha curiosità e tenacia per andare oltre il velo di polvere, ecco la faccenda dei Dahamela:

Ghlisa appartiene al clan dei Dahamela (gli esperti di afar li chiamano Dahi-m mela), clan importante, il più numeroso, per quel che ne so, della famiglia degli afar bianchi. Patriarca era dahilon, ‘colui che ha delle vacche’. Qui le vacche sono il patrimonio e il culto. Il nome del clan deriva da qualcosa che significa ‘bovino di due anni’. So che ci sono storie di eredità contese nella genealogia di questa gente (uno si impossessò della metà dei beni della famiglia e lasciò i fratelli quasi a bocca asciutta: la madre non se la prese più di tanto, ebbe un altro figlio e lo chiamò: ‘mattino di buon augurio’). Ghlisa deve saper destreggiarsi bene: a Karswat vive gente di altri clan. I Seka hanno lontane origini arabe e genealogie marabutiche. Ci sono anche famiglie Dammohoyta. Ho conosciuto questo clan una volta che mi arenai sulla costa dancala. I Dammohoyta derivano il loro nome da una erba che riesce a crescere nelle steppe che accerchiano le Alpi Dancale. Si sono spinti fino a qui. Sono ‘afar rossi’. Sui libri si legge che erano i padroni di questi deserti, una dinastia di sultani e di capi. Afar bianchi e afar rossi, si vede che Ghlisa ha ben nascosto questi libri: qui il comando è suo, che gli altri stiano al loro posto.

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